Difficile imbrigliare il romanzo d’esordio di Benedetta Fallucchi in una definizione, in un’esplicita costellazione letteraria. Certamente L’oro è giallo costituisce un’analisi poliedrica di temi centrali per donne e uomini, come il rapporto tra mente e corpo, esperienza e idealizzazione, sensi e intelletto. Uno dei principali pregi di questo romanzo intensissimo e, quasi suo malgrado, pacatamente sovversivo, appare proprio quello di saper fronteggiare tematiche smisurate senza rinunciare alla narrazione e alla narrativa, puntando a una generale levitas che ne agevola abilmente la lettura. L’unica categoria alla quale ci sembra appartenere questo romanzo è quella rara e preziosa della Letteratura quando si interroga sul proprio confine e costituisce un salto di qualità. La struttura stessa di questo libro è inedita, ondeggiando tra una parte propriamente narrativa e un’altra saggistica che si integra con fluidità nella prima, con un gioco semplice quanto elegante di rimandi interni.
Con una scrittura indubitabilmente libera, e che fa di questo senso di libertà un perno stesso del racconto, Benedetta Fallucchi ci conduce scientemente nella profondità complessa di un corpo – quello femminile – e nelle sue tante metamorfosi. Il corpo delle donne racchiude in sé trasformazioni e sfaccettature compresenti e include percezioni considerate spesso distanti, ma che tali forse non sono, come ad esempio maternità ed eros, fisiologia e creatività. È possibile integrare queste parti di sé? Se sì, c’è un prezzo da pagare e qual è il limite ultimo della loro integrazione? Tutte domande che forse restano aperte e alle quali, soprattutto, ogni donna ha il diritto di dare la propria risposta, perché se c’è una cosa da cui ci sembra che questo romanzo voglia pervicacemente distanziarsi è l’ideologia a favore di una scoperta intima, personale, individuale.
È il corpo fisico a costituire il punto di partenza della narrazione e ad esserne protagonista, in particolare il rapporto e il dialogo continuo con un organo vero e proprio, la vescica, organo considerato non certo nobile eppure così presente nelle nostre vite:
Gli Inuit onoravano la vescica delle foche. Per loro era la sede dello spirito. […] Anche la mia anima risiede nella vescica. Ma, cacciatrice di me stessa, devo estirparla e poi spingerla nel mare delle parole. E poi ripescarla di nuovo: epurata, staccata da me, incarnata nelle immagini che il mondo mi offre.
Questa scelta non ha soltanto un valore rivoluzionario e sorprendente dal punto di vista narrativo, ma mostra già il desiderio e, insieme, la notevole capacità dell’autrice di spingersi oltre il confine di una teorica decenza che poi tanto decente non è. Alla base sembra esserci la volontà di illuminare nella nostra contemporaneità la compresenza di coppie duali come puro/impuro, decenza/indecenza, pubblico/privato non tanto per opposizione, come spesso ci viene imposto di fare, quanto per integrazione di poli solo apparentemente opposti:
Idolatrato nel suo ruolo di contenitore, tirato a lucido, pompato o asciugato a seconda dei tempi e delle estetiche, il corpo è rinnegato nelle sue funzioni primarie, senza le quali non potrebbe esistere ma che lo rendono terribilmente mortale. Eppure non si dà bellezza né candore senza l’abietto che perturba, che stravolge, che tradisce, che insozza.
Un’operazione di limpida decostruzione nella quale veniamo condotti con passo lieve, ma inesorabile, senza parole infiocchettate ma con una scrittura che procede per immagini e metafore anche ardite, con il fine di farci vedere a parole ciò che non si può toccare ma che, grazie alla scrittura stessa, si riesce a percepire quasi sensualmente. Negli inserti saggistici il tema dell’urinare diventa anche artistico; vengono infatti descritte diverse opere d’arte che nei secoli hanno tematizzato l’atto di urinare e l’urina senza però inserire immagini, scelta che rende l’operazione certamente più potente dal punto di vista della scrittura.
In questo romanzo c’è il corpo fisico della protagonista, infatti, ma c’è anche un altro corpo che parla per tutto il romanzo. Questo corpo è quello della scrittura e, d’altronde, siamo abituati a definire le opere di un autore come il suo corpus… La scrittura è in dialogo continuo con la protagonista, quasi costituisse essa stessa un organo, una componente fisiologica di cui tenere conto e, al contempo, qualcosa di cui prendersi cura:
Tra poco la luce del giorno si alzerà in piedi e dalla camera accanto sentirò lo scalpiccio di bambino che si fa sempre più vicino, e allora dovrò abbassare lo schermo del portatile e tornare a essere una madre (…). Non puoi prenderti cura contemporaneamente di due creature così dissimili. Prima il figlio, poi la scrittura.
Certamente il tema della cura serpeggia in tutto il romanzo, sfavillante in tutta la sua importanza multiforme: cura per un organo, cura per un figlio, cura per la scrittura, cura per il proprio desiderio, cura per i propri sentimenti. Il tema è forse, volendolo declinare in modo più preciso, la ricerca della cura per la propria completezza: fisica, intellettuale, emotiva, erotica.
Questo romanzo è una pregevole Wunderkammer che punta una lente caleidoscopica su molti temi, mettendone via via in risalto i nodi centrali senza rinunciare alla fantasia, a un desiderio libertario di narrare, scoprire, dialogare. Il corpo femminile che genera vita è lo stesso che produce urina, lo stesso che sa offrire e provare piacere, ma può anche essere un corpo che sfugge e fugge, un corpo passivo, inerte, e la differenza che passa tra questi due universi corporei è spesso infinitesimale: basta un’emozione stonata, un tempo che non torna, e lo stesso corpo da leggiadro, fertile, vibrante può divenire floscio, disarmonico, gelido. Ciò che passa tra questi opposti è fluido, appunto, è qualcosa che ha a che fare con la fluidità delle emozioni ma anche degli umori che lo attraversano. I fluidi corporei hanno sempre avuto un’importanza primaria nella letteratura occidentale, che si tratti della bile nera collegata alla malinconia, ai fluidi dell’eros – o alla loro assenza – o all’urina presente in questo romanzo, la chiave della fluidità è certamente una di quelle che la Letteratura ha usato per interrogarsi sull’essenza del corpo.
Ma questo romanzo – e la sua autrice – si spingono oltre, nella tensione di far coincidere l’analisi su tre corpi: quello femminile, quello della scrittura e quello dell’opera artistica, come a voler dire che senza corpo non esiste scrittura e non esiste arte. Ed è in questo mostrare tutta la potenza della corporeità nel processo creativo che questo romanzo d’esordio sorprende e incanta. La mente della protagonista corre veloce nelle sue analisi, ma è al suo corpo inquieto, così prolifico di emozioni e riflessioni, che ci si appassiona. Non sono l’equilibro e la quiete a fecondare il corpo della scrittura, e forse vale lo stesso anche per le nostre vite.
Benedetta Fallucchi, L’oro è giallo, Hacca, Matelica 2023.