Si anticipa qui una parte dell’intervento da Keynote Speaker di Federico Leoni
al convegno “Mito e immagine tra cinema e arti. Teorie e pratiche del nuovo millennio”,
che si terrà presso Sapienza Università di Roma dal 27 al 29 maggio 2026.
Il mito tornerà un giorno tra noi? Ma no, è già tornato, è ovunque. Propongo una definizione. C’è esperienza mitica quando la verità ha la struttura di una variazione senza tema, o quasi senza tema. C’è esperienza epistemica, c’è sapere stabile, che s’incammina in direzione scientifica, quando la verità ha la struttura di un tema senza variazione, o quasi senza variazione, o la cui variazione suona come un male, un errore, un fantasma.
Sono due idealtipi, senz’altro ci collochiamo sempre in qualche punto intermedio. Ma è vero che c’è stato un tempo in cui abitavamo piuttosto dalle parti del mito e della verità come struttura di variazione senza tema. E che poi c’è stato un tempo in cui abbiamo inventato la verità come tema invariabile, come oggetto il cui accertamento avrebbe virtuosamente azzerato la capricciosa mutevolezza del reale. E oggi? Come siamo fatti, che mondo abitiamo, che forma ha la nostra verità?
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Un esempio tra tanti. I video di Donald Trump ci assediano. Li incontriamo ovunque, alcuni sono veri e altri falsi, alcuni sono stati fatti avendolo di fronte all’obiettivo, altri sono stati prodotti manipolando certi materiali di partenza. Trump stesso ne fabbrica in quantità. Li posta sui suoi social, li smentisce un’ora dopo, li rilancia per il fatto stesso di smentirli. Lui come Cristo vestito di bianco, anzi no, lui vestito di bianco come un medico, che è un po’ come dire che Cristo diventa una volta per tutte un medico, e ogni medico inizia ad avere qualcosa di cristologico.
Non è qualcosa dell’ordine del mito, quel che vediamo all’opera in questo gioco di ricapitolazioni incrociate, in questo migrare di un certo tratto, per esempio questo puro bianco che può essere di Cristo come di un medico ospedaliero, da una figura all’altra, nello spazio di una realtà fatta di cose che ignorano allegramente quel che in filosofia si chiama l’essenza, il che cos’è, la definizione, il fatto che se è Cristo non è un medico, e se è un medico non è Cristo? Una realtà che è la continua metamorfosi di ogni figura nella sua variazione e riconfigurazione?
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Il fatto non è che Trump è già un fumetto, un cartone animato, l’eroe eponimo di sé stesso. Così ci piace pensare, con gli occhi rivolti al passato. Ma Trump può essere l’eroe eponimo di sé stesso solo perché noi con lui siamo entrati in quello che chiamerei un nuovo regime di segni. E quel nuovo regime di segni ci ha trasportati in un mondo in cui, in tutt’altri modi e per tutt’altre vie rispetto a quelle antiche, di nuovo la verità è l’eterna variazione di un tema quasi assente, di nuovo la verità è generazione spontanea di maschere, di nuovo la verità è la facoltà mostruosa di partorire figure che partoriscono altre figure.
Il vecchio regime di segni che ci stiamo lasciando alle spalle è il regime di quei segni che chiamiamo scrittura. Penso in particolare alla scrittura alfabetica. Il suo funzionamento l’ha descritto una volta per tutte il grande filologo inglese Eric Havelock, che a cominciare dalla metà del secolo scorso ha avviato un programma di ricerca che potrà sembrare puramente specialistico, ma offre una chiave indispensabile per capire il nostro tempo. Che cosa accade, si chiede Havelock, ed è il titolo del suo testamento spirituale, quando La musa impara a scrivere? Che cosa accade quando la poesia greca arcaica viene trascritta alfabeticamente, non appena viene importato ad Atene quel nuovo medium capace di miracoli?
Accade che un oggetto vocale diventa un oggetto ottico. Un evento che era fatto di intensità, perché la natura della voce è quella dell’evento, è avvolgente, ambientale, sorprendente, commovente, sfuggente, diventa un oggetto. Un oggetto che, come ogni oggetto, è destinato a starci di fronte. O a far sì che noi possiamo, e in un certo senso dobbiamo, stargli di fronte. Il che significa osservarlo, soppesarlo. Guardarlo da destra e da sinistra. Confrontare le sue tante apparizioni. Decidere se sono coerenti o incoerenti. Costruire un’invariante. Assumere che quell’invariante è la verità, la cosa stessa, l’oggettività.
Il soggetto del canto non osserva un oggetto ma partecipa a un evento che lo investe, e poi ricorda un evento che non smette di investirlo. Ricorda, ricorda moltissimo, il soggetto del canto. Molto più di noi. Ma ricorda infedelmente, variando, reinventando. Anche perché non ha una lettera a cui essere fedele. Ricorda variando, perché la cosa da ricordare è lei stessa variazione. È solo dopo che hai scritto qualcosa, che puoi pensare che quel che hai scritto l’hai scritto, e che quindi c’è un originale, e che quindi ogni variazione è falsificazione. Viene al mondo qualcuno che può concepire quel pensiero, altrimenti inconcepibile, che dice che l’essere è, e non può non essere. E che il non essere non è, e non può non essere. E che ogni essere è l’essere che è, e non può non essere quell’essere che è. Addio mito.
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Atteone dà la caccia a Diana, ma Atteone in qualche modo è Diana. Fin da subito, senz’altro dal suo primo passo fuori dal palazzo in cui vive come sovrano, verso il bosco dove incontrerà la preda. La sente da sempre presso di sé. Anche Diana, la dea, lo attende da sempre, lo ha già incontrato innumerevoli volte, e poi è lei la cacciatrice. Si fa preda per predare Atteone, che infatti cade nel tranello. Atteone vuole vedere la dea, la vuole vedere nuda, vuole la verità. Lei lo muta in cervo, e i cani di Atteone lo sbranano. Cade nel tranello di Diana, Atteone? O proprio così diventa Atteone, il desiderante, proprio così dà corso alla sua natura o alla sua figura, possiede il suo oggetto, lo diventa?
La scienza del mito, che è una disciplina veneranda e insieme una contraddizione in termini, dato che ragiona scientificamente, cioè alfabeticamente, su un oggetto che non è scritturale ma vocale, patisce a lungo questa sua contraddizione e ne esce infine con un’invenzione strepitosa. C’è il mito ma c’è anche il mitologema, inizia a pensare il grande antichista ungherese Károly Kerényi. Il mitologema è la materia mobile del mito. È una massa di motivi specifici ma sempre passibili di riformulazioni. È materia solida ma non statica. Una specie di sostanza musicale. «La mitologia è il movimento di questa materia», scrive Kerényi nei Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, titolo escogitato dal traduttore o dall’editore italiano, suppongo, dato che l’originale tedesco suona, coerentemente con la prospettiva dell’autore, “Introduzione all’essenza della mitologia”. C’è scienza quando ci sono oggetti, e il mitologema non è un oggetto. Il mitologema è il modo in cui la verità può e deve apparire come voce, come sostanza vocale, a un essere fatto anch’esso di voce, di sostanza vocale.
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Il gioco del telefono senza fili documenta nel modo più tangibile questa inaffidabilità della voce, se la vogliamo vedere così, o questa ingovernabile generatività della voce, se la guardiamo con altri occhi. La parola sussurrata subisce una strana mutazione ogni volta che passa di bocca in orecchio. Manca un supporto fisico nel quale permanere. È per questo che il mondo orale è infedele. Ma non è la volontà di un autore, a sospingere il gioco della variazione. Non ci sono autori, nel mondo del mito. È il materiale vocale, che è in sé stesso preciso ma variabile, insistente ma generativo, determinato ma metamorfico.
È per questo che del mito di Diana e Atteone, come di ogni mito, ci sono infinite versioni. Tutte parziali, diciamo noi, alcune più affidabili altre meno, diciamo noi. Tutte complete e tutte verissime, direbbero l’uomo o la donna dell’oralità. Più nel profondo, è per questo che Atteone è anche Diana pur essendo Atteone e nessun altro, è per questo che Diana è i cani di Atteone senza smettere di essere Diana, e così via. La voce sa che non si tratta di credere alla lettera ma di stare nel movimento dello spirito, che significa poi del soffio e della musica. Le volute del soffio o le figurazioni della musica nascono l’una dall’altra, si liberano l’una dal margine estremo dell’altra, perché appunto non sono lettere ma vortici, non sono cose ma frattali.
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Alle soglie del ventesimo secolo, dopo duemila anni di educazione scritturale e di soggetti assoggettati al principio alfabetico della non-contraddizione, fanno irruzione nel nostro mondo ormai globalizzato quei nuovi media che sono la radio e il cinema, e vanno a soppiantare impercettibilmente ma inesorabilmente il vecchio medium del libro. Le nuove generazioni iniziano a formarsi e ad abitare in tutt’altro ambiente semiotico. Il mito inizia la grande parabola del suo ritorno tra noi. Chissà, forse è proprio per questo, è perché andava al cinema e ascoltava la radio, che Kerényi ha potuto immaginare che dietro il mito ci fosse il mitologema.
L’intellighenzia europea avverte istantaneamente il mito come un nemico. Fiuta in quell’oggetto estraneo l’indizio di una mutazione antropologica il cui portato sarà presto o tardi quello di una nuova umanità perfettamente impermeabile all’intero canone dei gesti e dei valori della modernità critica. Ed è tutto vero. Ed è perché è tutto vero che il fascismo potrà trovare nel mito una premessa ideale e uno strumento insostituibile.
Ma il fascismo è come una muffa. Prospera sul terreno dischiuso da quei nuovi media e da quella nuova forma d’esperienza mitologizzante che essi promuovono. Spazzato via il fascismo, quella nuova forma d’esperienza mitologizzante continua però a prosperare. È per questo che noi attardati novecentisti, noi intellettuali critici e liberalprogressisti, avvertiamo puzza di fascismo ogni cinque minuti, pur abitando un contesto che nulla ha a che fare col fascismo storico, tanto meno con quella nozione puramente fantasmatica che è il fascismo eterno. Dopo centoventi anni di radio e cinema, settant’anni di televisione, trent’anni di world wide web, vent’anni di smartphone e social media, è chiaro come il sole che la musa di Havelock ha disimparato a scrivere.
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È vero, oggi la scrittura è dappertutto. Attestiamo qualsiasi cosa attraverso documenti interminabili, studiamo ogni sorta di fenomeno attraverso le sue tracce, progettiamo città o imprese spaziali o bilanci multinazionali attraverso indici che rileviamo e annotiamo e manipoliamo senza sosta. La burocrazia informatizzata è il trionfo della scrittura e del suo funzionamento, insieme, scientifico e tombale, millimetrico e sterilizzante.
E tuttavia questa scrittura che è ovunque, e che offre al nostro tempo il modello stesso dell’oggetto conoscibile, è deposta su schermi acquorei, costellati di immagini, grafici in movimento, video, punti che richiedono di essere toccati, accarezzati, ingranditi, rimpiccioliti. Leggere i nostri schermi, e leggere attraverso quegli schermi il nostro mondo, è diventata un’arte visionaria e tattile, fatta di minute esplorazioni, parziali catture, brevi illuminazioni. La loro pulsazione incessante induce nell’utente un’attenzione intensa, anzi ipnotica, priva di qualsiasi lucidità alfabetico-tipografica, ma frammentaria, aliena alla possibilità della ricapitolazione, acritica. Il loro dettato è inafferrabile e allo stesso tempo indiscutibile.
Infine, diciamo la verità, questi schermi sempre più di rado ospitano quella cosa che chiamiamo scrittura, cioè la scrittura alfabetica, e sempre più spesso ospitano qualcosa che stranamente non chiamiamo scrittura, ma è scrittura a sua volta. I nostri schermi ospitano spesso grafici e scritture matematiche, e ospitano sempre i risultati di grafici e scritture matematiche. E la prestazione più caratteristica delle scritture matematiche è che non fissano oggetti ma rapporti tra oggetti, rapporti tra quantità variabili, variazioni di rapporto tra quantità. Quelle che un tempo chiamavamo cose, si rivelano, all’utente di queste nuove scritture, dico nuove rispetto all’alfabeto, e rispetto alla loro incidenza ubiquitaria nel nostro mondo, come delle istantanee prelevate sul corpo vivo di una corrente fatta di tante correnti. Ora invece ci siamo immersi in quella corrente, ora invece facciamo l’amore con quel corpo vivo.
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È per questo che il nostro tempo è affascinato dalle larve, dagli esseri di transizione, da tutto ciò che è dell’ordine dell’irrealizzato. È per questo che il virtuale è l’unico grande concetto che la filosofia contemporanea abbia elaborato negli ultimi sessant’anni. È per questo che pensiamo l’infanzia non come un’età dell’esistenza ma come un modo dell’esistenza, coestensivo a essa, virtuosamente privo di vie d’uscita. È per questo che se oggi c’è una scientia scientiarum è l’embriologia, e se c’è una matematica capace di offrire ai saperi una chiave universale è quella che modellizza la morfogenesi e che mostra la sostanza delle cose nella regola con cui pure forme generano pure forme.
È per questo che alla politica si sostituisce l’amministrazione, com’è chiaro dagli anni sessanta del Novecento in poi. A un rapporto tra territori chiusi, tra i quali devono vigere le leggi dell’amicizia o dell’inimicizia, si sostituisce il tentativo di ottimizzare tramite determinate scritture regolatrici il transito di certi segni, di certi valori, di certe variabili, attraverso spazi che s’infiltrano l’uno nell’altro come un liquido in un altro liquido. È per questo che tendiamo a non avere un futuro e a non poter progettare un futuro. Il futuro è sempre proiezione, rilancio di qualcosa di già accaduto, specchio che ci mettiamo davanti agli occhi per traguardare nient’altro che il mondo di ieri. Tutti i nostri segni, tutti i nostri media sono forme di minuziosissimo trattamento di una fluttuazione presente.
Dobbiamo fare amicizia con questa nuova musa analfabeta. Non possiamo mancare per la seconda volta l’appuntamento col mito, lasciandolo a chi inneggia al fascismo pur sapendo lui per primo che il fascismo è morto e sepolto. Dobbiamo fare amicizia con questo mondo di larve, di infanti mai adultescenti, di transiti privi di approdo, di presenti che si estendono senza infuturarsi, di calcoli che regolano tutto senza volere nulla. Dobbiamo fare amicizia con questa musa analfabeta ma vocale e tattile, figurale e matematica, perché quello che la musa ci sussurra all’orecchio è il segreto del nuovo mondo.