Quando il linguaggio si prende tutto

di SIMONE GAMBACORTA

Nelle rovine del futuro di Don DeLillo.

Quando il linguaggio si prende tutto

Ogni tempo in cui è dato vivere accoglie eventi che lo cambiano, moti più o meno improvvisi e imprevisti che possono modificare l’inclinazione di un’epoca (o di una parte di essa) non meno di quanto possano modificarne la percezione che se ne ha e che continuerà ad aversene. Tutto questo “accade” (rubando maldestramente il verbo a Wittgenstein) su gamme molteplici e persino ridondanti di possibilità, almeno là dove le si voglia sommare le une alle altre come in un ipotetico elenco di opzioni di “consumo” di configurazioni e di scenari. Si intende dire non altro e non più di questo: l’attentato alle Torri Gemelle di New York oppure la scomparsa (per non parlare, più propriamente, di revoca tecnologico-commerciale) delle audiocassette o del walkman sono, secondo calibri differenti, eventi di cambiamento di una data “situazione” (intesa letteralmente come assetto “situato” all’interno di un determinato contesto storico-sociale). Sono elementi di cambiamento in quanto ciascuno di essi detiene un differente potenziale di «mutazione» (parola per antonomasia mcluhaniana) di uno scenario.

I saggi scelti di Don DeLillo (Marotta & Cafiero),  tradotti da Ercole Leo nel volume intitolato Nelle rovine del futuro, offrono, anzi sono – pur nei limiti inevitabili della loro parzialità di campionatura – l’indicazione o il suggerimento del fatto che uno scrittore come lui – autore di romanzi tra i quali Great Jones Street (1973), Libra (1988), Underworld (1997) e Cosmopolis (2003) –, sia particolarmente attratto dalle modifiche d’inclinazione del suo tempo o, se non altro, quanto meno incalzato, inseguito, perseguito da queste, e pertanto ritenga suo compito (o dovere in senso etico ed estetico) sorvolarle e circumnavigarle per offrirne una qualche descrizione (esiste «una superficie piatta da riempire, a ritmi imprevedibili, con le parole», DeLillo 2022, p. 64).

Lo scrittore americano (nato a New York nel 1936, il cui cognome rimarca l’origine molisana del ceppo familiare) lo afferma con chiarezza: «Il passato e il futuro» sono le due grandi e primarie «forze nel mondo». Sono – se così è lecito dire – i due immani motori dell’interminato “romanzo sapiens”. Il “micro” (le cose del quotidiano più minuto) e il “macro” («le gigantesche dimensioni della realtà sociale», ivi, p. 57) possono ugualmente innescare la reazione della parola, a prescindere da gerarchie e da primati così come da priorità assiologiche o da altri diritti di prelazione che possano regolare o regolamentare il sorgere e l’insorgere di un qualsiasi discorso o di una qualsiasi azione critica.

«Uno scrittore percepisce il fascino tangibile dei grandi eventi» e «desidera immergersi nella storia» (ivi, p. 56), ma al contempo rivolge la sua attenzione agli «aspetti più piccoli e anonimi dell’esperienza umana» (ibidem). Il tout se tient sta nel fatto che «il linguaggio vive in tutto ciò che tocca» (ivi, p. 64), è il risonante e ubiquo morbo dell’intelligenza che permea l’esistente, ed è per questo che uno «scrittore vuole scandagliare l’attività umana fin dentro i sogni e i pensieri quotidiani, per trovare i filamenti neurali che lo collegano agli uomini e alle donne che plasmano la storia» (ivi, p. 57). In Body art, suo romanzo del 2001, DeLillo ha scritto una frase che, come un boomerang, torna adesso indietro per offrire una possibile via di accesso a questi suoi saggi: «Forse quest’uomo è indifeso contro la verità del mondo» (DeLillo 2001).

Spesso le frasi di DeLillo hanno la magia di tendere a un estremo apice di incandescenza, sono cioè parti di realtà che, per una sorta di moto perpetuo, vivono di energia autonoma, esplodono continuamente al di fuori di se stesse, arrivano nei punti più impensati e distanti. Uno di questi punti lo si incontra proprio in una pagina della raccolta di saggi che include quattro contributi – l’eponimo Nelle rovine del futuro, Il potere della storia, Storia dello scrittore solo in una stanza e L’artista nudo in una gabbia: «Lo scrittore lavora su virgole e trattini. È tutto in scala ridotta. È un brancolare circoscritto. Un individuo solo, fatalmente avviato alla calvizie, si smarrisce tra ortografia e sintassi. Il suo gatto uccide un uccellino e lo porta a casa. Questa è la verità del mondo, e il suo ingenuo terrore riempie lo scrittore di vergogna» (DeLillo 2022, p. 82).

La collisione, determinata dal ritorno (variato) della «verità del mondo», si presta a una qualche libera interpretazione. Lo scrittore è «indifeso» in quanto non può non inglobare il mondo, non può non risentirne, non può sottrarsi (come narratore, come poeta, come saggista) a esistere anche sotto forma di reagente. Si scrive nella condizione di indifesi rispetto alla «verità del mondo» (cioè  rispetto al manifestarsi della vita) non diversamente da come la terra si offre indifesa alla pioggia o al vento. È la nascita dei segni. Le osservazioni sullo scrivere che DeLillo dissemina in Nelle rovine del futuro sono numerose e seminali, generano pensiero, generano riflessione, generano interrogazione.

Non sono offerte (fortunatamente) in modo unitario, “centralizzato”, didascalico, ma sono come sparpagliate, sparse, nomadi, spuntano in pagine diverse. Più che un “discorso”, DeLillo sviluppa dei concetti, e lo fa non tanto attraverso degli argomenti organicamente esposti (non lo fa, cioè, in modo “scolastico”), ma in modo frazionato, paratattico, per incisi, per affioramenti, per colpi d’onda che accelerano improvvisamente. Per esempio, lo scrittore «vuole scrivere frasi e paragrafi. Vuole sognare se stesso nelle onde cerebrali di persone immaginarie» (ivi, p. 89); «Lo scrittore riconfigura le cose nel modo dettato dalla sua storia personale» (ivi, p. 61); o anche: «Il linguaggio è l’afflato sensuale a cui lo scrittore di narrativa affida la generosità del suo sentimento» (ivi, p. 66); e poi la più importante di tutte, quella dalla risonanza più vasta: «È  compito della narrativa immaginare a fondo, seguendo impulsi oscuri fino a penetrare le regioni più infide dell’esperienza – il tempo dei ricordi dell’infanzia, il tempo esistenziale e il tempo a noi esterno» (ivi, p. 61).

«Immaginare a fondo» è una frase che agisce come un buco nero, riassorbe qualsiasi cosa attraversi il suo campo gravitazionale, non ammette né perdona altro; è una frase il cui senso non risiede nella univocità di un significato singolo e determinabile, è un concetto elastico, molteplice, duttile, incoerente, allegorico. «Immaginare a fondo» vuol dire intercettare il “punto omega” del più segreto granello di ogni possibile Fossa delle Marianne, e vuol dire farlo non nella direzione verticale di uno “scavo” tradizionalmente inteso, ma in quella orizzontale di uno sfondamento del muro del suono che “dica” lo «spettacolo evanescente della vita contemporanea» (ivi, p. 52). Di una simile tendenza “orizzontale” è DeLillo stesso a fornire una conferma diretta e a suo modo suggestiva: «Il romanzo è ancora il sentiero più profondo verso i misteri delle nostre anime solitarie» (ivi, p. 95).

Il concetto di “sentiero” non conduce a quello di “inabissamento”, non allude a un “immergersi”, semmai rimanda a un “inoltrarsi”, a un “incedere”, a uno “spingersi” in avanti, un “avanti” imprevedibile, non lineare, non pianificato, non preordinato, eterodosso ed “extravagante”, che (proprio per questo, proprio in virtù di questo) può essere anche un “dentro”. È in questo “avanti”, in questo “oltre”, che sta il “profondo” cui accenna DeLillo.  Nel saggio che dà il titolo al libro, DeLillo parla della tragedia delle Torri Gemelle:

Prima gli aerei colpirono le torri. Dopo un po’ fummo a malapena capaci di assimilare questo dato. Ma quando le torri caddero, quando la cascata di fumo iniziò ad abbattersi, piano dopo piano: questo fu smisurato, insopportabile, terribile – al di là di qualsiasi immaginazione, sebbene stesse accadendo nella realtà. Non riuscivamo a stare al passo. Ma era reale, brutalmente reale (ivi, p. 31).

Il brano contiene una frase (un’altra) che dice moltissimo anche sulla nostra contemporaneità ipertecnologica, ma che non presenterebbe alcunché di incongruente se la si immaginasse pronunciata secoli addietro, da qualcuno sorpreso da un sisma o da un’eruzione vulcanica: «Non riuscivamo a stare al passo». Lo scatto di accelerazione della realtà sbalza in una dimensione d’inaudito che spacca l’immediato in due segmenti: il luogo del presente realizzato e il luogo del presente percepito, con una differita che da crisi percettiva diventa ictus cognitivo. In queste fessure minimali e massime, in questi spazi, penetra il sentiero orizzontale di Donald Richard “Don” DeLillo.

Riferimenti bibliografici
D. DeLillo, Body Art, Einaudi, Torino 2001.
M. McLuhan, Gli strumenti del comunicare, ilSaggiatore, Milano 2008.
L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916, a cura di Amedeo Giovanni Conte, Einaudi, Torino 2009.

Don DeLillo, Nelle rovine del futuro. Saggi scelti, Marotta & Cafiero, Melito di Napoli 2022.

*L’immagine presente nell’articolo è un dettaglio della copertina del libro.

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