Il Newport Folk Festival è uno dei festival folk più importanti d’America. Fondato da Theodore Bikel, Oscar Brand, Pete Seeger e George Wein, ha ospitato nomi fondamentali della musica popolare come Bob Dylan, Joan Baez, Judy Collins, Johnny Cash, Skip James, Peter, Paul & Mary, John Lee Hooker e moltissimi altri. Tra il 1963 e il 1966 sono state registrate tutte le esibizioni di quelle tre edizioni, ma il materiale non era mai stato utilizzato. Ora, grazie al documentario di Robert Gordon, questo incredibile archivio è tornato alla luce.
Come si spiega nei primi minuti del film, il Newport Folk Festival metteva insieme le canzoni folk tradizionali con quelle cantate dai giovani universitari e vedeva la partecipazione dei migliori cantanti gospel, blues e altre espressioni della musica nera. Inaugurato nel 1959 a Newport, Rhode Island, nel giro di pochi anni il festival divenne la fotografia di un’America carica di speranze, che sentiva il bisogno di identificarsi in uno spirito comune che rappresentasse tutte le anime della società, unendole nel desiderio di rendere il mondo un posto più giusto per tutti e migliore per le generazioni future. Questo sogno prendeva forma attraverso le canzoni folk, le cui storie così dirette e semplici diventavano finalmente il mezzo per raccontare il presente, e la musica nera, capace attraverso il blues e il gospel di restituire un’immagine viscerale e intensa del dolore.
Questa dialettica tra il racconto lucido e l’urlo disperato diventava strumento efficace per cantare i propri valori, rappresentando la spina dorsale delle nuove generazioni che riuscivano a riscoprire le proprie radici ma al tempo stesso a far sentire la propria voce. È l’America di Kennedy, delle marce pacifiste e delle bugie raccontate sul Vietnam e sulle politiche razziali. Il festival incarna questi sentimenti e ne diventa la rappresentazione più “autentica” e “pura”, e una canzone suonata con una chitarra acustica in un prato diventa l’unico modo per mostrare la propria anima.
Questa idea di “autenticità” è rimasta intatta per poco. Restituendo tanti piccoli elementi che iniziavano ad essere divisivi, il documentario riesce a raccontare come questo ideale sia andato pian piano in frantumi. A partire dall’esigenza dei cantanti di diventare songwriter, prediligendo la scrittura delle proprie canzoni e tralasciando il repertorio tradizionale, passando per la popolarità di alcuni artisti, diventati ormai delle star che evitavano di dormire nelle case adibite a dormitorio preferendo alberghi di lusso, fino alla scelta di abbandonare gli strumenti acustici per quelli elettrici, il sogno del Newport Folk Festival tramontò presto. Questo racconto culmina in uno degli episodi più noti di tutta la storia della popular music: quando nel ’65 Bob Dylan salì sul palco insieme alla Paul Butterfield Band e stordì il pubblico con quello che era, a tutti gli effetti, il rock’n’roll.
Nel documentario si racconta bene la tristezza di quel momento, mostrando la folla che abbandonava il parco con in sottofondo il suono straziante di un’armonica, suonata da un musicista dello staff nella speranza di alleggerire la tensione. Si spiega che nei backstage le persone piangevano, convinte che fosse tutto finito. Vengono riportate le parole di Joan Baez, scioccata da quello a cui aveva assistito: “Avevo i piedi bloccati, davvero non sapevo cosa fosse successo”. Dylan non viene mai descritto esplicitamente come la causa della fine del sogno, e tuttavia sembra giocare il ruolo del traditore.
Il documentario ci offre quindi lo spunto per una riflessione sul concetto di autenticità nella musica. Non c’è bisogno di scomodare Adorno, per riflettere sul rapporto tra musica popolare e capitalismo. Che sia insita in ogni major discografica la ricerca spasmodica del profitto, nella sua versione turbocapitalista più sfrenata, è un dato di fatto; e da sempre critici e ascoltatori di musica continuano a non fidarsi dei propri artisti preferiti, preoccupati che prima o poi possano cambiare il proprio modo di fare arte solo per diventare più ricchi e famosi. Ma è altrettanto vero che ci sono intere discografie che ci raccontano come i cambiamenti che affronta un artista nella sua carriera non possano essere ridotti a una mera questione di mercato. Gli artisti, per evolversi, hanno bisogno di mettersi in discussione, e rimanere fedeli a sé stessi può diventare la peggiore delle trappole. Eppure la paura che un artista tradisca la propria poetica e, allo stesso tempo, il suo pubblico è un fantasma sempre presente in ogni rapporto tra un musicista e chi lo ascolta. Bob Dylan è uno dei migliori esempi in tal senso. Se fosse rimasto il songwriter acustico, fedele al sogno del festival e all’autenticità che gli veniva richiesta, oggi non avremmo Like a Rolling Stone.
Newport & the Great Folk Dream in fondo ci racconta come la musica sappia davvero raccontare la vita delle persone e come queste ci si aggrappino difendendola in ogni modo, proprio perché è diventata la rappresentazione delle proprie radici, del proprio presente e del proprio modo di sentire e stare al mondo. Nella storia della musica, il caso del Newport Folk Festival ne rappresenta sicuramente uno degli esempi più luminosi, ma ovviamente non è l’unico. Mi si conceda la provocazione: le risposte che il pubblico del festival dava ai giornalisti sull’importanza della musica folk non sono poi così distanti da quelle di chi, in Italia, nel 2016 ha assistito da vicino all’esplosione della trap, appassionandosi e sentendosi, per la prima volta in vita sua, rappresentato da qualcosa che fino ad allora non esisteva. Tuttavia non è così scontato che una generazione trovi la propria voce in modo così forte e immediato. Quando succede è una benedizione. Sicuramente Pete Seeger e Sfera Ebbasta non verranno ricordati allo stesso modo. Ma ci sarà sempre qualcuno che continuerà a tenere vivo il sogno. Per nostra fortuna.
Newport & the Great Folk Dream. Regia: Robert Gordon; fotografia: Murray Lerner, George Pickow, Stanley Meredith, Francis Grumman; montaggio: Laura Jean Hocking; produzione: Folk Explosion; origine: Stati Uniti d’America; durata: 99’; anno: 2025.