Il 7 ottobre 2023 Sepideh Farsi sta promuovendo il suo film di animazione The Siren, ambientato in Iran nel 1980, all’inizio dell’invasione irachena della regione del Khuzestan. Le immagini delle vittime palestinesi la scuotono profondamente. La regista avverte una forte vicinanza a quel popolo, riconoscendovi una storia comune di oppressione e violenza. Lei stessa, quarant’anni prima, era stata costretta a lasciare il proprio paese d’origine in seguito alla rivoluzione. Farsi decide di recarsi al Cairo per poi da lì raggiungere Rafah, nel sud della striscia di Gaza. Tutte le vie di accesso sono però chiuse e quindi sceglie di intervistare i rifugiati palestinesi che sono arrivati in Egitto. Dal dialogo con uno di loro viene a conoscenza di Fatma Hassouna, fotogiornalista e video attivista palestinese che vive nella striscia e quotidianamente, attraverso le sue fotografie e i suoi video, documenta gli effetti dei bombardamenti, le evacuazioni forzate, la distruzione delle infrastrutture, le vittime civili così come i momenti di resistenza.

Put Your Soul on Your Hand and Walk si struttura quasi interamente sulle videochiamate tra la regista e Fatma, intervallate da fotografie scattate dalla giovane e da alcuni riferimenti al contesto più ampio del conflitto, come servizi di telegiornali trasmessi in televisione e ripresi da Farsi. Non si tratta però di un vero e proprio desktop documentary, dove lo schermo del computer diventa lo spazio principale della narrazione e il film si costruisce dentro l’interfaccia del desktop, con finestre che si aprono, file che scorrono, chat, e-mail, ricerche Google, social media, mappe, notifiche, videochiamate e schermi condivisi. Nonostante il film sia composto quasi interamente dalle videochiamate tra le due donne, è Sepideh Farsi che filma sempre lo schermo del proprio computer con lo smartphone. Lo sguardo della macchina non coincide sempre e precisamente con l’interfaccia del computer. Questo scarto permette di poter talvolta distogliere lo sguardo dal pc e mostrare anche la realtà che circonda la regista, una dimensione referenziale che ancori il racconto, che vada oltre una realtà interamente assorbita dallo spazio dello schermo, sospesa tra i flussi dei messaggi e le videochiamate. Se da una parte il desktop documentary apre una riflessione sul rapporto referenziale con la realtà, mostrando un mondo in cui l’esperienza del reale non passa più attraverso l’incontro diretto con gli eventi ma è mediata da dispositivi, interfacce e layout, e in cui la ricerca del reale coincide con una pratica di navigazione e di indagine, condizione evidente del regime contemporaneo di post-verità e post-digitale, dall’altra la semplice scelta del film di consentire un’apertura, di mostrare un’immagine che ecceda lo schermo del computer e includa il fuori campo, assume un valore chiaramente politico e testimoniale.

Nel raccon­tare guerre, genocidi, violenze e povertà, il rischio è quello di raggiungere una forma di spettacolarizzazione, moltiplicando le immagini di morte, dolore e distruzione che vanno ad alimentare e a saturare un infinito archivio della sofferenza. Queste immagini certamente possono colpire l’osservatore, possono rendere il racconto emotivamente coinvolgente ma non sempre riescono ad attivare né una responsabilità morale nello spettatore né lo spunto per un’elaborazione critica. Il rischio di ricadere nell’iconografia della sofferenza, attraverso quelle che Shohini Chaudhuri definisce human rights images, volti di donne, bambini, anziani per sollecitare compassione secondo una grammatica visiva spesso occidentale e paternalista, è costantemente presente nel racconto di ogni crisi umanitaria. Le fotografie scattate da Fatma, piuttosto che focalizzare l’attenzione esclusivamente sulla rappresentazione grafica della violenza perpetrata dall’esercito israeliano attraverso una rappresentazione sensazionalistica, vanno oltre il processo di vitimizzazione a cui spesso la popolazione palestinese è sottoposta, mostrando anche scene di resilienza collettiva, bambini sorridenti in cui è possibile ancora cogliere desideri e speranze, non solo rassegnazione. Put Your Soul on Your Hand and Walk non ci offre immagini shock e spettacolari della tragedia, ma condivide la vulnerabilità di chi le produce. La sofferenza non è spettacolarizzata ma quotidiana, inscritta nella precarietà del segnale, nel rumore di fondo della connessione che salta in continuazione durante le videochiamate, non permettendo di comprendere bene il dialogo tra le due donne, mentre fuori cadono le bombe. La precarietà dello sguardo, la precarietà del segnale, coincide con la precarietà dell’esistenza che esso tenta di trattenere. Il titolo “metti la tua anima sulla mano e cammina” è una frase pronunciata da Fatma e sembra proprio voler essere un invito a portare la propria anima davanti a sé, esposta, vulnerabile, l’unica cosa che resta quando tutto ciò che è materiale viene distrutto. Più che il racconto della guerra e dell’occupazione, il film cerca di mostrare il tentativo di continuare a esistere nella guerra, dentro una minaccia permanente. Nelle conversazioni con la regista, Fatma dichiara di essere stanca di aspettare che la situazione migliori e stanca di sperare, che molte volte rimane attonita e inerme davanti a quello che vede. Sente l’imperativo e l’urgenza di documentare, di testimoniare, di porre le persone davanti alla realtà. Durante le video conversazioni, la cosa che colpisce certamente maggiormente è l’attitudine di Fatma, sempre solare, sorridente, la tranquillità con cui dichiara di voler semplicemente essere una persona normale come tutte le altre, di poter fare le cose che una persona normale può fare, vivere in un posto tranquillo, passeggiare nella natura, respirare aria sana. Quel posto deve però essere casa sua, Gaza, dove vuole vivere, dove vuole rimanere nonostante tutto, perché “siamo noi stessi a casa nostra”, lì ha la famiglia e i propri ricordi. “Tutto si può ricostruire, non so come o quando ma credo che prima o poi tutto questo finirà”, afferma Fatma.

Il 15 ottobre 2025 ha luogo l’ultima conversazione tra le due donne. Farsi comunica alla giovane palestinese che il film è stato selezionato al Festival di Cannes, e vorrebbe portarla in Francia con lei. Fatma è contentissima ed elettrizzata dall’idea, anche se il suo desiderio sarebbe quello di portare la regista a Gaza, ospitarla a casa, farle vedere la propria abitazione, farle conoscere i propri familiari, i nipotini che a volte appaiono durante le videochiamate, portarla nelle strade, mostrarle la forza e la determinazione delle persone, così come la rete di relazioni sociali e le forme di vita culturale e politica collettiva che sostengono gli individui nella loro lotta per una vita dignitosa e in pace. Il 16 aprile, il giorno successivo all’ultima videochiamata, Fatma perde la vita insieme ad altri sei membri della propria famiglia a seguito di un bombardamento israeliano. La morte della donna non diventa un epilogo tragico volto a suggellare la narrazione, a concludere una parabola eroica verso il martirio, rendendo Fatma una vittima muta da contemplare, ma conferma la necessità di trattenere il volto e la voce di chi testimonia, custodirne la presenza, renderne visibile sia vulnerabilità sia la forza, una soggettività resistente, riconoscere l’altro non solo nella sofferenza, ma nel desiderio di vita che sopravvive alla violenza. Mettere l’anima sulla mano e camminare significa ancora esporsi, condividere, continuare a cercare senso e relazione dentro un mondo che crolla, e questo è un lascito per lo spettatore stesso.

Put Your Soul on Your Hand and Walk. regia: Sepideh Farsi; fotografia: Sepideh Farsi; montaggio: Sepideh Farsi; interpreti: Sepideh Farsi, Fatima Hassouna; produzione: Rêves d’Eau Productions 24images Production; distribuzione: New Story; origine: Francia, Palestina, Iran; anno: 2025.

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