Nell’installazione che ha rappresentato l’Arabia Saudita alla Biennale di Venezia 2019, l’artista Zahrah al-Ghāmdī ci invitava a entrare in uno spazio sospeso: decorazioni in pelle che simulavano la texture cangiante del corallo si affollavano su pareti ondulate e retroilluminate, a disegnare corridoi di un impossibile fondale. Si camminava in questo paesaggio e poi si ritornava smarriti al mondo esterno dell’Arsenale, increduli nel trovarlo strano e nel ritrovarlo. Siamo evasi dalla realtà o l’abbiamo scoperta per la prima volta? Il titolo dell’opera, Ba‘da Tawahhumin (بعد توهم), Dopo l’immaginazione, è un esplicito riferimento alla poesia delle Mu‘allaqāt, le liriche appese, secondo la tradizione, sulle porte della Ka‘ba in epoca preislamica. Tornato «dopo vent’anni di assenza» all’accampamento dell’amata, il poeta Zuhayr ibn Abī Sulmā può riconoscere la sua casa in rovina solo «dopo averla immaginata (ba‘da tawahhumin)». ‘Antarah ibn Shaddād – un altro dei sette mitici autori del canone – fa eco a Zuhayr con un incipit dal sapore quasi hölderliniano: «Hanno lasciato qualcosa ancora da riparare i poeti? E tu, hai riconosciuto la casa dopo averla immaginata?». 

Al-Ghāmdī distilla nella sua opera ciò che di questi versi ci strania: il senso di un rapporto dell’arte con la rovina e di entrambe con l’immaginazione che abbiamo apparentemente archiviato. L’arte salva perché salda, senza mai accontentarsi di stare davanti a un mondo in macerie; e salda perché immagina, davanti al frammento, l’intero che è stato o che anche solo avrebbe potuto essere.  «Non è possibile sistemare i pezzi per chi non abbia in testa una forma d’insieme», scriveva Montaigne (2012) . Eppure, proprio di questa saggezza diffidiamo costantemente: non solo davanti alle grandi rovine di guerre che infatti non sappiamo concludere, e di un pianeta sistematicamente distrutto dalla perseveranza in una forma dell’abitare; anche al cospetto del piccolo rovinio quotidiano delle nostre vite e istituzioni, che non ci stanchiamo di affidare al solo sapere “tecnico” e sempre angolare degli specialismi.

In questo la filosofia ha le sue responsabilità. Da quando Platone ha bandito i poeti dalla sua città confondendoli con le Sirene, i filosofi non possono ritenersi innocenti della crisi dell’immaginazione che oggi viviamo. Abbracciare il tutto viene da principio rivendicato come compito loro, ma immaginarlo, e cioè indicarlo anticipatamente – ci avvertono le Mu‘allaqāt – è e non può che essere vocazione di artisti e poeti. Dimenticarsene, convertendo l’alleanza di pensiero e poesia in una disputa, significa per la filosofia fallire in realtà anche la propria missione, e condannarsi a censire rovine che nessuno può più riconoscere o riparare. 

Abbiamo bisogno di immagini, miti, visioni. Non per negare i meriti della ragione e i suoi indubbi traguardi. Semmai, per riguadagnarla con un senso dei suoi limiti e del suo resto, e di nuovo aprire gli occhi a ciò per cui essa, in quanto tentativo di rapportare (ratio) il tutto all’uomo, arriva sempre troppo tardi. Restando vigili a che il sogno non generi mostri, dobbiamo ridiscendere al gioco inaugurale delle immagini; se la “macchina mitologica” (Jesi) può infatti convertirsi in un dominio ancora più insidioso dell’uomo, la paura dell’errore non deve nondimeno autorizzare – ci insegna Hegel – la paura della verità: forse anche nell’avvenire possibile di nuovi mythoi, ma senz’altro nella loro ostinata negazione, l’Occidente di oggi sembra destinato soltanto a girare a vuoto.

I grandi pellegrini della luce orientale – da Henry Corbin a René Guénon, a Titus Burckhardt – sono lì a ricordarcelo: la prosa occidentale del mondo è in realtà un mondo disintegrato, e pretendersi così lucidi da estromettere ogni divina mania significa in realtà essere così ebbri di ragione da far deragliare in fantasia il reale. Ce lo ricorda Heidegger, con la sua fraintesa e così spesso ideologizzata critica del moderno. Perfino lui – non bisogna dimenticarlo – quandoquidem dormitat davanti al potere sovrano dell’immaginazione; ma accanto allo Heidegger figlio nonostante tutto di Platone, che dal «cielo grigio» «del suo isolotto in perdizione» (Corbin 1981) fa delle immagini «ancore di salvezza per una assenza di immagini che viene tentata, anche senza riuscire» (Heidegger 2011), c’è uno Heidegger che ha potuto allevare lo sguardo corbiniano, riconoscendo ai poeti il merito di «nominare il sacro (das Heilige)» (Heidegger 2002), ossia di pronunciare una parola che guarisce (heilt) e tiene insieme le cose. Soltanto dentro l’ininterrotto dialogo di pensare e poetare («vicini su monti separatissimi») il dire della filosofia resta in definitiva per lui sano e praticabile; reciso il rapporto con una poesia che inaugura, apre, addita, essa resta per contro solo come ricamo ed esercizio epigonale.

Senza arte e senza poesia, soprattutto, sarà – è – l’«epoca dell’immagine del mondo» (Heidegger) e della «società automatica» (Stiegler). L’epoca di Moira, direi, ancora più disperatamente: il destino di separazione che assegna a ogni cosa il suo filo fatale e che converte il mondo nella stasi di una immagine. Moira soffocherà i possibili e cancellerà le metamorfosi, perpetuerà in eterno gli ordini esistenti ed eroderà ambiti di decisione. Come Moira, la macchina delle narrative cristallizzate e degli apparati ci convocherà nei suoi ingranaggi, e l’essere umano – per quanto ciò ci appaia sempre meno paradossale – non potrà che arrendersi a un sistema che ha innanzitutto messo in moto. Immemori di come iniziare, sapremo soltanto finire, e rischieremo così di avverarci come gli “occidentali” nel senso in assoluto più letterale e tragico.

Rigenerarci nel fermento immaginativo dell’arte e tornare a guardare il mondo da quella sarà allora forse l’unica opzione. Con tropi e metafore dovremo disfare il lavoro di Atropo, e intramare in modo inaspettato i suoi fili. Dopo l’immaginazione ritroveremo la forza dell’inizio – non come archeologi di un passato che è stato, ma come avventurieri di un nuovo costruire. «Dopo l’immaginazione (ba’da tawahhumin)» vorrà dire: di nuovo prima di un mondo statico, frammentato – morente. Prima di un destino e le sue ferme immagini.

Riferimenti bibliografici
H. Corbin, De Heidegger à Sohravardî, in C. Jambet, a cura di, Cahier de l’Herne: Henry Corbin, L’Herne, Paris 1981.
J. Guardi, H. Benchina, a cura di, Le muʿallaqāt. La poesia araba prima dell’Islam, Almutawassit, Milano 2023.
M. Heidegger, Poscritto a “Che cos’è metafisica?”, in Segnavia, trad. it. a cura di F. Volpi, Adelphi, Milano 2002.
Id., Cenni, in Dall’esperienza del pensiero (1910-1976), trad. it. a cura di N. Curcio, il melangolo, Genova 2011.
M. de Montaigne, Dell’incostanza delle nostre azioni, in Saggi, trad. it. a cura di F. Garavini e A. Tournon, Bompani, Milano 2012.

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