La paura della morte è qualcosa di arcaico nell’essere umano, tanto che le varie culture e religioni della storia hanno sempre cercato un modo per esorcizzarla o per cercare di aggirarla. L’esempio più emblematico proviene dall’antico Egitto, in cui i faraoni venivano sepolti in tombe monumentali, le piramidi, assieme ai loro tesori più preziosi e dopo un complesso processo di mummificazione, teso a fare in modo che il defunto potesse risorgere nell’aldilà. Nella lunga storia dell’umanità, questa paura non si è mai estinta e per molti avere fede in una possibile vita dopo la morte, non è abbastanza. Così è nata una nuova fede, quella nella scienza e nella possibilità di trovare modi sempre più sofisticati per cercare di eludere il nostro destino mortale.

Nel libroPerché moriamo. La nuova scienza dell’invecchiamento e la ricerca dell’immortalità” il premio Nobel Venki Ramakrishnan realizza un excursus scientifico, lucido ma anche straordinariamente filosofico, sui vari studi che da anni stanno cercando un rimedio al processo di invecchiamento e, addirittura, alla morte in quanto tale. Quando si parla di questi temi, il rischio è di imbattersi in studi pseudoscientifici che assicurano che siamo vicinissimi all’obiettivo di fermare l’invecchiamento o la morte. Secondo alcuni, siamo semplicemente abituati a pensare come inesorabile il processo che ci avvicina sempre di più alla morte, ma non deve necessariamente essere così per sempre.

Cercando di interpretare al meglio il linguaggio spesso tecnico di Ramakrishnan, capiamo che la scienza ha fatto enormi passi avanti nella comprensione della biologia umana, dell’invecchiamento e nella cura delle malattie a esso collegate. L’aspettativa di vita nei Paesi industrializzati si è allungata notevolmente e questo ha comportato l’urgenza di capire come poter “migliorare” la vecchiaia, ossia come fare in modo che gli anziani possano rimanere autonomi e abbastanza in salute per più tempo possibile. Ramakrishnan riferisce che l’aumento demografico della popolazione anziana è quasi del 20 % nei paesi a più alto reddito e raddoppierà entro il 2050. Allo stesso tempo, si fanno sempre meno figli e ciò comporta uno sbilanciamento tra la popolazione “attiva” che produce reddito, e quella “passiva”, gli anziani in pensione appunto, che in molti casi hanno bisogno di cure costose e assistenza giornaliera anche per vent’anni di vita.

Viene da sé che studiare le buone pratiche per vivere in salute il più a lungo possibile non è una cosa sbagliata, anzi, è necessaria per ripensare il modello pensionistico attuale e nuovi modi per far sì che gli anziani siano una risorsa e non un peso per la società. Ma quanto in là è giusto spingersi? Qual è il confine tra le buone pratiche per rimanere in salute e l’estremismo di una certa scienza che ci vorrebbe efficienti come dei robot? Mi è venuto spontaneo chiedermelo guardando il documentario Don’t Die: l’uomo che vuole vivere per sempre, uscito su Netflix nel gennaio 2025. Già a partire dal titolo le mie perplessità si sono fatte sentire ma ho cercato comunque di approcciarmi, il più possibile, senza pregiudizi.

Bryan Johnson è un ricco imprenditore americano, diventato famoso per il suo progetto “Blueprint”, che si propone di rallentare o, meglio ancora, fermare il processo di invecchiamento. Come racconta lui stesso nel documentario, per la sua routine giornaliera che comprende vari passaggi seguiti con rigore ossessivo, spende ben due milioni di dollari all’anno. Dal momento in cui si sveglia, l’imprenditore comincia ad assumere svariati integratori e medicinali, come la rapamicina, la cui efficacia sulla riduzione dell’invecchiamento nell’uomo non è stata ancora provata. Parliamo di centinaia di pillole al giorno. Il suo sonno viene attentamente monitorato e diventa l’ennesima performance giornaliera che il suo corpo, analizzato e scandagliato in tutti i modi, deve superare.  In questo programma, il suo corpo, i suoi organi e il suo sangue, vengono continuamente sottoposti a visite ultra-approfondite che hanno lo scopo di raccogliere dati per capire se l’uomo sta o meno invecchiando, di quanto e come poter ridurre ulteriormente questo processo. Nel documentario Bryan parla spesso di “Best personal record” per riferirsi a certi parametri biologici raggiunti. 

Naturalmente ci sono anche ore di esercizio fisico giornaliero e un regime alimentare estremamente rigido e ristretto. Praticamente tutta la sua vita ruota attorno all’applicazione di questo protocollo sperimentale, messo a punto dal suo team. Ma la cosa per me più interessante, è stato ascoltare Bryan che racconta del sollievo provato nello “spegnere” il suo cervello: la sua vita è affidata a un computer, un algoritmo e un team di medici e scienziati pagati profumatamente per dirgli cosa deve fare, quanto deve dormire, come allenarsi, quali cibi mangiare e quando. Bryan è felice di non dover più pensare e dice esplicitamente che è come se il suo cervello fosse morto: “Ho trovato molto più sollievo mettendo al secondo posto la mia mente e al primo posto il corpo, che in qualsiasi altra cosa”. Se le sue parole vi sembrano inquietanti o la trama di un episodio di Black Mirror, ricordate che Bryan non è il solo a coltivare a suon di milioni il sogno di vivere per sempre.

Ramakrishnan nell’undicesimo capitolo del suo libro, dal titolo emblematico “Folli o visionari?”, ci spiega che esistono diverse correnti di pensiero che studiano modi per sconfiggere la morte. Nell’epoca in cui l’Intelligenza Artificiale crea reel divertenti su Instagram o apre account di influencer digitali che sembrano veri, la corrente che forse va per la maggiore è quella dei transumanisti che hanno l’obiettivo di superare completamente i limiti imposti dal corpo umano. Queste persone stanno cercando dei modi per preservare le nostre menti e coscienze. In particolare, stanno lavorando a una tecnologia con cui sarà possibile scaricare in un computer le informazioni contenute nel cervello umano: coscienza e ricordi saranno salvate dall’oblio della morte, teoricamente per sempre.

Abbandonare i limiti del corpo umano è un obiettivo di importanza cruciale per i transumanisti, che vedono il futuro dell’umanità, o di quello che ne resterà, impegnato in lunghi viaggi spaziali. Assumendo una prospettiva totalmente antropocentrica, queste persone ritengono che non abbia senso un universo senza l’intelligenza degli esseri umani ad apprezzarlo, dunque è fondamentale preservarla. Così nascono i centri di crioconservazione, aziende private che al costo di qualche migliaio di dollari ti permettono di congelare in azoto liquido il corpo o anche solo il cervello. I transumanisti sono convinti che basti mettere in salvo quello per poter conservare le connessioni tra tutti i miliardi di cellule cerebrali e ricostruire poi il cervello della persona. In sostanza, i transumanisti pensano al cervello umano come nient’altro che un computer, solo un po’ più complesso.

Secondo l’autore del libro, ci sono diversi problemi e lacune logiche in questa visione, lacune che i transumanisti credono di poter colmare nel tempo e con l’avanzare della moderna scienza e tecnologia. Ma l’aspetto che mi sembra più interessante sottolineare di questa prospettiva, è la riduzione dell’essere umano e della sua vita a una macchina guidata da impulsi elettrici che potremmo riprodurre artificialmente, facendo così a meno del corpo. In questa visione viene completamente derubricata la questione fondamentale della relazione che intercorre tra cervello e corpo: «La sua motivazione è fortemente influenzata dagli ormoni, che originano dagli organi, e comprende bisogni fondamentali come la fame, ma anche i desideri fini a sé stessi. I piaceri che prova derivano principalmente dal corpo» (Ramakrishnan 2025, p. 240). I desideri fini a sé stessi non sono contemplati nella visione transumanista. Mangiare un buon pasto, apprezzare un’opera artistica, abbracciare una persona amata. Non posso fare a meno di ripensare alle parole di Bryan Johnson e al suo sollievo nello spegnere il cervello e lasciarsi guidare da un algoritmo estremamente efficiente che non prevede deviazioni “inutili”.

In questa nuova versione dell’essere umano, auspicata da qualcuno, riscontriamo l’immortalità del corpo in cambio della morte del desiderio. Per dirla con il linguaggio psicoanalitico, questi nuovi soggetti sarebbero privi di inconscio, “salvati” dall’esperienza divisiva e a tratti straziante del desiderio. Riferendosi a questo fenomeno lo psicoanalista Massimo Recalcati, si è espresso in termini di una vera e propria “mutazione antropologica”: «L’uomo senza inconscio sarebbe l’uomo ridotto all’efficienza inumana della macchina, al suo funzionamento automatico, privo di desiderio» (Recalcati 2010, p. 3). Quali sarebbero le implicazioni di una società senza inconscio? Mi vengono in mente solo film di fantascienza dove il mondo è rappresentato come un posto grigio, le macchine hanno preso il sopravvento e le persone hanno perso il senso della propria umanità. 

Comunque, come spiega perfettamente Ramakrishnan, attualmente non ci sono prove del fatto che la crioconservazione del corpo o anche del solo cervello funzioni, semplicemente non disponiamo ancora della tecnologia e della scienza che lo renderebbero possibile. Questo significa che non sappiamo se i metodi attualmente utilizzati per la crioconservazione siano davvero efficaci. Eppure, esistono già persone che hanno scommesso sul futuro e che si sono fatte crioconservare. Inutile dire che questo solleva dei dubbi etici importanti. Lasciare che questioni così delicate vengano trattate da aziende commerciali private che, per forza di cose, hanno come obiettivo la crescita del profitto e investono molto nel marketing che spesso è aggressivo e poco trasparente, è pericoloso.

Il discorso vale anche per l’industria anti-invecchiamento che negli anni ha continuato a espandersi a dismisura e con ampio profitto, nonostante, come fa notare lo stesso Ramakrishnan, alcune di queste aziende siano attive da tempo senza però lanciare davvero nessun prodotto o tutt’al più, vendendo integratori di dubbia utilità. Com’è possibile? Da sempre, il capitalismo si fonda su un principio fondamentale: creare problemi sulla base delle vulnerabilità delle persone e vendere soluzioni. È innegabile che nella nostra società invecchiare sia un grosso problema. E non parlo solo di malattie che rendono la vita di un anziano difficile e dolorosa o complicano quella dei familiari che devono accudirli, parlo della fobia che abbiamo coltivato verso la condizione della vecchiaia.

Siamo bombardati da pubblicità di prodotti e trattamenti di qualsiasi genere, che promettono di scongiurare il pericolo che i segni del tempo siano visibili su di noi. Creme anti-age, lifting, botox, trattamenti anticellulite, non basterebbe una pagina per elencare le infinte proposte in commercio, tutte finalizzare a farci sembrare più giovani. Tutto questo marketing parte dal presupposto che mostrare i segni della vecchiaia sia un problema, qualcosa di vergognoso e che necessita di tutto il nostro impegno (e i nostri soldi) per evitarlo. L’industria cosmetica e la medicina estetica proliferano come non mai e si abbassa l’età media dei pazienti, soprattutto donne, che richiedono “miglioramenti” per il proprio corpo.

L’attivista e scrittrice Lorella Zanardo, studia da anni questo fenomeno, denunciando in particolare il ruolo dei mass media, i quali abusano delle immagini dei corpi delle donne, oggettivati e sessualizzati, inverosimilmente perfetti e aderenti a un certo standard, per vendere qualsiasi cosa. La rigida selezione da parte dei media nel mostrare solo i corpi aderenti allo standard contribuisce alla mancanza di rappresentazione dei veri corpi delle donne, facendo leva sul bisogno, assolutamente umano, di uniformarsi alla massa. Tale bisogno può portarci a vivere e spendere aspirando a ideali irrealistici e irraggiungibili. Dimentichiamo pure il movimento di body positivity che, invece di mettere in crisi il sistema capitalistico che sfrutta le insicurezze delle donne, è stato prontamente sfruttato dalle stesse aziende che vendono prodotti che ti invitano ad essere più bella, più profumata, senza peli, senza rughe, senza grasso e, a quanto pare, anche senza perplessità riguardo alla coerenza di tali aziende.

La Zanardo si è particolarmente concentrata sulla rappresentazione del volto, mettendo in luce come, con l’avvento dei social, delle app di fotoritocco, e degli avatar, la tendenza ad aderire a standard di bellezza fortemente contrassegnati dal conformismo, ci sta spingendo inesorabilmente verso una vera e propria omologazione dei tratti e una decisa negazione dei segni del tempo. È chiaro che deviare da questi standard comporta la sperimentazione di un senso di esclusione sociale, di disagio e angoscia. Dunque, l’attivista si chiede: “Quale ricaduta ha sulle nostre vite la manipolazione del volto, non parte qualsiasi del corpo ma il “luogo” stesso che ci rende unici, che fa di noi delle persone?”.

Lo scopo del discorso non è certo quello di porre dei divieti o fare del moralismo, ma quello di stimolare una discussione collettiva e necessaria sui cambiamenti che stanno attraversando la società umana e il nostro modo di concepire la vita. La percezione diffusa per cui “vecchio è brutto”, che si applica alle persone tanto quanto agli oggetti, è qualcosa di naturale e inevitabile o è un concetto indotto? Qual è davvero la necessità di prolungare i nostri anni di vita o di diventare immortali e che effetto avrebbe sulla società e sul pianeta già sull’orlo del collasso?

Non è facile rispondere a questi interrogativi ma dobbiamo quantomeno porci in maniera seria il problema. Certo non possiamo realisticamente aspettarci che aziende che traggono profitto dal fatto che non ci facciamo certe domande, ci mettano davvero in guardia dalle possibili ripercussioni di cambiamenti sociali e antropologici così importanti. Dobbiamo inoltre considerare che, almeno inizialmente, qualsiasi trattamento che ritardi l’invecchiamento o addirittura sconfigga la morte, non sarà accessibile a tutti ma solo alle persone con ampia disponibilità economica. È facile capire che queste persone sono le stesse che oggi stanno spingendo tanto sulla ricerca anti-invecchiamento, facendo passare il messaggio che sia un obiettivo importante per l’umanità intera.

Ramakrishnan li individua principalmente nei “tecno-guru miliardari della Silicon Valley”, che trattano la questione come fosse semplicemente un altro problema ingegneristico da risolvere. Non solo, come sottolinea lo scienziato, la velocità con cui queste persone hanno raggiunto (e continuano a raggiungere) obiettivi nell’ambito della tecnologia, li porta ad assumere un atteggiamento impaziente che non lascia spazio a domande etiche o esistenziali. La stessa fretta e conseguente superficialità è stata adottata vent’anni fa con il lancio dei social media, con conseguenze sociali, politiche e antropologiche che non abbiamo avuto il tempo di prevedere. A oggi sembra che stiamo facendo lo stesso errore con l’intelligenza artificiale messa prematuramente alla portata di tutti:

Non si può che rabbrividire all’idea di applicare lo stesso metodo a qualcosa di così profondo come l’invecchiamento e la longevità. Questi entusiasti miliardari della tecnologia sono per lo più uomini di mezza età […] che si sono arricchiti molto presto, godono del loro stile di vita e non vogliono che la festa finisca (Ramakrishnan 2025, pp. 249-250).

Curioso che si tratti quasi sempre di uomini bianchi, vero? Il sospetto, dunque, è che la ricerca anti-invecchiamento portata avanti da questi soggetti, non sia davvero una risorsa per l’umanità, ma sia l’ennesimo progetto egoistico che pagheranno tutti ma di cui beneficeranno in pochi. Inoltre, c’è da chiedersi se davvero allungando la nostra vita di qualche anno o addirittura illimitatamente saremo più felici. L’autore nutre seri dubbi a riguardo, peraltro assolutamente condivisibili, soprattutto se notiamo che spesso la nostra vita, seppur attualmente è unica e finita, scorre frenetica e la diamo totalmente per scontata. Spesso ce ne rendiamo conto solo quando stiamo troppo male o addirittura rischiamo di perderla. Forse dovremmo fare come Troisi nel film Non ci resta che piangere che, al lugubre promemoria del frate “Ricordati che devi morire!”, risponde “Mo’ me lo segno”. In altre parole, sarebbe più interessante unire le forze per ripensare a un nuovo modello di società in cui, più che una vita lunga, ci sia concesso di vivere una vita larga. 

Riferimenti bibliografici
M. Recalcati, L’uomo senza inconscio, Raffaello Cortina Editore, Milano 2010.

Venki Ramakrishnan, Perché moriamo. La nuova scienza dell’invecchiamento e la ricerca dell’immortalità, Adelphi, Milano 2025.

Tags     desiderio, morte, Recalcati
Share