Partiamo da un esempio di tecnofobia. Una delle più importanti divulgatrici pediatriche, Pediatra Carla (più di mezzo milione di follower), una specie di autorità per i genitori Millennials, ha pubblicato recentemente un video per rispondere a quei genitori che, optando “per un’infanzia device free”, si chiedono se le videochiamate con i nonni o amici lontani possano essere dannose per i figli. Carla ha molte rassicurazioni e tante certezze: il bambino in quel caso non interagisce con il dispositivo ma con una persona che conosce e con cui può comunicare, “si tratta a tutti gli effetti di una interazione umana”. In questo caso l’utilizzo del dispositivo non è addictive, sostiene Carla, e proprio per evitare questo effetto è importante non dare il cellulare in mano al bambino, e quindi tenerlo appoggiato di fronte a lui. Guardare ma non toccare si sarebbe detto un tempo.

A confermare le parole della divulgatrice il video in cui una bimba in modo composto (appuntatevi questo corsivo) lancia un bacio verso lo schermo mentre un adulto le tiene di fronte lo smartphone. Il contenuto di Pediatra Carla, che rientra a tutti gli effetti nelle forme di divulgazione scientifica sempre più presenti in rete, dimostra come un’alfabetizzazione mediale e digitale sia oggi urgente e necessaria. Il libro di Gallese, Moriggi e Rivoltella si muove proprio in tale direzione e restituisce importanti ricerche, nel campo delle neuroscienze, della filosofia e della pedagogia, in una forma accessibile a qualsiasi lettore. Insomma, il libro si rivolge agli stessi follower della pediatra più famosa del web, e forse sarebbe il caso di prestare attenzione.

Il contenuto divulgativo citato ovviamente svolge la funzione di caso paradigmatico della tecnofobia: non solo articola temi e concetti che potremmo dire sono la base per qualsiasi discorso tecnofobo – la questione del corpo (declinata nella versione di “addiction”), la questione della superiorità e corruttibilità dell’umano, il tema del divieto e delle regole prescrittive – ma lo fa appoggiandosi a presunte evidenze scientifiche, in questo caso implicite, dovute al fatto che chi parla è considerato un esperto.

Questa postura rientra in quella tendenza più generale, di cui parlano gli autori nell’introduzione, ad utilizzare evidenze scientifiche, ed in particolar modo neuroscientifiche, per sostenere la pericolosità delle tecnologie digitali, portando ad un’accettazione passiva di tali affermazioni. A tutto ciò fa da premessa l’idea che l’esperienza dei media e della tecnologia varia a seconda del contenuto. Non c’è bisogno di disturbare le teorie della mediazione, per sapere che non esiste un’interazione a tutti gli effetti umana che non sia mediata da una tecnologia (all’origine fu il linguaggio); e almeno da McLuhan in poi, sappiamo che il medium è il messaggio, cioè che il vero contenuto del medium non è il bacio della nonna, ma la nonna che ti manda il bacio attraverso lo schermo e tu baci lo schermo per baciare la nonna, ovvero l’esperienza che quel dispositivo tecnico configura.

Senza voler sembrare più apocalittica di Pediatra Carla, parlare con la nonna di persona non è la stessa cosa che parlarle via smartphone: in entrambi i casi si tratta di un’esperienza a tutti gli effetti umana, in entrambi i casi si tratta di un’esperienza mediata da una tecnica e la tecnica istituisce ambienti e relazioni diverse. Insomma non è che lo smartphone è cattivo se guardo i video, ed è buono se devo parlare con la nonna. Lo smartphone in ogni caso fa lo smartphone e istituisce un certo tipo di ambiente intorno a noi.

Cosa è dunque che ci fa paura della tecnologia? Innanzitutto la delega, ovvero l’idea di perdere qualcosa che reputiamo essere prerogativa dell’essere umano e di affidarlo completamente alla tecnica. Da qui la necessità di riaffermare, attraverso il buon senso, la centralità dell’essere umano. Scrivono gli autori:

Detto in altri termini, un uso oculato dovrebbe consentirci una proficua interazione con le tecnologie. Senza esagerare (abuso), ovviamente. Altrimenti finiremmo per delegare alle macchine troppo di ciò che consideriamo antropologicamente ed eticamente umano (p. 90-91).

La domanda filosofica sull’essere umano non può quindi essere elusa da un qualsiasi pensiero che vuole indagare il rapporto dell’essere umano con la tecnica, andando oltre ogni dicotomia o facile opposizione. In questa direzione particolarmente utile risulta quell’approccio interno alla teoria dei media che va sotto il nome di “archeologia dei media”, quale vero e proprio antidoto alle tentazioni tecnofobiche. Questo lavoro di scavo, che permette di risalire alle origini culturali e concettuali dei media contemporanei, rende possibile un decentramento (p. 116) dal presente e dalla sua pervasività, conducendo «all’emancipazione dall’inganno prospettico del presentismo» (p. 117). In questo modo da un lato si supera quella nostalgia per i “bei tempi andati”, perché ci ricorda che non esistono tempi senza tecnica, e dall’altro si coglie nel passato un archivio di potenzialità, che può costituire un serbatoio per immaginare degli scenari, nonché degli sviluppi tecnologici, alternativi a quelli presenti. Uno, infatti, dei rischi concreti della configurazione economico-mediale contemporanea, dicono gli autori, è che preoccupati degli strumenti, ci facciamo ingabbiare nelle maglie del capitalismo digitale, quale unica via possibile allo sviluppo tecnologico contemporaneo.

Ma forse la cosa che più ci fa paura della tecnologia contemporanea è la sua capacità di ibridarsi ed entrare in risonanza con il nostro corpo. «Il corpo è il nostro primo medium» (p. 21), si legge nel testo, e una delle più importanti conquiste delle neuroscienze contemporanee è proprio quella di aver mostrato il funzionamento del sistema cervello-corpo. Scrivono gli autori:

Non possiamo parlare solo di cervello, ma di cervello-corpo, situato nel contesto fisico e sociale che ha modellato la sua evoluzione. È grazie a questa visione che oggi possiamo comprendere la dimensione sociale di noi esseri umani, non esclusivamente concepita in termini linguistico-cognitivi, ma come espressione della nostra natura corporea relazionale (p. 28).

Ritorniamo allora, di nuovo, all’esempio tecnofobico da cui siamo partiti. Lo smartphone non si deve toccare, perché basta pochissimo a generare quel circolo di azione-retroazione, del sistema corpo-cervello (e quindi l’addiction) su cui si fonda il funzionamento stesso delle tecnologie digitali. Il paradosso, tuttavia, è che quella incontenibile pervasività – provateci voi a fare una videochiamata senza far toccare lo smartphone ai bambini – si basa su una consapevolezza tutta radicata nella tradizione umanistica, ed è ampiamente esplorata dall’arte visiva, prima, e dal cinema poi, ovvero che la visione è multisensoriale e sinestesica. Scrivono gli autori:

La dimensione aptica della visione, descritta in precedenza come metafora, dopo l’avvento dei touch-screen si concretizza in un’esperienza tattile diretta. Il contatto con lo schermo non è più simulato, ma reale. La tattilità della visione si intensifica grazie alle interazioni manuali con lo schermo, che in quei momenti diventa opaco, smettendo di essere una semplice finestra trasparente. Lo schermo si trasforma in una superficie, una pelle su cui le dita dello spettatore si muovono, danzando sopra di essa. Questa modalità performativa e corporea di interazione con le immagini solleva nuovi interrogativi: quanto i contatti corporei con lo schermo influenzano la nostra percezione visiva? In che modo l’opacizzazione temporanea dello schermo, che lo rende tangibile, modifica le nostre risposte di spettatori? Come tutto ciò incide sulla nostra empatia verso le narrazioni che esploriamo attraverso queste protesi tecnologiche? Questi interrogativi, che riguardano il rapporto tra corpo, schermo e immaginazione, rappresentano un terreno fertile per la ricerca neuroscientifica e devono guidare studi futuri (p. 50).

Appare chiaro che i tentativi di risolvere questi interrogativi tramite il divieto e il controllo (p. 139 e seg.) sono illusori e nella pratica destinati a fallire. Si tratta piuttosto di esporre i bambini ai media fin da piccoli, «ma con l’avvertenza di accompagnarli, di fare attività di glossa, di fornire indicazioni e suggerimenti su come orientare e costruire il consumo» (p. 146) e di facilitare lo sviluppo di pensiero critico, responsabilità e resistenza. Allora forse il problema che dobbiamo affrontare, non è la tecnofobia, che possiamo considerare connaturata alla stessa condizione umana e che può essere tradotta nella paura di conoscere sé stessi, in quanto esseri umani; si tratta proprio di andare oltre la tecnofobia e, come recita il terzo punto del Manifesto dell’Oltretecnofobo, pensare con la tecnologia, non contro di essa:

Il populismo industriale non è un destino. L’innovazione non è un pericolo da cui difendersi, ma un’occasione per ripensare i processi cognitivi, educativi e culturali (p. 181).

Vittorio Gallese, Stefano Moriggi, Pier Cesare Rivoltella, Oltre la tecnofobia. Il digitale dalle neuroscienze all’educazione, Raffaello Cortina Editore, Milano 2025. 

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