Come l’otturatore di una telecamera, lentamente le porte di un teatro di posa si aprono lasciando entrare un fascio di luce negli ambienti bui. Una figura in controluce si muove verso l’interno, sinuosa, introdotta dal rumore dei suoi tacchi che rimbombano nella stanza semi vuota. Si accomoda su una sedia al centro della sala; davanti a lei, un pubblico formato da casting directors la osserva, pronto a giudicare la sua performance durante il provino. É così che inizia Maxxxine, mettendo in scena sin dai primi secondi il meccanismo stesso del cinema: dall’apertura della camera pronta a riprendere fino ad arrivare al pubblico in trepidante attesa della proiezione sullo schermo.
Il meccanismo metacinematografico che, attraverso un’estrema ironia e sfumature grottesche, ha caratterizzato l’intera saga di X (composta anche dai precedenti X e Pearl, entrambi del 2022) è subito esplicitato. La trilogia di Ti West gioca infatti sugli stereotipi tipici dell’horror e sui cliché del cinema di genere, collegati nella finzione cinematografica dai sogni e dalle ambizioni di due donne, Maxine Minx e Pearl. Attraverso l’implacabile desiderio di diventare famose, di non accettare un’esistenza di livello inferiore rispetto a quella che meritano, prendono vita le loro sanguinose storie in momenti diversi del Novecento. Il cinema stesso, circondato da un’affascinante e mai del tutto penetrabile aura, è sempre centrale all’interno della narrazione.
Maxxxine, ambientato nel 1985, segue la vicenda di Maxine Minx, diva del porno di Los Angeles presentata per la prima volta ai suoi esordi nel 1979 in X. Dopo essere riuscita a sfuggire dal massacro avvenuto mentre girava in una villa in Texas (storia che per luoghi e meccanismi narrativi riprende in modo esplicito The Texas Chainsaw Massacre di Tobe Hooper del 1974, tanto da essere narrato anche dai giornali come “The Texas Porn Star Massacre”), la donna, arrivata a trent’anni, vuole cambiare vita, consapevole di avere i giorni contati all’interno dell’industria pornografica. Cerca quindi di entrare a far parte del mondo del cinema, ottenendo una parte all’interno del nuovo horror La Puritana II. In quelle stesse settimane però Hollywood sta subendo continui sconvolgimenti: da una parte ci sono le costanti proteste da parte dei cittadini americani contro la pornografia e gli espliciti contenuti sessuali nei film contro i quali richiedono adeguate censure, dall’altra la presenza dello spietato serial killer Night Stalker – realmente esistito – che agisce nelle serate stellate della California.
Sullo schermo è ricostruita una Los Angeles oscura, notturna, illuminata solo dalle flebili insegne al neon degli squallidi locali nei quali si riunisce l’eterogeneo sottobosco dell’universo cinematografico, composto da coloro che non riescono a sfondare e devono trovare altri modi per sopravvivere. Il sole splendente e invitante che nell’immaginario collettivo caratterizza Los Angeles non è mai rassicurante: la sua funzione è piuttosto quella di svelare al mattino i crimini sanguinosi avvenuti nel corso della notte, il momento della giornata in cui le maschere e le finzioni create dall’industria dello spettacolo crollano miseramente rivelando la realtà perversa e selvaggia che popola le strade della capitale dei sogni.
É tra quelle finzioni, in una Hollywood spogliata e deturpata, che Maxine si muove e recita, ormai decisa a raggiungere il successo. Vuole diventare una stella, non importa quello che dovrà affrontare durante il percorso. É disillusa e non ha scrupoli nel farsi strada per raggiungere i suoi obiettivi, come in Pearl la protagonista (interpretata sempre da Mia Goth) non accetta di essere rifiutata al provino di danza della Chiesa. Si tratta infatti dell’occasione che nella sua ottica potrebbe assicurarle una tournée di successo: non esita quindi a uccidere la bella e bionda cognata che ha ottenuto il ruolo al suo posto, dopo averle raccontato tra le lacrime la sofferenza che prova nel vedere la vita scorrerle davanti agli occhi fuori dalle finestre di quella fattoria in cui è condannata a morire.
Rientrando sempre nei meccanismi metacinematografici su cui il racconto si basa, essenziale è la prima scena di tensione del film, in cui la ragazza, seguita da un uomo mascherato, viene bloccata in un vicolo. Gli abiti e il trucco che il rapinatore sta indossando però non sono casuali: è un cosplayer di Buster Keaton, figura iconica del cinema muto. La scena assume un risvolto simbolico nel momento in cui lui prova ad aggredirla con un coltello e Maxine si protegge con una pistola, obbligandolo a inchinarsi davanti a lei, a eseguire una fellatio all’arma e a spogliarsi, strato dopo strato, fino a rimanere inerme sull’asfalto dove lei gli schiaccia i testicoli. Ti West però non vuole simboleggiare solo la presa di posizione della protagonista all’interno dell’industria in cui sta cercando di entrare: la sequenza rappresenta la caduta delle maschere di un mondo che è così costretto a rivelarsi allo spettatore creando un cortocircuito narrativo, ma anche il cinema dell’età dell’oro ormai piegato e sottomesso di fronte all’implacabile cambiamento dell’industria.
La scena, estrapolata dall’universo di finzione in cui è collocata, può essere anche letta come una netta presa di posizione da parte del regista all’interno del nuovo rinascimento del cinema di genere, sempre più presente nelle recenti uscite cinematografiche. Il genere è ormai utilizzato per portare avanti discorsi complessi, intrecciati con produzioni di alto livello e forme ibride; non è limitato dalle peculiarità che fino al primo decennio del Duemila hanno portato a una netta divisione con il cinema d’autore. Il processo è ormai stato avviato, è innegabile, ed è proprio attraverso la A24, casa di produzione che ha affiancato West nella realizzazione della sua trilogia, che in parte questa rivoluzione ha potuto iniziare ad acquisire una direzione precisa anche nella percezione degli spettatori.
Per Pearl il cinema rappresenta allo stesso tempo il desiderio di raggiungere la fama e il desiderio sessuale, trasposto nei suoi rapporti extraconiugali con il proiezionista dell’unica sala cittadina che la continua a far sognare regalandole la possibilità di vedere quei film dai quali è ossessionata. Allo stesso modo sesso e ambizione si fondono nella vita di Maxine, che deve riuscire a emergere dal mondo del porno per poter brillare ed essere conosciuta da tutta l’America. Le due donne, collegate non solo dall’uccisione di Pearl da parte di Maxine in X, si trovano nuovamente vicine attraverso la figura di Theda Bara. L’attrice rappresenta per Pearl, che la vede in Cleopatra (J. Gordon Edwards, 1917), la femme fatale per eccellenza, ciò che vorrebbe diventare ma che non riesce ad essere, bloccata in provincia, avvelenata ogni giorno di più dalla sua stessa brama di notorietà che non trova in alcun modo sfogo. In una delle sequenze iniziali di Maxxxine, invece, la protagonista spegnerà la sigaretta proprio sulla stella della famosa vamp nella Walk of Fame, simboleggiando non solo il passaggio di testimone ma anche la possibilità di raggiungere quello che Pearl non ha mai potuto avere, ovvero il successo – ottenuto anche grazie alla propria sensualità fieramente rivendicata – nonostante le proteste di un’America conservatrice e ottusa.
In un film in cui anche gli investigatori pensano di dover dare la loro migliore prova attoriale come se si trovassero in una serie poliziesca e i ricordi di Maxine si trasformano già dopo pochi minuti in scene che potrebbero senza problemi essere inserite in un melodramma di serie B, il punto di svolta è la visita agli Universal Studios (centrali per lo sviluppo dell’horror sin dagli anni ’30), tra teatri di posa e set abbandonati, ma soprattutto location ben riconoscibili non solo dai personaggi ma anche dagli spettatori, come il Bates Motel di Psycho (1960) e la casa di Norman Bates. È davanti al set del film di Hitchcock che la regista de La Puritana II espliciterà il suo ruolo di alter ego di Ti West, parlando delle sue ambizioni di dare nuova dignità al cinema di genere, in particolare facendo riferimento all’horror e al porno con forte intento autoriale.
A livello intertestuale il set di Psycho allude al passato di Maxine in Texas e agli avvenimenti di X. La fuga di Maxine all’interno della casa di Bates, inseguita dal braccio destro di Night Stalker (che indossa un cerotto sul naso ricordando a sua volta Jack Nicholson in Chinatown), apre nella trilogia di West per la prima volta la possibilità di un cambiamento, che passerà comunque attraverso il sangue e la violenza ma romperà gli schemi del genere. Tornando nel luogo del trauma originale, Maxine Minx può prendere coscienza finalmente del gioco di finzione e travestimenti che la circondano. Potrà così cambiare il destino delle donne della trilogia, destinate al fallimento e alla morte, arrivando allo stardom all’interno della finzione narrativa con La Puritana II e alla consacrazione a icona del cinema horror per gli spettatori di Maxxxine. La vita riflette l’arte o l’arte riflette la vita? Nel caso della trilogia di X è impossibile trovare una risposta netta, tanto intricato è il gioco di specchi e riflessi costruito da West. Quello che afferma Maxine nel finale, guardando l’ennesimo set cinematografico (horror) in cui si trova a recitare, dà voce ai pensieri dello spettatore di ogni epoca, catturato dalle menzogne del cinema e proprio per questo eternamente soggetto al suo fascino: “Voglio che tutto questo non finisca mai”.
MaXXXine. Regia, sceneggiatura, montaggio: Ti West; fotografia: Eliot Rockett; musiche: Tyler Bates; interpreti: Mia Goth, Elizabeth Debicki, Moses Sumney, Michelle Monaghan, Bobby Cannavale, Lily Collins, Halsey, Kevin Bacon, Giancarlo Esposito, Ned Vaughn, Deborah Geffner, Chloe Farnworth, Uli Latukefu, Charley Rowan McCainr; produzione: A24; distribuzione: Lucky Red, Universal Pictures International Italy; origine: USA, Canada; durata: 103’; anno: 2024.