Nella consunta e ormai desueta – ma non per questo meno odiosa – frase “lei non sa chi sono io”, messa alla berlina da un numero considerevole di gag appartenenti alla storia della commedia all’italiana, si condensa una visione scalare del concetto di persona: tra due interlocutori, l’uno pretende di “essere di più” dell’altro, facendo pesare uno status che lo eleverebbe al di sopra del comune carattere di persona. Urtante per la coscienza democratica, che fa dell’equità un presupposto indiscutibile, questa penosa espressione di arroganza consente, ben al di là delle intenzioni di chi la pronuncia, di porre attenzione alla natura non garantita e anzi sempre negoziabile del nostro essere “qualcuno”.
Il libro di Daniel Heller-Roazen, come recita il sottotitolo, si concentra sui diversi modi di non esserci, delineando una ricca casistica di eventualità che fanno del soggetto una non-persona attraverso l’analisi di esempi letterari, corpora giuridici, pratiche quotidiane, usi culturali e tradizioni religiose dal profondo significato antropologico. Questa casistica si ordina intorno a tre forme principali di non esserci: «La prima e più comune varietà di persone assenti – scrive l’autore – è quella dichiarata tale all’indomani di una inspiegabile sparizione» (2025, p. 95). Eventualità oggi forse considerata non così frequente, l’improvvisa scomparsa ha rappresentato per secoli una possibilità concreta: il rischio connesso ai viaggi condotti in un mondo non ancora percorso da vie di comunicazione capillari come quelle odierne, così come la rarefazione delle comunicazioni in un mondo ancora lontano dall’attuale pervasività dell’informazione, rendeva l’assenza di determinati soggetti una condizione possibile e dunque prevista, rispetto alla quale la società doveva trovare soluzioni giuridiche per garantire la prosecuzione della vita di coloro che restavano.
Sorprendentemente, quella che potrebbe sembrare una condizione marginale e non particolarmente rilevante è invece estremamente ricorrente, come attestano i documenti presi in esame da Heller-Roazen, e particolarmente rappresentata in ambito letterario. In effetti, a partire da Omero, le narrazioni di personaggi in bilico tra l’essere persona e il diventare nessuno – proprio come Odisseo/Oútis alle prese con Polifemo – si moltiplicano, così come le storie di assenti che, una volta perso il loro status giuridico, tornano creando scompiglio nelle faccende umane, rimettendo in discussione linee ereditarie e seconde nozze di quelle che si consideravano ormai vedove: così, ad esempio, «i mariti che si ostinano a tornare infestano la letteratura francese del XIX secolo» (ivi, p. 52).
Ma oltre a coloro che si assentano o scompaiono, salvo poi ritornare – ecco le figure perturbanti dei revenants – mantenendo per un certo lasso di tempo i loro diritti pur senza essere presenti in carne e ossa, gli esseri umani conoscono altri modi per smettere di essere qualcuno: «Esistono anche altre non-persone, non meno meritevoli di indagine. La seconda tipologia di questa classe è, strutturalmente, l’inverso della prima. Nella configurazione che presuppone, il corpo vivo rimane presente, ma diminuisce il suo diritto alla rappresentazione» (ivi, p. 96).
Nella seconda parte del libro Heller-Roazen prende in esame coloro che vanno incontro a un parziale o totale azzeramento della loro personalità sociale, legale e civile, come nell’istituto della capitis deminutio proprio del diritto romano, o nella figura dell’homo sacer, che «poteva essere ucciso da chiunque» senza che tale atto potesse essere «considerato né omicidio né sacrificio» (ivi, p. 112), o ancora nella forma di vita monastica, che rappresenta una «volontaria incapacità: un’auto-inflitta diminuzione giuridica» (ivi, p. 116). In questi ultimi due esempi non si può non riconoscere l’influenza del pensiero di Giorgio Agamben, di cui Heller-Roazen è il traduttore in lingua inglese. Queste figure di non-persone non si limitano tuttavia a porsi come negazione della persona ma, in maniera più sottile, minano da dentro la tenuta di tale concetto: persona e non-persona non si fronteggiano come affermazione e negazione, ma sono coimplicate l’una nell’altra, e il passaggio di stato da un termine all’altro costituisce una possibilità che ridefinisce la stessa coppia di termini.
Dallo schiavo romano alle varie tipologie medievali di individui civilmente morti, dal traditore condannato del common law al reo riconosciuto come tale negli Stati Uniti, il quale non riacquisterà mai più i pieni diritti di cittadinanza, nemmeno dopo aver scontato la pena, le non-persone giuridiche restano persone; non smettono mai d’essere soggette al codice legale che le degrada. Il “non” di “non-persona”, perciò, non evidenzia alcuna “eccezione”, ove s’intenda questa parola nel suo significato etimologico, come a voler indicare un elemento “tratto fuori” da qualche ambito di riferimento (ivi, p. 126).
Vi è qualcosa di personale anche nella non-persona (attestato dal suo rimanere sotto la legge); allo stesso modo, è possibile rintracciare qualcosa di non personale anche nella persona, una sorta di inerzia o di resistenza che non cessa di fornire consistenza e attrito, così come di appesantire la vita personale. Questo elemento impersonale all’interno della persona riemerge, come un che di rimosso, nella terza forma di non-persona presa in esame da Heller-Roazen: il passaggio dalla vita alla morte, in cui il corpo cessa di essere ritenuto persona senza per questo ridursi allo stato di un oggetto come un altro. Quest’ultimo caso «non è né quello della persona giuridica, basato sull’assenza del corpo, né quello del corpo vivente che persevera nella diminuzione o nell’annullamento della persona giuridica» ma coincide con «il problema di cosa, in un essere umano, sopravviva alla morte, restando “in un certo senso” vivo» (ivi, p. 189). Anche qui sono molti e diversi gli esempi passati al vaglio dall’autore, tra incursioni nel mondo degli spettri, voci che non smettono di ossessionare chi resta, distinzioni tra differenti concezioni del corpo, vivo o morto.
Ciò che però è realmente in gioco in questa disamina, talvolta disorientante per la sua intima eterogeneità, è la questione di determinare, di volta in volta, chi o cosa conta come persona. Questo tema viene affrontato nell’ultimo capitolo attraverso una riflessione sulle filastrocche infantili, chiamate appunto “conte” in italiano o “comptine” in francese, attraverso cui si decide chi gioca e chi no, chi vale come soggetto e chi viene momentaneamente escluso. Con gli strumenti del linguista e dell’antropologo Heller-Roazen ricostruisce i tratti salienti di questo gioco linguistico e osserva: «Contando senza voler definire alcuna grandezza, facendo rime senza ragione, i bambini, nelle loro sequenze prive di senso, trasformano in abitudine la “sconvolgente esperienza” di essere it» (ivi, p. 290), dell’essere tenuti cioè per non-persone, e in tal modo acquistano dimestichezza con la costante possibilità di trascorrere dall’essere soggetto personale all’impersonale. Il dato antropologico che ci consegna questa riflessione sulle conte, cui è affidata la conclusione del volume, è la costante reversibilità dello status di persona, e insieme l’intimità che serbiamo con ciò che in noi vi è di non-personale. Non è un caso che Simone Weil, in un saggio scritto poco prima di morire, indicasse proprio questo che di impersonale come nucleo sacro rintracciabile in ogni vita umana.
Senza che ciò determini un abbandono del concetto di persona – che rimane implicato nella riflessione come uno dei poli del discorso – il libro di Heller-Roazen ci permette di intravedere come il nostro status peculiare non sia niente di (soltanto) personale.
Daniel Heller-Roazen, Nessuno. Sui diversi modi di non esserci, Quodlibet, Macerata 2025.