Si comincia finalmente a capire che il saggio di Alan Turing, “Macchine calcolatrici e intelligenza” (1950), ha aperto una nuova stagione metafisica, quella che si mostra ora in piena evidenza con i cosiddetti large language models, ad esempio ChatGPT. È in questo saggio che si propone il celebre “imitation game” (cha già dal nome annuncia l’origine wittgensteiana di questo corso di pensieri); per provare a rispondere alla domanda “le macchine sono in grado di pensare?” bisogna cercare non nel corpo dei soggetti che pensano (nella loro sostanza materiale), ma nel loro funzionamento (ossia, “essere” vuol dire “agire”, o meglio, “comportarsi”, in definitiva “sembrare”): potremo dire che è “pensante” ogni dispositivo capace di imitare il comportamento di un essere umano pensante (basti ricordare che “computer” originariamente indicava l’essere umano addetto ai calcoli; la facilità con cui abbiamo dimenticato il passaggio dall’umano alla macchina è rivelatrice della nostra rimozione del problema).
Come scrive lo stesso Turing, questo modo di impostare il problema «ha il vantaggio di tracciare una linea abbastanza netta tra le capacità fisiche di un uomo e le sue capacità intellettuali». Si può dire che pensi, è questa la tesi di Turing, chiunque e soprattutto qualunque cosa si comporti in maniera pensante. Non esiste la “mente”, in sostanza, esiste il “menteggiare”. In altri termini, l’intelligenza cosiddetta “naturale” è sempre stata in qualche modo “artificiale”. È questo il punto di partenza del libro di Claudio Paolucci, Nati cyborg. Cosa l’intelligenza artificiale generativa ci dice dell’essere umano (Luca Sossella Editore, 2025):
ChatGPT e le altre intelligenze artificiali generative sono certamente i primi non-animali dotati di linguaggio. Per questo, la tendenza contemporanea è quella di negare loro questa capacità, dicendo di volta in volta che di fatto non capiscono né esprimono significati, che manipolano sintatticamente soltanto il piano dell’espressione dei linguaggi, che quello che fanno è soltanto rielaborare il già detto attraverso pesi statistici, che parlano un linguaggio che è soltanto una grammatica senza contenuti, mancando di comprensione e autoconsapevolezza (pp. 10-11).
Il primo passo da compiere, allora, è prendere atto della portata rivoluzionaria delle “azioni” di queste intelligenze non umane, e nemmeno viventi. Il pensiero pensa, potremmo dire, il pensiero si pensa. Che poi questo pensiero sia implementato in un corpo umano, in uno non umano (ad esempio in un pappagallo), oppure in una cosa non fa differenza; in questo senso il pensiero è artificiale, nel senso che è indipendente dalla materia pensante. E questo non vuol dire altro, in fondo, che la distinzione fra naturale e artificiale non ci serve per pensare quello che quotidianamente leggiamo o ascoltiamo nelle risposte di ChatGPT.
In effetti che ChatGPT sia in grado di fare quello che tutti, ancora oggi, ritenevano impossibile fare (lo stesso Cartesio, peraltro), cioè parlare e pensare, vuol dire che anche la nostra intelligenza, quella umana, quella incarnata e situata, dev’essere già, in qualche modo, artificiale. Perché altrimenti come potrebbe una macchina artificiale imitare un essere naturale? Ecco da dove viene il “cyborg” del titolo del libro di Paolucci: evidentemente se il cyborg è “un essere che combina elementi organici e non-organici, meccanici o elettronici” allora «forma cyborg – che innesta protesi e interfacce a cui deleghiamo parti fondamentali del nostro lavoro cognitivo» è «in forma profonda e non banale la natura stessa dell’essere umano. E lo sia fin dal principio e ben prima dell’intelligenza artificiale» (ivi, pp. 13-14) – che poi è la tesi dello psicologo sovietico marxista Vygotskij. In effetti quello che fa una intelligenza cosiddetta artificiale come ChatGPT è molto simile a quello che fa una intelligenza cosiddetta “naturale” come quella umana.
Si pensi all’obiezione tante volte ripetuta secondo cui ChatGPT baserebbe le sue risposte sfruttando l’enorme database di testi che può trovare su internet, senza alcuna originalità. Ma non è quello che facciamo noi altri umani? Da dove le prendiamo le idee se non dall’ambiente storico-sociale di cui facciamo parte, dai libri che abbiamo letto, dai discorsi a cui abbiamo partecipato, in definitiva da quello che abbiamo imparato dal mondo? L’intelligenza è sempre, da sempre, diffusa, sparpagliata nel mondo: la mente è sempre stata, come sostiene Andy Clark, una “mente estesa” (ma che cos’è, in fondo, lo “spirito oggettivo” di cui parlava Hegel se non appunto una mente che coincide con un’epoca storica, ossia appunto una mente diffusa nel mondo?): «questo concatenamento tra organico e non-organico è la cifra costitutiva che definisce l’essenza stessa del pensiero e dell’intelligenza umana, in cui l’agency dell’ambiente svolge una funzione costitutiva» (ivi, p. 52).
Non sono io che, nel chiuso della “mia” mente, penso; il pensiero è diffuso, il pensiero è nel mondo; quella strana entità che chiama sé stessa “io” pensa sempre fuori di sé, perché l’intelligenza è nel mondo, non nelle teste. Si risponde così all’altra frequente, e altrettanto insulsa, obiezione mossa alle intelligenze artificiali: siamo noi – non è mai troppo chiaro chi sarebbe questo “noi” peraltro – che abbiamo programmato queste intelligenze, in realtà non fanno nulla di originale. Ma non succede lo stesso con la nostra intelligenza? Chi ci ha insegnato a parlare? A leggere? Il pensiero è nato dentro la “mia” testa? I nostri sono davvero pensieri “originali”? Senza contare, come osservava già Alan Turing nel 1950, che “capita molto spesso che le macchine mi prendano alla sprovvista”. Appunto.
Cominciamo a capire, allora, la portata propriamente metafisica dell’imitation game di Alan Turing: il pensiero “esce” dal chiuso delle teste, e si sparpaglia – come le formiche che escono da un formicaio – per il mondo. Non c’è il “pensiero”, c’è il pensare:
Se il pensiero è un’azione, non solo l’IA non si fonda sul decoupling tra intelligenza e azione efficace, ma declina questa stessa relazione in modi del tutto inediti, che dovremo studiare. Il fatto che le macchine non agiscono e non pensano come noi non vuole necessariamente dire che lo facciano a intelligenza zero (ivi, p. 54).
Siccome non esiste e non è mai esistito un pensiero solamente naturale, perché il pensiero si è sempre ibridato di strumenti e azioni esterne, artificiali appunto, per questa stessa ragione un’entità non solo non umana ma soprattutto non vivente come ChatGPT può pensare, e può farlo proprio come facciamo noi, proprio perché il pensiero non è mai il pensiero di qualcuno, il pensiero è sempre all’interfaccia fra interno ed esterno, fra individuale e sociale, fra privato e pubblico. In effetti la stessa ChatGPT pensa con noi, cioè “pensa” fuori di sé, nel mondo sociale. Come scrive Paolucci, prendendo alla lettera Alan Turing, «se un pezzo del mondo o dell’ambiente svolge un’azione che, se fosse svolta da un umano, sarebbe considerata intelligente o frutto dell’intelligenza, allora quell’azione è intelligente o frutto di un’intelligenza» (ivi, p. 59).
Ma che dire, obietterà qualcuno rifacendosi al caso delle cosiddette “allucinazioni” della Intelligenza Artificiale, dei suoi errori se non delle sue menzogne? È davvero curioso come questo argomento possa venire usato contro l’IA, perché se esiste una dimostrazione che queste intelligenze inumane sono simili alle nostre è proprio questa: che cosa facciamo noialtri umani se non continuamente sbagliarci e mentire? Ed è proprio quello che fanno anche le intelligenze cosiddette artificiali, appunto, proprio come noi. Così Paolucci rovescia questa presunta obiezione, e la trasforma in una risorsa “creativa” di queste intelligenze, che sono come visto tanto nuove quanto antiche:
Le “allucinazioni” non sono una descrizione non accurata del contenuto originale, perché ChatGPT non ne possiede una copia […]. Al contrario, le “allucinazioni” sono nuove risposte basate sui pattern appresi durante il training, che estendono questi stessi pattern oltre l’ambito dei dati di addestramento originari. Per questo sono il modo della macchina di sfuggire ai cliché e alle rappresentazioni semantiche umane che le sono state fornite durante l’addestramento (ivi, p. 114).
La macchina pensa il “nuovo” sbagliando, “allucinando” risposte che non erano inscritte nei modelli appresi, letteralmente “delirando”. Ma che cos’è questo se non un “atto creativo”? «Vale forse la pena di osservare» scriveva Alan Turing, «che la qualificazione di qualcosa come sorprendente richiede un “atto mentale creativo”, sia che l’evento sorprendente abbia origine da un essere umano sia che abbia origine da un libro, o da una macchina, o da qualsiasi altra cosa». Quant’è liberante questo “da qualsiasi altra cosa”: non ci siamo solo noi umani a pensare, è il mondo che pensa. L’antropocentrismo è davvero finito.
Riferimenti bibliografici
A. M. Turing, Macchine calcolatrici e intelligenza, Einaudi, Torino 2025.
Claudio Paolucci, Nati cyborg. Cosa l’intelligenza artificiale generativa ci dice dell’essere umano, Luca Sossella editore, Roma 2025.