Lingua e ri-costruzione di sé

di ILARIA PIPERNO

Per Primo Levi, nel centenario della nascita.

Primo Levi

Primo (Wilson, 2005).

La scorsa settimana, alla Casa delle Traduzioni di Roma, ho avuto la fortuna di intervistare pubblicamente Irina Talevska (1983), la traduttrice macedone di Se questo è un uomo di Primo Levi, che sta portando a termine anche la traduzione di I sommersi e i salvati. Mi sono chiesta cosa volesse dire tradurre queste opere capitali in una lingua tanto diversa da quella originale, scritta in un alfabeto differente, con una grammatica tutta sua, una lingua giovane, codificata nel 1946, come lei mi ha insegnato. Irina aveva 29 anni quando ha tradotto Se questo è un uomo nella sua lingua madre. È una studiosa della letteratura della Shoah e ricercatrice universitaria, da quindici anni si dedica a questo campo di studi e non è ebrea, cosa che ritengo sia molto importante.

Le ho chiesto, tra le altre cose, quali fossero state le principali difficoltà linguistiche incontrate nel corso del suo lavoro e, in particolare, le differenze nel lavoro svolto per Se questo è un uomo e I sommersi e i salvati. So per esperienza che è molto difficile che qualcuno conosca altrettanto bene la lingua in cui un testo è scritto quanto il traduttore di quel testo in un’altra lingua e, soprattutto, so che a partire da quella lingua il traduttore è costretto a percepire molto altro se vuole tradurre, ben al di là della grammatica, della consecutio temporum o della punteggiatura. O, meglio, è costretto a interrogare e dialogare con le accezioni dei vocaboli, i tempi verbali, i punti e le virgole per arrivare a poter tradurre. La lingua svela i misteri di quel testo, le criptocitazioni, gli influssi culturali, la formazione di quello scrittore, gli appigli sicuri a cui non rinuncia, come tic nervosi che però procurano sicurezza nella traversata della scrittura, e tutto questo deve essere tradotto, altrimenti non c’è traduzione.

Mi sono chiesta, allora, cosa avesse voluto dire dialogare con la lingua di Primo Levi in questo modo e per così tanto tempo. Irina mi ha risposto che, mettendo da parte per un attimo il fatto che Se questo è un uomo è un’opera unica e l’altra una raccolta di saggi, le maggiori differenze a livello linguistico tra i due testi riguardavano principalmente due aspetti: la maggiore presenza dell’oralità nel secondo titolo, data anche dalle numerose interviste e dalla cristallizzazione di una dimensione pubblica di Levi nel corso del tempo, e il fatto che la lingua di Se questo è un uomo nasce anche dall’urgenza di un valore testimoniale espresso a poca distanza dall’esperienza vissuta, mentre i saggi presentano una lingua più riflessiva, che svela il percorso di consapevolezza pluridecennale fatto da Primo Levi.

Irina mi sta dicendo, insomma, che stando in ascolto e analizzando la lingua di queste due opere si percepisce, si arriva a vedere la costruzione di quel testimone pubblico, capitale per la nostra storia, che è stato ed è Primo Levi, ma anche la ri-costruzione dell’uomo, attraverso un suo percorso di consapevolezza, riflessione, confronto, distanza analitico-razionale.

E lo scrittore, lo scrittore dov’è? Mi chiedo io. Lo scrittore non è “solo” un testimone e non è “solo” un uomo, eppure la potenza e il valore letterario delle opere di Levi è di fronte ai nostri occhi. Le testimonianze orali o scritte legate all’esperienza del lager da parte di chi quell’esperienza l’aveva vissuta sono aumentate nel corso del tempo e hanno tutte il medesimo, supremo valore umano, uno spessore inestimabile da un punto di vista esistenziale. Ma il valore delle opere di Primo Levi è, anche, di natura letteraria e questo non è un dettaglio trascurabile.

Primo Levi

La strada di Levi (Ferrario, 2006).

Permettiamoci allora un salto logico-temporale. Nel 1966, con lo pseudonimo di Damiano Malabaila, Primo Levi pubblicò il volume Storie naturali, una raccolta di racconti fantastici edita dalla casa editrice Einaudi, la stessa che inizialmente aveva rifiutato il manoscritto di Se questo è un uomo e che a Levi suggerì, nella persona stessa dell’editore, di pubblicare questi racconti usando un nom de plume. I racconti di Levi possono essere ascritti, forse, più alla linea del romanzo utopico e fantastico settecentesco, che non alla fantascienza come è intesa nel corso del Novecento, ma ciò che qui interessa è la richiesta di usare uno pseudonimo, richiesta a cui Levi ha acconsentito ma che inizialmente non era stato un suo desiderio.

Nel bel mezzo del suo percorso esistenziale, Levi decide di voler pubblicare una raccolta di racconti di ambito fantastico e per questi racconti sceglie una lingua molto diversa. Sull’interpretazione di questi racconti molto è stato scritto, sia nel momento della loro pubblicazione che in seguito, il loro immaginario è spesso stato interpretato attraverso la lente del rapporto di Primo Levi con l’esperienza concentrazionaria. Non desidero, qui, entrare nel merito del valore letterario di questa raccolta, ma credo che per Levi avesse un valore personale assai importante, legato alla ri-costruzione di sé in quanto scrittore, necessariamente legata all’esperienza di testimone e di uomo.

Le persone che hanno vissuto l’esperienza del lager o delle persecuzioni razziali mostrano spesso nelle loro biografie degli “scarti” radicali, funzionali alla ricostruzione di un’identità che arrivi a integrare l’inintegrabile, ovvero il lager. Questo dolorosissimo passaggio individuale di “reintegrazione” di un’identità spezzata dall’esperienza concentrazionaria o persecutoria è necessario per la sopravvivenza.

La lingua di Se questo è un uomo testimonia l’esperienza concentrazionaria come inizio di un’esperienza umana e di scrittura che arriva fino alla lingua di I sommersi e i salvati. In Storie naturali, Levi sembra essersi messo alla prova a vent’anni di distanza dall’esperienza del lager esclusivamente come scrittore. Molto si è scritto degli influssi e presenza del linguaggio scientifico in Se questo è un uomo, questa lingua aveva il valore di nominare l’innominabile con parole – anche – familiari. Ora Levi sembra voler fare un passaggio diverso, sembra chiedersi se la lingua e l’immaginario della scienza possano divenire letteratura in sé, una lingua nuova, con cui approcciare il mondo: il chimico, testimone e uomo sopravvissuto ad Auschwitz è o no divenuto lo scrittore Primo Levi?

Nel recente e bellissimo articolo di Matteo Marchesini sugli echi manzoniani in Leonardo Sciascia e Primo Levi si legge: «La ragione che guida [Levi e Sciascia] consiste nell’esercizio sistematico del dubbio, il solo argine che abbiamo davanti alla tendenza intrinsecamente sistematica di qualunque potere». La stessa ragione, lo stesso esercizio sistematico del dubbio deve aver accompagnato Primo Levi davanti a se stesso, lungo tutto il percorso di ri-costruzione di sé; la stessa logica deve avere arginato l’orrore vissuto, per quanto e per com’era possibile, almeno per quel che bastava a costruire uno spiraglio in cui poter esistere ancora, dopo il campo di concentramento. E per il titanico sforzo fatto nel costruirlo gli saremo per sempre immensamente grati.

Primo Levi

La tregua (Rosi, 1997).

Riferimenti bibliografici
P. Levi, Opere complete, voll. I-II-III, a cura di Marco Belpoliti, Einaudi, Torino 2017-2018.

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Un commento

  1. Alex di Nepi Finzi

    Bellissimo articolo. Grazie per aver condiviso questa esperienza.

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