Semmai un giorno si farà, muniti di strumenti più accurati e protetti da una maggiore distanza di sicurezza, la ricognizione e l’esame dei post, dei ricordi, delle fotografie che sono stati scritti e pubblicati in rete, sui social e sulla stampa a partire dal 12 luglio, giorno della morte di Goffredo Fofi, si potrà maggiormente precisare e puntualizzare quella che ci sembra essere al momento una linea dominante, salvo ovviamente poche eccezioni e significativi silenzi. Nella maggioranza delle foto lo vediamo brandire il bastone e inveire; la biografia si riduce all’essenziale; i tanti che avevano accesso alla sua tavola, ricordano le sue abilità culinarie in menu di verdure che mescolava sapientemente ricette napoletane e palermitane. Del fatto che da anni avesse fatto del vegetarianesimo la sua disciplina di vita non c’è traccia, e guai ad interrogarsi sulle ragioni di questo. E tanto più a citare o rimandare ai tanti saggi e libri che ha scritto sull’argomento. Questa, la scelta vegetariana, può essere presa come una delle tante chiavi di accesso che ci aiutano a scappare lontano da processi già in atto di folclorizzazione o banalizzazione, di costruzione del santino del rompiscatole o del bastian contrario obliterando totalmente la complessità che accompagna le persone in genere e questa in particolare.
La strada del vegetarianesimo infatti ci permette di entrare in un mondo “politico” fatto di etica e di morale che vivevano incarnati nella pratica quotidiana di un’intera esistenza. Erano decenni che Fofi non mangiava nulla «che abbia gli occhi», diceva lui, parole che usò come titolo per un libro (Contrasto, 2022). Tolstoj e Capitini non sono solo letti o evocati, ma praticati. Allo stesso modo non si è contro il dominio quasi assoluto del mercato solo a parole o come presa di posizione ideologica, ma riducendo i consumi al minimo, evitando ogni spreco, muovendosi nella linea dell’essenziale e del necessario. Opponendosi in tutti i modi al mondo com’è. Prendendone le distanze perché fa schifo per l’enormità del divario sociale, per l’oppressione esercitata sugli ultimi, i poveri e i diversi, perché riduce sempre di più alla fame e alla miseria chi già vive nel disagio, mentre i ricchi vengono sempre più garantiti nei loro agi. È necessario, quando non indispensabile, far sentire la propria voce di non assuefatti e di non sottoposti.
Una battaglia cominciata a Cortile Cascino al seguito di Danilo Dolci, dove si recò forte del magistero di Aldo Capitini, che gli servì per confrontarsi con la miseria, con la vita marginale, con la povertà assoluta e con il desiderio di fare e agire per ribaltare una situazione inaccettabile. Per cambiare il mondo.
Un attivismo e un lavoro di base vissuto sulla sua pelle in un cammino testimoniato in numerosi libri e in una marea di articoli di cui una sintesi essenziale è stata raccolta da Emiliano Morreale in Sono nato scemo e morirò cretino. Scritti 1956-2021 (minimumfax, 2022).
Quando lasciò la Sicilia si impegnò nella ricerca di un nuovo luogo per l’azione democratica immaginandolo in centro Italia (vedi Strana gente. Un diario tra Sud e Nord nell’Italia del 1960, Donzelli, 2011) e poi scelse Torino per lavorare con il Mezzogiorno degli emigranti e da cui nacque L’immigrazione meridionale a Torino (commissionato da Einaudi, rifiutato e pubblicato da Feltrinelli nel 1961); per approdare infine a Napoli nel 1972 dove, con un gruppo di militanti, animatori e maestri, fondò la Mensa dei bambini proletari.
Ma quelle battaglie proseguivano in parallelo anche attraverso il cinema e defluirono successivamente in una sempre più ampia idea di politica culturale e sociale mettendo in atto la pratica dell’attivismo minoritario.
Quello che noi più profondamente auspichiamo è che possa esistere un cinema militante fatto direttamente dai gruppi e dai proletari, e che al suo fianco possa crescere un cinema […] fatto da gruppi di realizzazione o da singoli autori per circuiti “secondari”, e che questi gruppi e autori possano legarsi al cinema militante prestandogli la loro competenza e il loro aiuto, realizzando anche per il cinema militanti mentre proseguono intanto la lotta sul fronte della cultura borghese da confutare, distruggere, sostituire, e quella per una cultura alternativa e nuova.
Queste erano le righe finali del suo primo libro del 1971, Il cinema italiano: servi e padroni. E aggiunge in conclusione:
Ma è prevedibile che chi potrà operarvi efficacemente potrà essere soltanto colui che tenta efficacemente di ritrovare un senso alla sua opera superando il suo individualismo e soggettivismo e sbaraccando i puntelli della sua falsa coscienza e delle sue meschine giustificazioni.
L’omissis quadre della prima citazione riguarda un riferimento particolare: il fatto che tutto questo è «al servizio della rivoluzione»; certo, il clima dell’epoca e la partecipazione alle lotte extraparlamentari influiva, ma l’idea di rivoluzione non rimarrà un semplice rimando contestuale e un’adesione cronologica agli anni in cui il libro fu scritto: quel termine è stato negli anni declinato e sostituito con “alternativa”, “cambiamento”, “trasformazione”, ma tutti connessi a una radice concreta, contestativa, legata all’azione e al fare… e sempre più quello che era il movimento di un tempo viene riscritto e ricollocato in un’area d’azione precisa, quella delle minoranze attive che diventeranno il suo riferimento principale nel costruire relazioni e scambi, tra militanza e partecipazione dal basso. Coinvolgendo sempre più giovani in numerosi progetti di riviste per l’analisi critica della società e della cultura.
Cultura che diventerà il suo campo privilegiato di battaglia: cinema, teatro, letteratura, in una parola l’arte diviene il luogo dello scontro, del conflitto di “classe”, dello schieramento politico tra una retroguardia letteraria chiusa in sperimentazioni insignificanti o esercizi puramente linguistici e un tentativo di leggere e interpretare il mondo, cosa che la grande arte ha fatto da sempre. Non a caso raccolse una parte consistente dei suoi articoli in un libro che sarà un bestseller, intitolato significativamente Capire con il cinema (1977), e solo qualche anno dopo, agli inizi degli anni ottanta, lanciò la rivista “Linea d’ombra” che unificava tutte le arti e aprì la strada a autori, film, dibattiti che poi raggiunsero gran parte dell’editoria italiana.
Intanto, negli anni di fine secolo, il capitale procedeva e diffondeva l’illusione di una felicità a portata di mano e a disposizione di tutti, purché partecipessero alla catena di produzione dei consumi sempre più illimitata e dilagante. E in questo l’arte assumeva un ruolo privilegiato come ricompensa o facile risarcimento ad ogni ferita narcisistica o insoddisfazione generazionale o meno, come una sorta di sfogo delle soggettività per favorire la costruzione di questo finto paradiso in terra, alimentando un inganno perpetrato. E in molti, anziché prenderne le distanze così come lui praticava e predicava, se ne fecero guardiani attenti e partecipi, si trasformarono in attori che ambivano al protagonismo rendendo sempre più capillare e diffusa la macchina del disimpegno e della distrazione, del vuoto e dell’accondiscendenza, attenti a non perdere nessuno dei privilegi acquisiti.
Ma la soluzione era altrove: questo mondo lo si poteva combattere con un’alternativa che spingeva le persone ad essere vive e attive, a fare gruppo, a discutere lontano da questi miraggi, in minoranze vaccinate dalle seduzioni del successo e delle ricchezze.
Oramai la cultura è divenuta “oppio del popolo”, come sostiene nel volume omonimo (Elèuthera, 2019), serve ad aiutare coloro che non ambiscono ad altro che a salire su questa giostra e sentirsi così importanti e “arrivati” grazie a una paginata, dove si crede che gli intellettuali siano coloro che vanno in televisione o scrivono sui giornali fatti da chi ha perso ogni obbiettivo pedagogico di conoscenza e di verità.
E questa è la storia di tanti che pur venendo dal suo magistero preferiscono i megafoni del potere, compiaciuti, senza «vergogna» né «sensi di colpa», per citare esattamente i due termini che Fofi usa nel libro.
Certo, gli attivi, i “giusti” ci sono, e non sono solo i maestri di ieri, ma anche i tanti di oggi che cercano individualmente o in gruppo di non accettare il presente, di non aver paura di essere esclusi dai salottini del midcult, ma ritrovano la propria forza facendosi voce del dissenso o riconoscendosi in una minoranza attiva e alternativa.
E quando non è asservita alle regole del potere, al compiacimento soggettivo, agli interessi e ai privilegi della propria categoria, l’arte può ricoprire ancora un ruolo fondamentale, attivo e costruttivo. Infatti è con queste parole che nel 2015 conclude Il cinema del no (elèuthera):
Non si può che essere in qualche modo anarchici o, come voleva uno dei miei maestri, «cristiani senza chiesa, socialisti senza partito». Pe me, le due opzioni sono oggi la stessa. Di fronte alla crescente disumanizzazione del mondo, gli orrori che ci circondano e si preparano, anche l’arte ha un ruolo da svolgere. Ma si tratta allora di ridefinire la sua natura e i suoi compiti, come ogni epoca ha fatto e la nostra rifiuta di fare consegnandosi al mercato anche in questo campo. Il cinema non è importante, quel che importa è la vita. Ma anche il cinema ha avuto un ruolo da svolgere non negativo, non manipolatorio e drogato, e può continuare ad averlo se, facendolo, si hanno idee chiare sul contesto e sulle regole che chi ha soldi e potere cerca di imporgli. Sul mondo che vorremmo, sulle cose per le quali bisogna tornare a lottare, sul nostro bisogno di libertà e di comunità.
Goffredo Fofi, Gubbio, 15 aprile 1937 – Roma, 11 luglio 2025.
*Foto di Francesca Leonardi (Internazionale).