Il nuovo film di Christian Petzold si apre sul rumoroso via vai di una strada trafficata. Di sfondo, un figura sciupata china su un parapetto. È Laura, interpretata da Paula Beer alla quarta collaborazione con il regista. Al suo primo piano, il frastuono delle macchine si ovatta, come se Laura si sforzasse di isolarsi da ciò che la circonda: la città come groviglio di segni, transito costante di cose e persone, velocità, soldi, professione, affari, carriera. Laura si rifugia sulle rive di un canale che scorre proprio sotto il cavalcavia. Si avvicina pericolosamente alle acque e solo il fortuito passaggio di un canoista la trattiene dal tuffarsi. Titoli di testa.
Miroirs No.3 – Il mistero di Laura, in anteprima alla Directors’ Fortnight della 79ª edizione del Festival di Cannes, è forse il film più rigoroso e rarefatto di Petzold. Il titolo fa riferimento a una composizione per pianoforte di Maurice Ravel dal titolo Une barque sur l’océan, da cui il regista sembra riprendere la punteggiatura timbrica che scandisce le vicende del film. Dalla città da cui siamo partiti sfrecciamo subito via su una ruggente macchina decappottabile, alla guida della quale troverà la morte il fidanzato di Laura. Lei invece esce praticamente illesa dall’incidente e Betty (Barbara Auer), una donna che abita vicino al luogo della disgrazia, la porta a casa sua per soccorrerla.
Da quando Laura entra in casa di Betty, Miroirs No.3 diventa un film di fantasmi. «Per fare un fantasma occorrono una vita, un male, un luogo», scrive Michele Mari nel suo Fantasmagonia, «Il luogo e il male devono segnare la vita, fino a renderla inimmaginabile senza di essi. Il luogo deve essere circoscritto, con confini precisi; più che un luogo, una porzione chiusa di luogo: preferibilmente una casa» (2012, p. 142). Come da cliché da classico dell’orrore, molto della casa di Betty ce lo descrivono i suoni: sgocciolamenti, cigolii, porte che gracchiano, il vento che la attraversa come un inquietante respiro. E poi c’è un punto oscuro, un male, nel passato di quella donna e della sua famiglia, il marito, Richard (Matthias Brandt), e il figlio, Max (Enno Trebs). Laura è capitata provvidenzialmente a occupare un posto vuoto a tavola, vestendo letteralmente i panni di qualcuno che non c’è più.
La prima scena che li vede tutti insieme a pranzo è un altro must-have del genere: una donna sola e segnata dalla melanconia invita inaspettatamente i partenti per banchetto celebrativo. Una volta arrivati, questi scoprono che la tavola è apparecchiata per un commensale di troppo. La paura inizia a dipingere i loro volti e la placida serenità della loro ospite non può che diventare, ai loro sguardi preoccupati, la prova di un suo definitivo tracollo nel delirio. Attraverso la porta che da sulla stanza accanto iniziano a udirsi strani rumori e quando la tensione tocca il suo apice ecco che la porta si apre e appare il fantasma.
Nel film i fantasmi sono interpretati dai vivi e l’elaborazione del lutto si articola come l’allestimento coatto di un simulacro (La donna che visse due volte, 1958), ma l’iniziale complicità un po’ ingenua di Laura confonde e fa pensare che sia in atto una forma sostituzione più professionistica, come gli affetti in affitto di Family Romance, LLC (2019), o la messa in scena, l’acting del legame e dell’affetto, nel più recente Sentimental Value (2025). Petzold però riesce a portare questa soluzione drammaturgica a un grado ancora maggiore di perturbante, paradossalmente epurando il suo film da ogni elemento patetico – e proprio per questo, quanto presente è il fuori campo, dove Petzold fa succedere tutte le cose più esplosive (di nuovo, letteralmente) del film.
Miroirs No.3 non si risolve in psicologismi di scrittura e anzi, scena dopo scena il plot evapora in un susseguirsi impressionistico di scene dal moto narrativo circolare. Come il ritornare di una melodia all’interno di una composizione, il film è un va e vieni tra due luoghi: la casa e l’officina e, tra questi, gli aperti paesaggi della campagna, diventano la scena di un kammerspiel en plein air dove la tensione procede con una circolarità incidentale. L’auto con Laura e il fidanzato finisce fuori strada, causando la morte di lui e così Laura e Betty si incontrano. Ma è come se questo evento fosse in realtà la conseguenza del campo-controcampo nella scena precedente. È uno scambio tra primi piani che fa riconoscere le due donne, ancor prima dell’incidente, come per un accordarsi del loro personale e intimo dolore, che ritrovano l’una negli occhi dell’altra. Così come accadrà successivamente a Max che, in uno scambio d’intesa e imbarazzata serenità, accetterà la presenza di Laura nella sua famiglia condividendo con lei una birra e una canzone (diegetica, come ogni intervento musicale del film: la musica che ascoltano gli spettatori è quella che ascoltano i personaggi), The Night di Frankie Valli & The Four Season. Una strofa però ci mette in guardia: “and you know you’re gonna lose more than you found“. Ciò che ha avvicinato Laura a questa famiglia è un dolore che pur intonando la stessa litania non fa sovrapporre le loro voci.
Laura veste gli abiti di un’altra, usa la sua bicicletta (dopo che l’altezza è stata regolata alla sua statura), dorme nella sua stanza. Betty cerca di riempire una sagoma vuota (la figlia Yelena, morta suicida) con una forma (Laura) che però non combacia perfettamente con i bordi della figura e finisce per conservare un vuoto. Ma è proprio quando si guarda allo scarto e non alla pienezza che avviene un vero riconoscimento dell’altro. Riconoscimento come vedere l’altro per quello che davvero è. Riconoscimento come ciò che ci chiama alla responsabilità di donare all’altro quanto l’altro ha riconosciuto a noi. Dopo la fuga precipitosa di Laura, Betty sente crescere il desiderio di conoscere di più della sua vita, quella vera, e spedisce il figlio a Berlino in una missione di spionaggio. Il risultato è deludente perché produce l’ennesimo simulacro, un’immagine digitale: sempre interpretabile, falsificabile, egualmente fantasmatica del mashup Yelenalaura a cui lei l’aveva costretta/a cui l’altra si era prestata. Così, alla fine, la famiglia al completo decide di andare di persona ad ascoltare la vera Laura suonare Une barque sur l’océan alla UdK di Berlino. E forse in quella scena sono loro, questa volta, a interpretare la parte di qualcuno che da quella platea è assente.
Infine, due quadri. La famiglia seduta a un tavolo da pranzo dove un posto rimane vacante. Nero. Laura entra nel suo appartamento dove il soffiare del vento gonfia una tenda alla finestra. Posture di prossimità con l’assenza. Avere il coraggio di combaciare con il vuoto significa voler continuare a vivere.
Riferimenti bibliografici
M. Mari, Fantasmagonia, Einaudi, Torino 2012.
Miroirs No.3 – Il mistero di Laura. Regia: Christian Petzold; sceneggiatura: Christian Petzold; fotografia: Hans Fromm; montaggio: Bettina Böhler; interpreti: Paula Beer, Barbara Auer, Matthias Brandt, Enno Trebs, Philip Froissant, Victoire Laly, Marcel Heupermann; produzione: Schramm Film, ZDF/Arte; distribuzione: Wanted Cinema; origine: Germania; durata: 86’; anno: 2025.