In concorso all’82ª edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Nühai segna l’esordio alla regia di Shu Qi, nota attrice taiwanese, che qui si confronta per la prima volta con la direzione di un’opera profondamente personale e intima. Il film è un potente ritratto femminile che intreccia memorie transgenerazionali, disillusione familiare e desiderio di emancipazione. Protagonista è Lin Xiaoli (Bai Xiao-Ying), adolescente silenziosa e riflessiva, che vive in un ambiente familiare disfunzionale, oppressa da un padre violento e da una madre succube, incapace di rompere il ciclo di subordinazione perpetrato dal sistema patriarcale vigente nel loro sistema familiare.
Nühai, ambientato nella Taiwan del 1988, si apre con un flashback che introduce la giovane madre della protagonista (9m88 pseudonimo di Joanne Tang Yu-chi) ancora adolescente, una ragazza cresciuta nella campagna taiwanese, desiderosa di slegarsi da un destino già scritto. Tuttavia, il matrimonio con un uomo alcolizzato e abusante (Roy Chiu) la intrappola in una ripetizione del trauma, che si trasmette alla figlia come un’eredità silenziosa. La struttura del film si costruisce così sull’alternanza tra presente e passato, tra sogno/incubo e realtà, in un montaggio contemplativo che richiama la poetica di Hou Hsiao-Hsien, regista con il quale Shu Qi ha a lungo lavorato durante la sua carriera da attrice. I gesti, gli oggetti, i suoni e gli spazi si caricano di senso, trasportando nella loro materialità sospensioni e attese: Lin Xiaoli, ad esempio, più che verbalizzare, osserva, assorbendo il mondo esterno e allo stesso tempo immaginando silenziosamente nel suo universo interiore.
Uno degli elementi più significativi del film è proprio il corpo silenzioso di Lin Xiaoli, con il quale Shu Qi costruisce una grammatica visiva femminile che svincola lo sguardo dalla codifica maschile del desiderio (si pensi, ad esempio, anche al corpo della madre, allo stesso tempo luogo di sofferenza e di rigenerazione possibile). Così facendo Nühai sovverte un punto di vista dominante e propone una soggettività in divenire (Mulvey 1975): come nelle pratiche del cinema di Tsai Ming-liang o di Naomi Kawase, l’identità non si svela in un’esposizione istantanea, ma mediante una lenta e processuale rivelazione.
Figura centrale nell’evoluzione della protagonista è Li-Li (Pin-Tung Lin), compagna di classe tornata dall’estero, che incarna una femminilità più libera e desiderante. Li-Li rappresenta un’alternativa, un modello di alterità che mostra a Lin Xiaoli la possibilità di una vita diversa (come il divorzio dei genitori di Li-Li che, vissuto in maniera traumatica dalla giovane, diventa invece per Lin Xiaoli un possibile atto di liberazione): la nuova visione donata alla protagonista spezza il suo silenzio e le permette di elaborare ulteriormente il percorso di soggettivazione già avviato a livello immaginativo. Il primo atto di parola realmente significativo sarà allora rivolto proprio alla madre, chiedendole di lasciare il marito violento.
Ma Li-Li è anche qualcosa di più: è il doppio simbolico-cinematografico di Shu Qi stessa. Il personaggio richiama in modo evidente le figure da lei interpretate nei primi anni duemila, in particolare in Millennium Mambo (2001). Li-Li è il volto del cinema che Shu Qi ha abitato come attrice e che ora rilegge come autrice: attraverso Li-Li, Shu Qi trasforma il proprio passato attoriale, ogni ruolo interpretato, in una nuova voce: con Nühai, la sua voce si fa finalmente regia. Nühai potrebbe essere inteso come una “performance autobiografica” nel senso elaborato da Gilmore (2001): un atto di messa in scena che permette di rielaborare il trauma e rivendicare la propria soggettività. In questo senso, la scelta di passare dalla recitazione alla regia è un atto di appropriazione dello sguardo e del racconto: come la regista, il personaggio trova la voce – e la possibilità di scelta – solo quando interrompe la dinamica familiare e prende finalmente parola.
Sul piano formale, Nühai si distingue per l’uso raffinato del simbolismo visivo: il motivo degli uccelli in volo, spesso accostati alla madre o alla protagonista, si presenta con funzione allegorica e rappresenta la libertà, la fuga, ma anche la fragilità del desiderio di affrancamento, mai del tutto realizzato. Si pensi all’alternanza tra i volti femminili – silenziosi e trattenuti – e gli uccelli in volo: la giustapposizione di queste due immagini genera una tensione, un terzo significato che non racconta semplicemente l’evasione ma, più precisamente, l’impellente necessità di evasione. Le scelte stilistiche riportano nuovamente alla mente le opere di Hou Hsiao-hsien, soprattutto all’ampio ventaglio simbolico utilizzato dal regista in film come The Assassin (2015).
Come Lin Xiaoli, anche Shu Qi compie un passaggio fondamentale, dall’essere diretta all’essere regista, dal vivere il cinema al costruirlo, restituendo quanto appreso dai registi con i quali ha collaborato durante la sua carriera attoriale. Difatti, il film, come evidenziato con più riferimenti, si inserisce pienamente nella tradizione del cinema asiatico moderno e, in particolare, nel panorama del cinema femminile asiatico contemporaneo: al centro delle sue narrazioni ci sono i corpi, i desideri e le identità che resistono ai modelli imposti.
Riferimenti bibliografici
L. Gilmore, The Limits of Autobiography: Trauma and Testimony, Cornell University Press, Ithaca 2001.
L. Mulvey, Visual Pleasure and Narrative Cinema, in “Screen”, vol. 16, fascicolo 3 (1975).
Nühai (Girl). Regia: Shu Qi; sceneggiatura: Shu Qi; fotografia: Yu Jing-Pin; montaggio: William Chang Suk-Ping, Lai Kwun-Tung; musica: Lim Giong; suono: Wu Shu-Yao, Tu Duu-Chih, Tang Hsiang-Chu; interpreti: Roy Chiu, 9m88, Bai Xiao-Ying; produzione: Mandarin Vision (Yeh Jufeng); distribuzione: Mandarin Vision (Yeh Jufeng), Goodfellas, I Wonder Pictures; origine: Taiwan; durata: 125′; anno: 2025.