Qualche frammento di autobiografia

di MATTEO ANGELO MOLLISI

Michel Foucault. Il filosofo del secolo. Una biografia di Didier Eribon.

Qualche frammento di autobiografia«Che cos’è un’esistenza filosofica?», leggiamo in quarta di copertina di Michel Foucault. Il filosofo del secolo, monumentale biografia del filosofo francese scritta da Didier Eribon nel 1989, poi ampiamente rivista in due fasi e ora disponibile in italiano per Feltrinelli nell’ultima versione arricchita. Scelta pienamente azzeccata, questa degli editori, dato che la questione della «natura» o della «struttura» di una vita filosofica è effettivamente quella che più di tutte guida le quattrocento pagine dell’opera, e la cui formulazione generica nulla toglie alla preponderanza della singolarità della biografia in questione. Anzi, potremmo dire che ciò che Eribon riesce a dimostrare è come la vita di Foucault si presti meglio di tutte a fare da supporto, a fungere da occasione per interrogarsi in generale su quale nesso vi sia tra un pensiero e un’esistenza, di ricapitolare per quanto possibile l’enigmatico intreccio che stringe un concetto a colui che lo firma.

Si tratta per Eribon, come egli afferma fin dalla prefazione a questa edizione rivista della sua biografia, di capire come e perché fosse lo stesso Foucault a non mancare mai di sottolineare «l’intensità del rapporto tra le proprie esperienze personali e il proprio lavoro teorico» (Eribon 2021, p. 9). Un’intensità che, di conseguenza, l’autore si impegna a far emergere a più riprese nel corso della sua ricostruzione biografica, ora per spunti e suggestioni ora per ipotesi ben più impegnate e spesso in polemica con letture divergenti: come quando nota, solo per fare qualche esempio, il nesso tra l’estremo rifiuto di Foucault di “confessare” di essere affetto da Aids e la decostruzione genealogica dell’ingiunzione di dire, di parlare, di far parlare che muove notoriamente l’ultimo tratto della ricerca foucaultiana, «come se, ancora una volta, si ritrovassero le esperienze brutali della vita quotidiana all’origine di una prospettiva storica e di una ricerca teorica» (ivi, p. 43); o ancora quando valorizza il legame, ammesso dallo stesso Foucault, tra il suo essere «figlio di un chirurgo» e la sua scrittura secca e aggressiva, che «ha sostituito il bisturi con la penna», pratica di «un anatomista che pratica un’autopsia», attività diagnostica mossa dall’intento di «portare alla luce, attraverso l’incisione della scrittura, qualcosa che sia la verità di ciò che è morto» (ivi, p. 188).

Spunto, quest’ultimo, che aiuta a gettar luce sulla singolarità di cui sopra, sulla specificità con la quale nel nome di Foucault si intrecciano teoria ed esistenza: ben lontana, ad esempio, dallo stile “confessionale” e dalla «comunicazione di esistenza» in cui, nel solco di Agostino e Kierkegaard, il medesimo nodo arriva a configurarsi in un suo grande avversario, Jacques Derrida. Dom Pierrot, professore di un giovanissimo Foucault al collegio Saint-Stanislas di Poitiers, amava classificare i giovani studenti di filosofia in due categorie: coloro per i quali la filosofia sarà sempre oggetto di curiosità, e che vorrebbero orientarsi verso la conoscenza dei grandi sistemi e delle grandi opere, e coloro per i quali la filosofia sarà invece una questione di inquietudine personale, vitale; i primi segnati da Descartes, i secondi da Pascal; il futuro anatomista Foucault, a suo avviso, «apparteneva alla prima categoria. Si avvertiva in lui una formidabile curiosità intellettuale» (ivi, pp. 18-19).

Intellettuale, ma nient’affatto intellettualistica, e di certo tutt’altro che “quieta”, per quanto aliena alle pose dell’inquietum cor agostiniano. Di questa peculiare inquietudine che stringe l’opera di Foucault al bisogno esistenziale da cui nasce, Eribon ritiene fin da subito di poter indicare una chiave ben specifica: una certa idea di «disobbedienza volontaria» o di «indocilità ragionata», ovvero «di un’indocilità che prende se stessa come oggetto delle proprie analisi» (ivi, p. 9). È questa insubordinazione al mondo così com’è, questa reticenza di fronte ai poteri e alle norme che tengono in scacco la libertà e le possibilità delle soggettività a costituire il miglior sinonimo dell’affermazione dello stesso Foucault secondo la quale ciascuno dei suoi libri è un frammento di autobiografia (ibidem). E a rappresentare, di conseguenza, il filo conduttore della tripartita ricostruzione biografica di Eribon.

Nella prima parte, l’autore descrive in questa chiave il «ritorno agli inferi» che Foucault prescrive alla psicologia come sua unica possibile «salvezza» (ivi, p. 91): ritorno che è certo quello intrapreso nel progetto culminante in Folie et déraison (1961), archeologia dei meccanismi di esclusione della follia, della demenza e della sragione di cui la tesi di dottorato rintraccia il ruolo costituente per la nostra cultura e la nostra storia, ma che è anche quello di un giovane Foucault psichicamente instabile e sofferente, sempre in bilico tra la posizione di paziente (verso la quale già negli anni da studente in Rue d’Ulm inizia a manifestare riserve) e quella di precoce studioso e professore di psicologia, brillante traduttore e prefatore di Binswanger, e addirittura “stagista” al laboratorio di elettroencefalografia al Saint-Anne. In questo intreccio è in particolare il vissuto di esclusione legato all’omosessualità a giocare un ruolo di primo piano; è proprio a partire da questa tematica che Foucault, in un’intervista del 1981, dichiara:

Ogni volta che ho tentato di fare un lavoro teorico, è sempre stato a partire da elementi della mia propria esperienza: sempre in rapporto con processi che vedevo dispiegarsi attorno a me. Intraprendevo lavori del genere perché credevo di riconoscere nelle cose che vedevo, nelle istituzioni con cui avevo a che fare e nei miei rapporti con gli altri crepe, colpi sordi, anomalie – qualche frammento di autobiografia (ivi, p. 41).

Il che però, specifica Eribon, non dovrebbe spingere a “spiegare” l’intera opera di Foucault “attraverso” la sua omosessualità, bensì a «constatare com’è nato un progetto intellettuale, in un’esperienza che dovremmo forse qualificare come esistenziale, se non originaria: come si è costruita un’avventura intellettuale nelle battaglie della vita individuale e sociale, non per restarvi impantanato, ma per riflettere su quelle lotte, superarle, problematizzarle» (ivi, pp. 41-42).

Qualche frammento di autobiografia

Riflettere, superare, problematizzare: questo perché, come quest’ultima citazione suggerisce, e come l’intero libro di Eribon contribuisce a mostrare, la sostanza ultima di un’esistenza filosofica è tutto meno che una pacifica e limpida unità. Al contrario di quanto si potrebbe pensare in prima battuta, prendere il caso Foucault come paradigma di una tale omogeneità tra opera ed esistenza, assumerne la parabola per mostrare senza posa il travaso della vita nel concetto e viceversa, non sfocia affatto nel dissolvimento di queste due polarità nell’apprensione di una performance organica di cui esse sarebbero mere astrazioni. O meglio, questo è soltanto un lato della “cosa” in questione, la cui visione, lasciata a se stessa, rimane parziale, per quanto preziosa.

Ed è precisamente all’altro lato, all’irriducibile “scarto” che fa da rovescio alla guadagnata unità di esistenza e filosofia, che la seconda e la terza parte del libro di Eribon ci sembrano perlopiù rivolgersi – o quantomeno, è questa la chiave sotto la quale ci sembra valgano la pena di essere lette. Esse ripercorrono la fase “militante” della vita filosofica di Foucault, dalla ripoliticizzazione tunisina all’esperienza di Vincennes fino alle innumerevoli azioni e iniziative in cui fu coinvolto negli anni ’70 e ’80, parallelamente all’insegnamento al Collège de France. «Militante e professore al Collège de France»: è appunto questa espressione, ripresa dal titolo di un articolo su un dialogo del filosofo con un operaio di Renault, ad assurgere nell’opera di Eribon a formula dei «due Foucault» (ivi, p. 292) di cui si tratta soprattutto nel periodo dal 1970 in avanti, la cui narrazione si propone di riflettere il carattere di irriducibile “dispersione” e “frammentazione” proprio di una fase esistenziale in cui «tutto si confonde, si intreccia, si incastra e si sovrappone fin dal momento in cui si tratta di situare nel tempo questo o quell’altro fenomeno, o di inserirlo in una frequenza che gli dia senso» (ivi, p. 271).

Certo, è pur vero che per tutto un versante della fase in questione si dà più che mai mostra di quella indocilità ragionata che per Eribon è la chiave del trapasso della vita di Foucault nella sua ricerca teorica: l’episodio del 1975 in cui il filosofo, in occasione di una spedizione in Spagna per protestare contro la condanna a morte di undici dissidenti, oppone alla polizia una resistenza che, secondo le testimonianze di Claude Mauriac e di Yves Montand, trasuda una «impossibilità carnale di subire un contatto con un poliziotto e di ricevere da lui un ordine», «una forza di rifiuto, una volontà di insorgere contro l’atto repressivo, contro il fatto poliziesco. Contro la disciplina» (ivi, p. 304), rappresenta forse il culmine di questa incarnazione della teoria. Eppure, lungi dall’appagarsi delle molteplici testimonianze di un Foucault ribelle e coraggioso, leader carismatico di gruppi militanti, organizzatore indefesso tutto orientato all’azione e all’efficacia, leggendovi un prolungamento senza riserve dell’opera intellettuale, è come se Eribon cavalcasse questa linea di continuità, senz’altro messa in luce fino all’ultima pagina, per fomentare una crescente tensione che culmina in un momento ben preciso, da lui presentato quasi come un cortocircuito dell’esistenza filosofica di Foucault: l’esperienza come corrispondente del Corriere della Sera in occasione della rivoluzione iraniana. Nel complesso ben più indulgente della media nei confronti dell’episodio più criticato della parabola intellettuale di Foucault, Eribon finisce tuttavia per dar voce alla domanda che la sua avventura iraniana non può non suscitare: «forse aveva anche lui dimenticato, o aveva voluto dimenticare, chi fosse Michel Foucault?» (ivi, p. 334).

«Quello che mi stupisce è che, nella nostra società, l’arte sia più in rapporto con gli oggetti che con gli individui o con la vita… La vita di ogni individuo non potrebbe forse essere un’opera d’arte?» (ivi, p. 388). È a questa citazione, rimando alla tematica di ascendenza nietzschiana così importante per l’ultimissimo Foucault, che Eribon assegna quasi un implicito valore da resa dei conti, riportandola nell’ultima pagina del suo libro. Fare dalla vita un’opera d’arte significa senz’altro, in primo luogo, mantenere sempre desto l’atto vivente che presiede alle diverse “oggettivazioni” in cui l’esistenza si esteriorizza e si esprime, combattendone la tendenza a perdersi e a decadere in esse, risalendo incessantemente il corso di questa autodestituzione della vita, sbrogliando il nodo della malafede in cui essa si imprigiona nella misura in cui perde il contatto con le proprie “opere”: opere che allora non saranno più tali, corpi morti in cui la vita si aliena, oggetti letteralmente di contro ad un soggetto ad essi eterogenei, poiché sarà la vita stessa a riconoscersi come l’unica opera. Con la consapevolezza, tuttavia, che un tale compito potrà essere solo un’approssimazione, un cammino infinito, dal momento che questa dinamica di oggettivazione della vita nell’opera, dell’esistenza del pensiero e nei suoi artefatti, non potrà mai essere pienamente emendata, ricapitolata. I libri di Foucault saranno pure cassette degli attrezzi e armi per la lotta, come il loro autore amava dire, ma attrezzi e armi sono pur sempre oggetti: cosa di cui Foucault si rendeva conto benissimo, contemplando la possibilità che di essi ci si possa servire per intenzioni – o meglio, strategie – ben diverse da quelle da cui essi sono «usciti fuori», secondo una sua affermazione riportata da Eribon (ivi, p. 269). Per quanto il pensiero possa riconoscersi come funzione della vita, permane uno scarto inemendabile, come un ritardo delle opere rispetto alla vita da cui e per cui esse sorgono, ritardo che è condizione della vita stessa e del suo fare. Non ci sembrano irrilevanti, a questo proposito, le parole conclusive dell’ultima lezione di Foucault al Collège de France, che sono anche le parole con cui Eribon sceglie di chiudere la sua biografia: «Ecco. Sentite, avevo delle cose da dirvi sul quadro generale di queste analisi. Ma, insomma, è troppo tardi. Allora, grazie».

Qualche frammento di autobiografia

Didier Eribon, Michel Foucault. Il filosofo del secolo. Una biografia, traduzione di Lorenzo Alunni, Feltrinelli, Milano 2021.

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