18 luglio 2023. Se si prova a cercare in rete cosa è accaduto in quella data, solo pochi risultati Google restituiranno l’allerta meteo per caldo eccessivo. Eppure quel giorno, i media riuniti – vecchi e nuovi – parlavano di picchi record e di una situazione inedita, alimentando quello spaesamento e quella sensazione di catastrofe imminente che spesso caratterizzano la narrazione mediale degli eventi meteorologici, legati al fenomeno del cambiamento climatico. Ci troviamo di fronte a una dinamica paradossale: l’evento viene presentato come eccezionale, come momento di crisi, e tuttavia proprio tale eccezionalità viene riassorbita nel flusso della comunicazione, che finisce per normalizzarla pur affermandone l’eccezione. In questo modo si ribadisce, quasi inconsapevolmente, l’idea di un irriducibile e in fondo auspicato primato dell’essere umano, che riesce a inglobare e riorganizzare ogni crisi entro schemi già noti. Come è possibile, allora, per riprendere la domanda di Didi-Huberman, sentire la catastrofe? Fare esperienza di una sospensione, di una frattura percettiva e concettuale che apra a un diverso modo di confrontarsi con la crisi e più in generale con ciò che oltre noi chiamiamo mondo?
Seppur non esplicitata, questa è una delle domande che attraversa il volume di Felice Cimatti, Nella giornata più calda dell’anno. Attraversando il Sud (Donzelli 2025), un libro che potremmo definire un fototesto autobiografico filosofico, in cui l’autore racconta uno dei suoi innumerevoli viaggi da Cosenza a Roma (Cimatti insegna all’Università della Calabria e vive a Roma). L’espediente narrativo intorno a cui si costruisce il libro – composto da tre capitoli, uno dei quali affronta tale resoconto – è quello di raccontare un viaggio apparentemente ordinario, in una giornata straordinaria, per arrivare però a capovolgere i termini, ovvero a raccontare un viaggio straordinario in una giornata ordinaria. Tale viaggio, infatti, diventa l’occasione per pensare il Sud, e pensare il Sud non significa rispondere alla domanda ontologica, “che cos’è il Sud?”, piuttosto significa articolare una riflessione su cosa fa il Sud. Che tipo di relazione mondo-essere umano è quella a cui diamo il nome di Sud? Cimatti costruisce dei percorsi intorno a tali domande attraverso il linguaggio, la parola scritta, declinata a partire dalla prima persona singolare, ma anche attraverso una costellazione di immagini, fotografie che egli stesso ha scattato durante i suoi innumerevoli e ordinari viaggi tra Roma e Cosenza. Scrive Cimatti:
La A3, allora, non ci offre – e per di più senza pedaggio – l’esperienza dell’arcaico o del mondo "meridiano", quanto piuttosto si insinua con la sua abbagliante e silenziosa presenza in tutte le altre strade, quelle che non fanno che presentarsi come moderne, tecnologiche (smart), sicure. Per questa ragione da sempre vivo il "viaggio" nella A3 come una sorta di operatore sensoriale, perché permette di sentire diversamente la propria presunta, e presuntuosa, modernità (2025, p. 21).
Molte foto che compongono il libro sono scorci dell’A3, che diventa luogo esemplare di quell’esperienza che chiamiamo Sud. Esperienza che Cimatti cerca non soltanto di nominare e descrivere, ma anche di restituire attraverso le immagini, nella sua eccezionale e irriducibile pienezza contingente. La A3, e quindi il Sud, ci permette di resettare le nostre coordinate sensoriali, e di farci fare quell’esperienza demartiniana di perdita della presenza che il libro cerca di restituire attraverso l’imprevedibile incontro tra parola e immagine.Le fotografie, ben lontane da qualsiasi intento didascalico, operano come interruzioni, come deviazioni del discorso – come quelle di tragitto che si impone l’autore in quella torrida giornata – costringendo così chi legge ad un tempo diverso, a uno sguardo che non schematizza, ma esplora e si lascia esplorare.
Cimatti mette in gioco diverse categorie filosofiche. Innanzitutto quella di modernità, che, variamente declinata, accompagna la riflessione sul Sud. Cimatti non propone una riabilitazione dell’arcaico o del non ancora moderno, quanto un invito a scorgere il non-moderno in ogni nostra esperienza ordinaria. In altre parole, il Sud, nella sua funzione di operatore sensoriale, rende esemplare qualcosa che ha a che fare con la nostra esperienza di animali umani, quella sensazione di familiarità ed estraneità al tempo stesso che il mondo talvolta ci provoca, quella condizione di vulnerabilità che a volte ci si presenta in tutto il suo carattere assoluto e definitivo, quel «movimento sempre possibile che rovescia l’usuale in estraneo, il familiare in sconosciuto, l’ovvio in misterioso» (ivi, p. 24). Fare esperienza del Sud, a qualsiasi latitudine ciò avvenga, significa chiedersi “Che cosa ci faccio qui?” e abbandonarsi alla pienezza del mondo che eccede ogni parola e ogni immagine che sul mondo si possano mai produrre.
Questa esperienza, che il Sud, come operatore sensoriale, più che come luogo geografico ci fa fare, ci dà la possibilità di mettere in questione, allora, un’altra categoria molto spesso utilizzata per pensare il nostro rapporto con il non-umano, ovvero quella di Antropocene. Scrive Cimatti:
Non è certo un caso se queste terre, al tempo della dominazione bizantina, sono state spesso rifugio di eremiti e anacoreti. Se c’è un luogo, in Italia, in cui è evidente che la nostra presenza – nonostante l’Antropocene – è solo ridicola e presuntuosa è proprio in queste terre, le più belle della penisola, fra Calabria, Basilicata e Molise (…) Al contrario, mai come in quei luoghi assolati e abbacinanti ho sentito la presenza massiccia, potentissima, del mondo. Proprio il mondo, il pianeta Terra, gli alberi e i sassi, gli animali che mi fissavano incuriositi (è una terra piena di animali, animali veri anche se da allevamento, e quindi alieni e incomprensibili), il cielo così bianco e luminoso da schiacciare lo sguardo. Essere soli, ma non esserlo, essere nel mondo, nella assoluta pienezza del mondo (ivi, pp. 56-57).
Come argomentato anche in altri testi, Cimatti sottolinea il carattere antropocentrico, e quindi il limite, della categoria stessa di Antropocene, e la necessità di uno sforzo del pensiero che ci proietti oltre questa potente, radicata e forse anche inevitabile dicotomia che ci oppone al mondo in termini di conquista, sopraffazione, contaminazione, ma anche di colpa, responsabilità, corruzione. Quella pienezza del mondo di cui il Sud ci fa fare esperienza sembra far calare la maschera su quell’illusione, anch’essa pienamente moderna, che il mondo stia lì per accoglierci e per permetterci di vivere in un edenico equilibrio con gli elementi non umani. Come scrive Isabella Stengers, Gaia, il mondo, è completamente indifferente alle nostre colpe o responsabilità e certamente non agisce da giustiziera: il mondo non è né selvaggio né minaccioso, né fragile o sfruttabile, il mondo semplicemente irrompe. E ogni nostro tentativo di contenere tale irruzione – come quando, nelle giornate più calde, ci affanniamo per misurare e stabilire il record o la differenza tra la temperatura reale e quella percepita – è in fondo destinato a fallire.
In quest’ottica allora comprendiamo il rovescio dei termini in gioco: la crisi, la catastrofe, non è più lo straordinario, ma l’ordinarietà del mondo che irrompe, che si manifesta nella sua differenza radicale rispetto a ogni metrica o narrazione; e il Sud è l’occasione privilegiata per sentire questa irruzione e per esporsi ad essa. Pensare allora il tempo che viene, pensare la catastrofe, non significa moltiplicare scenari apocalittici o tentativi di previsione, quanto piuttosto esporsi al mondo e rinegoziare la propria posizione, senza l’illusione del controllo, né la paralisi della colpa. Forse è da qui, da questa esposizione senza garanzie alla pienezza del mondo, che qualsiasi riflessione sul tempo che viene è chiamata, inevitabilmente, a partire.
Riferimenti bibliografici
F. Cimatti, Il postanimale. La natura dopo l’Antropocene, DeriveApprodi, Roma 2021.
G. Didi-Huberman, Sentire il grisou, Orthotes, Salerno 2021.
I. Stengers, Nel tempo delle catastrofi. Resistere alla barbarie a venire, Rosenberg & Sellier, Torino 2021.
Felice Cimatti, Nella giornata più calda dell’anno. Attraversando il Sud, Donzelli, Roma 2025.