Un uomo si sveglia su un’astronave senza alcun ricordo del passato. Terrorizzato, interroga il vuoto della cabina senza ricevere risposta; cerca un contatto umano, ma trova soltanto cadaveri. Quando volge lo sguardo al sole, non riconosce la stella che brilla davanti a lui: nello spazio profondo, quella luce aliena illumina la cruda realtà di essere rimasto solo.

È questo l’incipit di Project Hail Mary, il film diretto da Phil Lord e Christopher Miller e tratto dall’omonimo romanzo di Andy Weir. L’opera proietta lo spettatore in un cosmo dove tutto è estraneo e irraggiungibile: anni luce separano l’astronave dalla Terra, rendendo impossibile il ritorno, mentre l’amnesia impedisce di pianificare il futuro. Una distanza che inibisce l’azione e trasforma lo spazio in un luogo d’incontro e di riflessione profonda sul diritto di vivere e di morire.

Sin dall’inizio, dubbi e domande affollano la mente del protagonista. Come lui non sa nulla di sé, così il pubblico ignora la sua storia, in uno spaesamento condiviso che fa sorgere due quesiti impellenti: chi è quell’uomo e perché si trova disperso nello spazio? Attraverso l’utilizzo di flashback, il passato si innesta sul presente fornendo le prime risposte: Ryland Grace (Ryan Gosling) è un insegnante di scienze, reclutato dalla determinata Eva Stratt (Sandra Hüller) come biologo. Il suo compito è studiare la natura della “Linea Petrova”, una misteriosa scia rossa apparsa tra Venere e il Sole.

Scopriamo così l’esistenza degli Astrofagi, una specie extraterrestre che si nutre dell’energia solare, compromettendo la vita sulla Terra. L’infestazione non colpisce solo il nostro Sole, ma anche le stelle vicine; solo una sembra immune: Tau Ceti. È qui che risiede il cuore della missione “Hail Mary”. Un piccolo equipaggio viene inviato verso l’ignoto per scoprire il segreto della sopravvivenza di quella stella e spedire la soluzione verso casa. Per gli astronauti, tuttavia, non è previsto un ritorno: è un sacrificio consapevole, una morte attivamente scelta per garantire un futuro all’umanità.

Sembra quindi questa la risposta alle domande iniziali. Forse Grace è un insegnante che ha scelto di diventare astronauta per un bene superiore. Prima che se ne abbia la certezza, il racconto torna al presente, nello spazio sconfinato. Grace è solo, investito di uno scopo ma privo della possibilità di agire. È proprio questa condizione a farsi presupposto necessario per l’incontro. E se «gli incontri possono assumere forme assai diverse, spingersi fino all’eccezionale» (Deleuze 2017, p. 5), allora lo spazio profondo diventa teatro per il più temuto: l’incontro con l’altro per eccellenza, l’alieno.

Tra le due astronavi si stabilisce un contatto; le specie, aliene l’una per l’altra, iniziano a comunicare attraverso linguaggi diversi e sempre più articolati: prima con piccole sculture, poi usando i gesti e il corpo, arrivando infine alla parola. L’umano conosce così l’eridiano: proveniente dal pianeta Erid, la creatura non ha volto né occhi, possiede cinque arti e una pelle simile alla roccia. Sebbene profondamente diversi, tra i due non c’è paura, ma un crescente rapporto di fiducia. L’eridiano, ribattezzato Rocky, partecipa alla scelta della propria voce: l’«altro» diventa così un amico.

Grace e Rocky scoprono di condividere più della semplice solitudine: entrambi i loro soli stanno morendo ed entrambi sono stati inviati verso Tau Ceti per carpirne il segreto. Rocky, però, a differenza di Grace, ha qualcuno che lo aspetta. Grace chiama questa seconda figura eridiana “Adrian”, proseguendo il gioco di citazioni legato alla saga di Rocky, ma scegliendo anche un nome privo di distinzione tra maschile e femminile, coerente con la natura ermafrodita della specie aliena. È qui che emerge la vera distanza tra i due: non l’assenza di sesso biologico in Rocky, ma la mancanza di uno scopo in Grace. L’uomo non ricorda come sia arrivato fin lì, sa solo che non tornerà. La domanda dunque ritorna: Grace era davvero un insegnante che ha scelto di sacrificarsi per il bene della Terra?

Conclusa la missione, ovvero scoperta e ottenuta la forma di vita in grado di uccidere gli astrofagi, giunge finalmente la risposta. Torniamo nel passato, sulla Terra: mancano pochi giorni alla partenza dei tre astronauti scelti e Grace non è tra loro. La sua missione era esclusivamente quella di rendere gli astrofagi un carburante; il viaggio non gli spetta. Eppure, in seguito a un incidente in cui muore parte dell’equipaggio originale, Stratt gli chiede di partire. La donna, in termini vogleriani, rivolge all’eroe la “chiamata all’avventura”. Grace inizialmente esita, chiedendo tempo per riflettere e scegliere se affrontare o meno quel viaggio senza ritorno. Ma lo scienziato non è disposto al sacrificio: rifiuta di partire. Nonostante ciò, la sua volontà non viene rispettata. Di fronte alla salvezza del mondo, per Stratt la vita di Grace è sacrificabile, un male necessario per un bene superiore. L’uomo non ha alcuna scelta: imbarcato coattamente sull’astronave, gli viene imposto un destino mortifero affinché la sua vita possa salvare quella di miliardi.

Solo dopo la stasi nello spazio e l’apertura all’incontro con l’altro, l’uomo può finalmente assurgere volontariamente al ruolo di eroe. Infatti, una volta inviato sulla Terra il predatore degli astrofagi, Grace sceglie di invertire la rotta per soccorrere Rocky in pericolo, sacrificando per sempre l’orizzonte terrestre per salvare l’amico. Questo non è solo un atto di eroismo, ma il punto cardine del film: poter scegliere significa poter vivere. Finché Grace resta sottoposto alla decisione di Stratt, egli è vincolato al destino mortifero della missione; compiendo invece una scelta libera, Grace salva sé stesso nel momento esatto in cui salva Rocky.

La ripercussione di tale atto, che lega indissolubilmente la scelta alla vita, non si limita ai protagonisti, ma investe entrambi i loro pianeti. Se Grace avesse abbandonato Rocky, l’intero popolo di Erid ne avrebbe sofferto: a loro, contrariamente alla Terra, non sarebbe mai giunto il predatore necessario a sconfiggere gli astrofagi. Come alla Terra è data la possibilità di sopravvivere, la stessa spetta a Erid, perché nessuna specie possiede più diritto alla vita rispetto a un’altra.

È proprio su Erid che si conclude il racconto, mostrandoci l’uomo su una spiaggia creata appositamente per lui dall’amico. I due comunicano ormai senza alcuna mediazione: ognuno parla la propria lingua senza che l’una sia imposta sull’altra, testimoniando una coesistenza pacifica e una comprensione profonda. Ma forse la storia di Grace non finisce qui. Rocky comunica infatti all’uomo che la sua nave è pronta per riportarlo sulla Terra; Grace chiede del tempo per riflettere e Rocky lo rassicura: ha tutto il tempo del mondo.

L’uomo, ora autenticamente eroe, ottiene l’unica cosa che l’umanità gli aveva negato: il tempo di scegliere e il rispetto per la propria decisione. Nel frattempo, Grace torna a insegnare davanti a una classe di piccoli eridiani, lasciando il pubblico con un interrogativo sospeso: cosa sceglierà di fare? Ma non è l’unica domanda possibile. Infatti, se l’uomo e l’eridiano, pur alieni tra loro, godono di un pari diritto alla vita, non lo possiedono forse anche quegli astrofagi che minacciano le stelle? Non sono anch’essi esseri viventi che, come Rocky e Grace, raccontano una storia? A questo non viene data risposta, ma il solo porsi la domanda diventa un modo nuovo, più ampio, di guardare alla vita.

Riferimenti bibliografici
G. Deleuze, L’immagine-tempo, Einaudi, Torino, 2017.

Project Hail Mary. Regia: Phil Lord, Christopher Miller; sceneggiatura: Drew Goddard; fotografia: Greig Fraser; montaggio: Joel Negron; interpreti: Ryan Gosling, Sandra Hüller, James Ortiz, Lionel Boyce; produzione: Amazon MGM Studios, Metro-Goldwyn-Mayer, Lord Miller Productions, Pascal Pictures, Open Invite Films, Waypoint Entertainment; distribuzione: Sony Pictures Italia; origine: Stati Uniti d’America; durata: 156′; anno: 2026.

Tags     alieni
Share