Di solito i mondi messi in scena nei nostri teatri o vengono presi dal passato della tradizione, dai classici, attualizzati, talvolta parodizzati, con innesti di “contemporaneo” molto spesso non felici; oppure traducono una troppo letterale ripresa di temi sociali urgenti, affidati ad una creatività che spesso è proprio regolata dal valore sociale del tema e dai luoghi comuni del discorso pubblico, sia quando li asseconda, sia quando vi si oppone.

Non è frequente a teatro vedere invece la costruzione di mondi, alimentati da immaginari inediti, in cui vengono a depositarsi temi, personaggi e intrecci nuovi. È quello che fa felicemente Carrozzeria Orfeo nel suo ultimo spettacolo Misurare il salto delle rane, visto al Teatro Vascello di Roma.

Siamo a metà anni Novanta, in un paesino di pescatori che affaccia su un lago. Tre donne sono in scena, legate, come capiremo, dalla morte per suicidio avvenuta vent’anni prima della figlia di una di loro, Lori. Quest’ultima è una donna oramai sessantenne, che, rimasta sola dopo aver cacciato il marito perché d’estate «nudo e ubriaco davanti al frigo aperto si rinfrescava i genitali» (Di Luca 2025, p. 25), ha cresciuto la piccola Betti, ora donna massiccia e trasandata che fa “l’allenatrice di rane”, amica inseparabile della ragazza suicida (che chiama “sorella”).

Nella casa povera e dimessa dove abitano le due donne, collocata sul limitare di una scogliera che affaccia sul lago, sopraggiunge Iris, una donna sui trent’anni, che abita dall’altra parte del lago. Ha trovato un messaggio in una bottiglia, che sembra riguardare il mistero della morte della quindicenne suicida.

Lo sfondo sociale della situazione si trasfigura immediatamente in una dimensione simbolica, richiamata fin dal titolo dal nome dell’animale. Qui il lago ha le rane invece del gabbiano cechoviano, e non c’è nessun processo di trasfigurazione ideale del reale, ma un precipitarsi dentro in forma malinconica (Lori), aggressiva (Betti) o lenta e progressivamente nera (Iris).

Se le dinamiche tra Lori – che non riesce a superare il lutto per la morte della figlia – e Betti si fondano sull’aggressività come modo costante di relazione, che passa dalla richiesta ripetuta e infastidita di chiudere la porta, al sequestro di una fionda, al furto di M&M’S, Iris è sicuramente il personaggio più sfumato, in cui misuriamo lentamente la trasformazione dei sentimenti e dei modi d’agire. All’inizio vediamo il riconoscimento di uno stato di sospensione conoscitiva ed emotiva, quando Iris dice: «Voglio avere il diritto di portare avanti un pensiero confuso senza il dovere opprimente di portarlo a termine […] Forse è inutile cercare di risolvere l’enigma che noi siamo. Poiché non siamo altro che quell’enigma» (ivi, p. 12). Questa incertezza ritorna quando parla al telefono al marito, dicendogli che lo ama, ma lasciando trapelare le inquietudini profonde che segnano la loro relazione, che esplicita con le altre due donne: «Mio marito […] lui è un uomo stupendo, la mia roccia […] Ma a volte quando facciamo l’amore è … come se fossi una preda […] come se mi sentissi… sopraffatta» (ivi, p. 35).

Betti invece è irruenta, aggressiva, violenta (usa fionde e martelli per colpire uomini da cui si sente offesa: «Ha fatto il maschio stronzo e si è preso una martellata. Punto», ivi, p. 48). È sempre “incazzata” per tutto, tranne che con Froggy, la sua rana, che quando muore investita da un ciclista fa temere a tutti violenze vendicative. Rifiuta gli M&M’S gialli e verdi, insegna a Iris come masturbarsi bene, e recrimina ancora per quel bacio mancato in gioventù da un ragazzo. Questi è ora un cantante. Torna in paese per un concerto, e Betti vuole rivendicare quel bacio. Va con Iris. Ma scoprono che l’allora ragazzo era stata la ragione del suicidio dell’amica, rimasta incinta di lui. Il pomeriggio incontrava lei, e la sera il ragazzo si vedeva con Betti. Iris ucciderà a martellate l’uomo. Le due nasconderanno il cadavere, prima di gettarlo nel lago. E Betti pretenderà il bacio anche da morto: «E tu dammi questo cazzo di bacio» (ivi, p. 51).

L’enigma dell’inizio nel momento in cui viene sciolto – come in una forma tragica – genera ulteriore catastrofe. Con una scrittura notevole, Gabriele Di Luca riesce a intrecciare almeno tre modi e toni narrativi: l’elusione tragica, che prende corpo nell’isolamento radicale di ognuno dei personaggi (che arrivano perfino a parlare in presenza attraverso il walkie talkie) e si manifesta attraverso istanze rivendicative e ritorsive; l’esagerazione iperbolica e grottesca degli elementi (la rana, gli M&M’S), anche con tono black (il cadavere di cui disfarsi); uno sguardo riflessivo e metaforico sulla vita (il puledro che nasce da una cavalla morta investita da Iris).

Misurare il salto delle rane ci dice con forza e originalità qualcosa che riguarda il nostro presente, e il rapporto tra uomini e donne (le uniche presenti in scena, e ben interpetrate dalle tre attrici), non salvando nessuno. Nessuno è migliore di un altro. Perché in fondo l’umano, abitato da una tale autoreferenziale chiusura (la madre che si preoccupa solo se la figlia l’abbia odiata o meno), in cui collocano dolore e miseria, non è in grado di generare nulla se non ulteriore dolore e violenza, di cui in fondo rassicurarsi.

Perché se «è vero che non c’è una logica qui» (ivi, p. 50), è anche vero che questo diviene di fatto un accordo implicito tra le tre donne (Iris non tornerà dal marito); accordo disperatamente consolatorio, sintetizzato nella scena finale con le tre donne sedute con delle coperte sulle ginocchia a parlare tra loro col walkie talkie.

Ciò che di più vivo sembra esserci e resistere è allora forse proprio il messaggio nella bottiglia della ragazza suicida. Quel “vorrei vivere” che proviene dal passato diviene nel presente un messaggio inascoltato.

Riferimenti bibliografici
G. Di Luca, Misurare il salto delle rane, Cue Press, Imola 2025.

Misurare il salto delle rane. Uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo; drammaturgia: Gabriele Di Luca; regia: Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti; interpreti: Elsa Bossi, Noemi Apuzzo, Chiara Stoppa; assistente alla regia: Matteo Berardinelli; musiche originali: Massimiliano Setti; scene: Enzo Mologni; ideazione luci: Carrozzeria Orfeo, in collaborazione con Asti Teatro 47; produzione; Fondazione Teatro Due, Accademia Perduta/Romagna Teatri, Teatro Stabile d’Abruzzo, Teatri di Bari e Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival in collaborazione con Asti Teatro 47; durata: 1h e 40′, anno: 2026.

*Foto di Andrea Morgillo.

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