Con questo nuovo libro, a metà strada tra il romanzo, il documento e la denuncia, Massimo Filippi continua i suoi esperimenti teorici e linguistici. Avvicinandosi formalmente al suo precedente M49. Un orso in fuga dall’umanità (2022), il libro cerca di assumere il punto di vista dell’animale, ma vi aggiunge una dimensione polifonica (o almeno dialogica) e una ulteriore torsione alla prosa. Il titolo e il nome della protagonista, Laika, riassumono e rivelano l’intera storia, una delle più conosciute della nostra contemporaneità, ma anche già i nodi problematici che presenta, soprattutto se a parlarne è un teorico antispecista come Filippi. Come tutti sanno, Laika era una cagnolina meticcia (il suo nome in russo designa varie razze di cani simili agli husky) catturata nel 1957 per le strade di Mosca, sottoposta a duri addestramenti e poi lanciata nello spazio a bordo della capsula spaziale sovietica Sputnik 2, il primo animale mandato in orbita attorno alla Terra. Fin da subito, questo esperimento ha suscitato grandi polemiche, perché la capsula, pur essendo attrezzata con acqua e cibo, non prevedeva il rientro e quindi la morte di Laika in orbita era prevista fin dall’inizio. Inoltre, la verità sulla sua sorte fu rivelata completamente solo dopo la caduta del regime sovietico e l’apertura degli archivi dell’Agenzia spaziale sovietica, quando emerse che Laika non era sopravvissuta per più di quattro giorni, come inizialmente affermato, ma solo per un periodo compreso tra le cinque e le sette ore, e che era morta a causa dei grandi sbalzi di temperatura all’interno della capsula (causati da un guasto) o per asfissia.

Se i dati fattuali sono ben noti e consultabili da chiunque e le questioni etiche sono ben chiare e ampiamente discusse da tempo, esiste però ancora molto spazio sia per l’immaginazione creativa, a cui viene aperta la porta dal “forse” del titolo, sia per una critica che parta dalla compassione incarnata in corpi pulsanti. Ed è in questo spazio che Filippi inserisce la sua voce. O, meglio, la voce immaginaria di Laika, che Filippi si presta a registrare da amanuense nella prima delle quattro parti del libro. Questa parte consiste in un monologo o “flusso di coscienza” di Laika da cagna libera per le strade di Mosca, prima della sua cattura. Senza romanticizzare la vita di strada, il testo descrive vari eventi e vicissitudini (per lo più immaginati) in un tono picaresco e leggero. Prima della sua cattura, Laika era libera e felice, o almeno così se l’immagina Filippi, abbracciando le posizioni teoriche emerse negli ultimi decenni anche in Italia, che cercano di liberare il Cane dalla sua fatale sottomissione alla condizione di “migliore amico dell’uomo” e di comprenderne e rivalutarne l’esistenza al di fuori della condizione di “proprietà” e di animale da compagnia (condizione che riguarda infatti solo il 15-25% dei cani nel mondo). Per tradurre nel nostro linguaggio la voce di Laika, Filippi adotta alcuni accorgimenti stilistici, come l’assenza di punteggiatura e il font in corsivo (la cui funzione risulterà chiara nelle altre parti), in un flusso verbale interrotto solo da qualche linea bianca.

La vita di Laika e la struttura del testo cambiano quando l’animale viene catturato e portato nei laboratori dell’Agenzia spaziale sovietica, dove viene sottoposto a una serie di esperimenti e addestramenti per testarne la resistenza e abituarla alle condizioni estreme dello spazio. Questi esperimenti, che fanno inorridire il lettore contemporaneo, includevano la reclusione dell’animale in spazi angusti per periodi fino a 20 giorni, al fine di abituarla alla permanenza nella capsula (dove poteva solo sdraiarsi e stare in piedi), l’esposizione a temperature estreme e, infine, la sottoposizione a simulazioni di lancio in centrifughe che riproducevano le vibrazioni e i rumori del lancio. I pensieri di Laika, sempre in corsivo e senza punteggiatura, si alternano qui a quelli di un anonimo umano (forse Oleg Gazenko o Vladimir Yazdovsky, i responsabili del progetto), scritti invece in tondo e con la punteggiatura normale del linguaggio umano scritto. I pensieri dell’umano sono pervasi dalla soffocante retorica del progresso e della conquista della natura, che sicuramente animava i ricercatori e che oggi suona tanto falsa (ma certo non a tutte le orecchie), declinata nei concetti di “eroismo”, “onore”, “sacrificio” e “liberazione dalle catene della natura”, e riassunte in una sarcastica parodia della celebre frase di Neil Armstrong (pronunciata 12 anni dopo): «Allora tutti finalmente capiranno quanto il piccolo balzo di un cane coraggioso possa rappresentare un passo enorme per l’umanità, un passo in avanti senza precedenti e senza possibilità di ritorno al passato» (Filippi 2025, p. 38).

Questa retorica pelosa è declinata in un pensiero che sembra preso quasi parola per parola da La morte della natura di Carolyn Merchant:

Me lo tengo per me, non lo scriverò mai nei registri ma, a volte, ho come l’impressione che il nostro lavoro non sia altro che una lunga seduta di tortura su dei nemici al fine di far parlare i corpi di questi animali e far sì che ci confessino il segreto di quello che possono. Non dimenticherò mai – ma anche di questo non lascerò traccia scritta – l’espressione del suo viso a metà tra l’odio feroce e l’implorante preghiera di farla al più presto finita (ivi, p. 49).

Per Merchant come per Filippi, il progetto prometeico di interrogare una natura “nemica” con ogni mezzo per estorcerle i suoi segreti non è altro che una forma di tortura che la scienza moderna, nella persona del suo paladino Francis Bacon, mutua direttamente dalla caccia alle streghe (questo è l’argomento “scandaloso” di Merchant che tanto scalpore ha sollevato). E l’inconfessato pensiero di uno dei responsabili è in effetti un’ammissione di colpevolezza. Dal punto di vista di Laika, invece, questa tortura della natura equivale a un vero e proprio sacrilegio, e infatti è con un’immagine cristologica che lei commenta le torture che lei e le altre due cagne, Albina e Mushka (la prima come eventuale sostituta di Laika e la seconda usata per testare per l’ultima volta i sistemi vitali della capsula) subiscono:

Chi c’è e chi ci sarà a rendere testimonianza di noi simili e diversi e di me insieme a queste altre due nelle sbarre accanto alle mie sembro un cristo animale in croce con ai lati inchiodate due cagne ladrone una bianca albina direi tanto chiaro è il manto che mi par di conoscere o di aver conosciuto un tempo senza più tracce e ricordi in un roteare che s’avvoltola in trame dove mi perdo e ritorno con il nome che è il mio con il nome postumo Forse (ivi, p. 50).

Per questa folle ideologia prometeica è solo il sacrificio in nome della scienza e “al servizio dell’Uomo” che può dare un senso a una vita che sarebbe altrimenti «inutile e indegna di essere vissuta, un guscio vuoto, un vuoto a perdere, una creatura priva di senso» (ivi, p. 52). E tutto questo in nome dell’antico «sogno di liberarci un giorno dalla prigione della Terra e, se necessario, illuminare la notte con quattro lune, sciogliere, se dovesse servire, il ghiaccio dei poli, alzare il livello del mare e renderlo insipido se questo ci dovesse aggradare» (ivi, pp. 52-53), che Laika inserisce invece nella serie infinita di assurde violenze che caratterizzano la storia umana dall’alba dei tempi. Qui l’immagine usata è quella del monolite di 2001: Odissea nello spazio, che fonde in un binomio indissolubile violenza e storia umana: «Poi ho guardato e ho visto uno sterile agitarsi degli eretti intorno a questo assurdo monolite nulla è cambiato dai tempi sacri del fuoco delle belve del serpente tavola anatomica o altare sono fatti della stessa materia dei vostri perfidi sogni malvagi» (ivi, p. 56).

La terza parte, “In orbita”, mantiene la struttura alternata o dialogica della seconda, alternando i pensieri sempre più confusi e disperati di Laika a quelli dell’umano sempre più aggrappato alle giustificazioni razionaliste – «il reale è razionale!» (ivi, p. 66) – del suo lavoro «spietato e tuttavia necessario» (ivi, p. 61). Ma di questa necessità vediamo ben poco; ciò che emerge è la sua spietatezza, non diversa da quella delle mille violenze che continuano a caratterizzare il trattamento riservato ai non umani sulla Terra. Laika pensa infatti: «Mi state mangiando pezzo dopo pezzo un brandello alla volta assaporate perfino il poco che rimane di me sento dei chiodi conficcarsi in questo scheletro vestito di misera carne destinata al mattatoio del cielo» (ivi, p. 59), e sostiene così che l’intero folle sogno prometeico dell’umanità non fa che ridurre l’intero cosmo a un mattatoio, che è da sempre, per Filippi, il paradigma del trattamento che gli umani riservano ai non umani. Questa riduzione, riassunta dalla morte di Laika in orbita dopo circa 7 ore, dà origine ai commenti del narratore, che nella quarta e ultima parte, prende la parola sostituendosi a Laika e al suo torturatore.

Questi commenti, espressi in forma articolata e grammaticalmente corretta ma spinti “in fuga” da un’urgenza che forza i ritmi e le forme neutre e composte del discorso accademico o scientifico, ruotano attorno a un perno centrale: la vergogna. La prosa di Filippi è ricca di quelle che Walter Benjamin chiamava «citazioni senza virgolette» (2000 p. 512), che non si appoggiano a riferimenti bibliografici e nomi propri ma si presentano al lettore con la forza nuda della loro autorità. Qui due di queste citazioni forniscono la chiave per leggere i commenti finali e in fondo tutto il libro: «La vergogna di essere uomo» (2016, p. 1098), celebre frase di Primo Levi a commento dell’ultima frase del Processo di Kafka e «l’angoscia della posizione eretta» (1972, p. 662), altrettanto celebre frase che proprio Kafka scrisse in una lettera a Felice Bauer. La vergogna e l’angoscia per una condizione umana schiacciata sulla violenza e lo sfruttamento degli altri esseri viventi inquadrano la storia di Laika come commento finale ma anche come sprone e motivazione a rivisitare per l’ennesima volta questa tragica storia. Perché questa non è la vergogna come strumento del potere e del conformismo, che ci ricaccia nei limiti del “consueto” e del “permesso” ogni volta che tentiamo di metterli in dubbio, ma è invece la vergogna che si indigna e contesta proprio questi limiti quando essi, come nel caso di Laika, sanciscono e giustificano la violenza e l’abuso come emblema dell’umano. È la vergogna di fronte al folle mito del progresso, del superamento della natura, della conquista infinita che giustificano ogni più infima e crudele azione e che, contro essi, «reclama insorgenza» e «chiama a raccolta le sovversive bestie terrestri» e «s’infiamma e s’adorna di rabbia e tormento di fronte a tutto l’ingiusto dolore del mondo tradito» (Filippi 2025, p. 77).

Il libro però non si conclude su questa nota amara e rabbiosa. Un’ultima parte, scritta di nuovo in corsivo, dà voce a ciò che resta di Laika dopo che, dopo cinque mesi in orbita, la capsula rientra nell’atmosfera disintegrandosi (non era provvista di scudo termico). I resti polverizzati ritornano infine sulla Terra e si reinseriscono nel ciclo della vita, che è più forte e più duratura della brutalità umana e di tutti i miti che tentano di nasconderla e giustificarla:

ci sarò anche dopo che l’ultimo eretto avrà lasciato la vergogna e il dolore di questa bieca realtà e volteggerò assieme a ratti orsi rondini e lupi zecche e pulci in una vorticosa giravolta di danza in un sabba d’incanto forse nella strana materia che anima le cose del mondo sono tornata nel folto della bellezza al centro di questa tenera brezza oltre l’acciaio e le sbarre le vite piegate ferite distorte (ivi, p. 83).

La vita, Filippi sembra voler concludere, è più forte della vergogna e del dolore “di questa bieca realtà”, e Laika torna infine alla vita libera e randagia da cui era partita, che non è solo “rossa di zanne e artigli” (altro mito creato in fondo per giustificare il nostro intervento e dominio) ma è anche “danza”, “incanto”, “bellezza” e “tenera brezza”. Nelle ultime parole del libro e di Laika questa vita che a tutto sopravvive si scompone «in rilucente ebbrezza tenace» (ivi, p. 85), e ci proietta finalmente oltre la vergogna per i folli miti di progresso che invece sempre e da sempre cercano di dominarla.

Riferimenti bibliografici
W. Benjamin, I “passages” di Parigi, a cura di Rolf Tiedemann, Einaudi, Torino 2000.
P. Levi, Tradurre Kafka, in Opere complete, vol. II, Einaudi, Torino 2016.
C. Merchant, La morte della natura. Donne, ecologia e rivoluzione scientifica, Garzanti, Milano 1988.
F. Kafka, Lettere a Felice 1912-1917, Mondadori, Milano 1972.

Massimo Filippi, Laika, forse, illustrazioni di Andro Malis, Ortica Editrice, Anzio-Lavinio 2025.

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