C’è un’intuizione scenica notevole nello spettacolo che Antonio Latella ha tratto da Morte accidentale di un anarchico (1970) di Dario Fo e Franca Rame, cioè trasformare la platea del Bellini di Napoli nella scena, con un palco sagomato come forma del corpo riverso sul selciato dell’anarchico Giuseppe Pinelli. Il dispositivo della finzione si proietta in platea, si sottrae alla regolarità delle misure del palcoscenico, e così facendo getta fin dall’inizio i presupposti per una riflessione teatrale indeterminata – e per ciò stesso molto più intensa – sul potere e sulle maschere a cui dà corpo.
Ciò che consente tale processo risiede proprio nel carattere accidentale della morte, indicato dal titolo. L’accidente non è un suicidio, volontà anche indotta di farla finita, ma neanche omicidio, volontà di far fuori qualcuno. Si colloca in una zona indecidibile dove convergono volontà e caso. Tale accidentalità è creata da Fo per generare nella finzione drammaturgica la condizione per arrivare ad una verità, in assenza di quella giudiziaria. E questa verità è affidata all’invenzione di una maschera “istrionica”, il Matto, che si presenta nella Questura centrale di Milano, raccontando dei tanti personaggi incarnati (chirurghi, bersaglieri, vescovi, ingegneri), e delle varie volte che è stato arrestato. Il suo obiettivo è far emergere come sono andate le cose con la morte di Pinelli.
Ora il Matto e la follia sono, nella tradizione comico-popolare del grottesco, le uniche prospettive – di cui ci ha detto Michail Bachtin – che permettono un accesso alla verità, smascherando le ipocrisie del potere. La maschera comica e giullaresca porta alla luce i processi di assoggettamento e le violenze esercitate dal potere dietro la maschera dell’ufficialità e della rispettabilità.
È questo che colgono con grande intelligenza Latella e il dramaturg Federico Bellini, orientando lo spettacolo – ma non poteva essere diversamente senza Fo attore – verso la trasformazione del Matto in una maschera ironica più che giullaresca. Questo porta con sé il duplice risultato di dare un respiro corale alla rappresentazione, sottraendola al carattere necessariamente autocentrico del giullare, e spingendola allo stesso tempo verso un tono più inquietante e meno comico-vitalistico.
L’ironia si impone attraverso il carattere istrionico della maschera del Matto (in una notevole interpretazione di Danilo Russo), che di volta in volta serve a svelare il contrassegno grottesco delle maschere del potere che lo circondano, e che sconfinano tutte nel “nero”. Di questo, in scena sono evidente traccia i fantocci che tali figure portano con sé. Se ad inizio spettacolo i fantocci sono collocati sulle sedie come se fossero spettatori, poi vengono portati sulla schiena o sulla pancia da questore, commissari, agenti, che se li mettono e rimettono indosso, simulando accoppiamenti con i movimenti del corpo, e deponendoli alla fine in fila a terra.
Questi fantocci spingono decisamente il contrasto comico, che esplode nelle tante plateali contraddizioni dell’inchiesta (su cui torna con precisione il testo di Fo) verso il tratto “nero” dell’inanimato e del grottesco non vitalistico. È questo in definitiva lo spazio che abita il potere e il suo esercizio anonimo, quello dei funzionari di polizia. Il potere disciplinare – quello di cui ci ha detto Foucault – può essere solo una maschera e in tale modo va restituito (come faceva negli stessi anni Elio Petri con Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto).
La regressione che accompagna il corrispondere all’ordine del Potere, si ribalta nel tratto nero che la esorcizza attraverso l’uso della violenza, inclusa anche nell’atto del giudicare come forma di violenza. È quello che ironicamente dice il Matto rivolgendosi alle figure del potere: «A me non piace difendere, è un’arte passiva, a me piace giudicare … condannare… reprimere … perseguitare!» (Fo, Rame 2018, p. 21).
Il gioco di maschere arriva ad includere anche la giornalista, sopraggiunta per l’intervista al questore, e si sviluppa tra ironia e grottesco nero su un palco-sagoma in cui tutti i personaggi scendono, risalgono, si muovono, in un movimento continuo senza centro. Tutto si tiene insieme proprio perché mascherato, sia da chi occupa il potere sia chi prova a svelarne i meccanismi. E anche gli spettatori non sono solo ciò che sono: sono anche testimoni, come quelli sui palchetti del teatro che guardano dall’alto la sagoma del morto; o parti in causa, infiltrati, come quelli sul palcoscenico trasformato in platea, ai quali viene fatto indossare il cappello da poliziotto.
L’operazione messa in atto da Latella è notevole. Misurarsi oggi con un testo di grande successo come Morte accidentale di un anarchico, legato anche ad una precisa fase storico-politica, significa correre un grande rischio. Raggiungere il testo del drammaturgo liberandosi della inimitabilità dell’attore è un compito che lo spettacolo porta felicemente a buon fine.
Ciò che viene ad espressione con forza nello spettacolo di Antonio Latella, è che il corpo del potere, liberato dal suo statuto sacro o regale (quello buffoneggiato in Mistero Buffo e nella canzone Ho visto un re) diventa un corpo diffuso e indecidibile, mascherato (non occupa il palcoscenico, ma la platea), e non è così pacificamente dissacrabile, perché non ha una posizione certa, individuata, assegnata. Il potere non è più l’“alto”, la testa, ma il centro, dove si riflettono gli spettatori stessi, dove le simulazioni si moltiplicano, le tensioni crescono, la violenza si produce.
Questo potere disciplinare e poliziesco, che dunque non ha più al centro il corpo del re, trova nella contaminazione ironico-grottesca un registro più adeguato all’oggi rispetto al buffonesco e al comico-popolare dello spettacolo di Fo.
Il potere senza più il corpo regale a sostenerlo è capace solo di generare accidentalmente corpi scomposti, mossi, riversi al suolo, come la sagoma al centro dello spettacolo. Quella sagoma in un certo senso appartiene a tutti (spettatori, testimoni, partecipanti) e non solo ai responsabili che l’hanno generata. Quella sagoma è il fantasma in cui paure, tensioni, assoggettamenti – che vanno molto al di là degli “scandali” stabilizzanti le “socialdemocrazie” occidentali, di cui parlava Fo –, che abitano al cuore la società intera e il potere diffuso che la governa, si condensano e aggregano.
Riferimenti bibliografici
M. Bachtin, L’opera di Rabelais e la cultura popolare, Einaudi, Torino 2001.
D. Fo, F. Rame, Morte accidentale di un anarchico, Guanda, Milano 2018.
Morte accidentale di un anarchico. Testi: Dario Fo, Franca Rame; regia: Antonio Latella; dramaturg: Federico Bellini; scene: Giuseppe Stellato; costumi: Graziella Pepe; musiche: Franco Visioli; luci: Simone De Angelis; interpreti: Caterina Carpio, Annibale Pavone, Daniele Russo, Edoardo Sorgente, Emanuele Turetta; produzione: Fondazione teatro di Napoli – Teatro Bellini; anno: 2025.