«La tristezza è il respiro della vita umana. Farne una malattia è tanto stupido quanto sadico. Ma medici e psicologi – disonesta genìa – inventano parole apposta apposta per non far capire più niente alle persone e invaderle quindi dei propri consulti ricette terapie. Che cazzo di terapia vuoi trovare al fatto d’esserci?» (Biuso 2025, p. 418). Si apre e si chiude con “una questione di parole” Logos. Scritti di estetica e letteratura, ultima opera di Alberto Giovanni Biuso. È intorno al linguaggio e ai linguaggi, alla parola pensata come evento propriamente umano che riflette quest’ampia e composita raccolta divisa in quattro sezioni: Linguaggio ed estetica, Concetti e figure, Letteratura, Arti visuali.

Logos è un lavoro molto più ambizioso e radicale di una consueta ricerca intorno al linguaggio, all’arte e alla letteratura: è in gioco qui la ridefinizione della filosofia nella ricerca di una parola poetica ma non “terapeutica”; è in questione l’approdo a una metafisica rigorosa che non rinunci al respiro del mito. Lungi dall’essere la sua negazione, Mythos è l’altro nome di lògos come ricerca dell’archè, discorso che mette in questione la necessità dell’essere secondo la domanda metafisica per eccellenza: perché qualcosa e non il nulla? Mito greco è perciò già filosofia. E al mito greco si rivolge infatti Biuso in quest’opera in cui l’estetica e le sue forme sorreggono lo sforzo teoretico di una risalita alla matrice mitica del sapere filosofico. Apollo e Dioniso, che aprono la seconda sezione del volume, sono figure/concetti della forma e del divenire con cui il greco pensa l’ironia del divino. Accogliendo la lezione nietzschiana, il greco rimane paradigma imprescindibile, imprescindibile proprio perché paradossale. Il greco è l’uomo a un tempo più ingenuo e più disincantato: il più ingenuo proprio perché il più disincantato.

Ma quale ingenuità è possibile dopo il disincanto? Quale innocenza dopo la conoscenza più lucida e disincantata della vita, quale cecità, quale infanzia possibile dopo che i nostri occhi hanno scrutato sino in fondo il fondo delle cose? «Qualunque nome le si voglia dare, l’esistenza rimane sempre la stessa broda imbevibile, lo stesso crunch cranch delle ossa rotte, la stessa insolazione che qualche medico, qualche miracoloso pomataro promette di alleviare. E invece il sole ti brucia e la notte arriva. L’una e l’altra disumani» (ivi, p. 302). Quale sacralità rimane, quindi, dopo che la luce dissacrante della gnosi ha squarciato l’ombra delle grandi illusioni? Sono questi gli interrogativi capitali che si fanno avanti nella lettura di Logos. Convivono paradossalmente nei paradigmi di quest’opera, nell’esperienze artistiche che essa esplora, conoscenza e innocenza, scepsi e pietas, sacro e disincanto.

Perché sembra proprio il disincanto, una profonda saggezza della vita e dell’animo umano che non lascia scampo, quell’ontologia negativa, quell’antropologia “nera” che ritroviamo in scrittori come Leopardi, Camus e Verga, persino nello «gnostico» Kubrick che «riconosce l’indistruttibilità del male e del dolore dentro l’essere» (ivi, p. 404), a preservare e a tenere in vita il senso del sacro. Si fa spazio una filosofia che, nel rigettare qualsiasi promessa consolatoria di salvezza, nel recidere qualsiasi aggancio metafisico e assiologico ultraterreno, si rivela capace di conservare un riferimento al sacro, di riscoprirne il senso obliato. Ed è un sentimento del sacro che necessariamente si chiama fuori da un orizzonte soteriologico; un senso del sacro che sa sostenere l’urto col crollo della speranza, «il più insidioso dei sentimenti, il più malvagio» (ivi, p. 336), e può (e forse anche deve) rinunciare a una redenzione. Perché ammesso che si possa mantenere l’impianto delle religioni del libro senza rinunciare al lato tragico del religioso (e l’esperienza di Kierkegaard lo dimostra bene), il sacro filosofico si colloca su un piano diametralmente opposto rispetto a quella religione intesa come “favola della buona notte”, in cui spesso si risolve un certo cristianesimo.

Il sacro di Logos evoca piuttosto la pietas dell’uomo antico che si rapporta al divino nella forma del terrore, del legame-timore nei confronti delle potenze cosmiche e disegna nel cielo il limite ultimo verso cui è concesso sollevare a stento lo sguardo. Senso del sacro è in ultima istanza senso del limite, voce che richiama l’individualità alla contingenza, che ricolloca l’esistenza umana nell’intervallo di un giorno perché effimero, che “dura un solo giorno”, come ci insegna ancora una volta la saggezza ellenica, non è solo un fiore, un’illusione, ma anche propriamente l’uomo. Solo attraverso péras si dà quindi àpeiron (non è un caso che tra i filosofi presocratici Biuso si rivolga spesso al più “orientale” di tutti: Anassimandro). È cozzando contro la propria mortalità, che l’individualità umana fa esperienza problematica dell’eterno, esperienza dell’eterno che, come ci ricorda Benjamin, è preclusa alla nostra modernità che recide invece qualsiasi legame con la morte (2014a, pp. 257-259).

Emerge quindi un «sentimento sacro del mondo e dell’esserci umano in esso, la sacralità della vita come esperienza del morire» (Biuso 2015, p. 176). Perché «se la morte è l’unica cosa reale”, negarne la necessità significa sconvolgere ogni ordine del mondo. Ordine fisico, antropologico, sociale, teoretico […] la morte, solo la morte, regala un poco di serietà e di solennità a una struttura, la vita che non possiede né l’una né l’altra» (ivi, p. 269).

Logos è in definitiva un percorso attraverso figure, archetipi e luoghi paradigmatici che si snoda dall’antico al contemporaneo, congiungendo in costellazioni teoriche epoche e linguaggi apparentemente distanti. In questo percorso che riscopre la modernità degli antichi e la classicità dei moderni – dall’attualità dell’antico Ovidio alle forme rinascimentali dei corpi fotografati da Mapplethorpe –, la stella polare si può forse rintracciare nella sezione dedicata alla letteratura. La «teologia poetica» di Eugenio Mazzarella (ivi, p. 281), la poesia filosofica (o la filosofia poetica?) di Leopardi che «fa di sé stesso un luogo di lucida comprensione del mondo» (ivi, p. 164), il «romanzo omerico e heideggeriano» di Stefano D’Arrigo (ivi, p. 246) così come «l’unione di poesia e orrore» dei drammi di Friedrich Dürrenmatt (ivi, p. 267) sono, infatti, tra i tanti, luoghi di una scrittura capace di coniugare letteratura e necessità, letteratura ed «esattezza».

Ma con esattezza non si intende qui l’ideale matematico di Valéry, né l’accuratezza lessicale auspicata dalle Lezioni americane di Calvino. Emerge piuttosto la forza epistemica della letteratura come luogo in cui trovano espressione una sapienza abissale del cosmo e dell’uomo nelle sue strutture universali e necessarie. Perché, aristotelicamente parlando, «poesia e filosofia mirano entrambe all’universale e sono l’universale» (ivi, p. 281). Ecco perché, come dimostra anche la scrittura incalzante del racconto Di stelle e di buio che Biuso presenta in appendice, tra poesia filosofica e filosofia poetica spesso non si dà netta cesura. Ecco perché uno scrittore come Proust può avere sempre ragione. Proust ha ragione ancora oggi, persino in quest’epoca così “adulta” delle passioni in cui, incuranti di quel saggio monito di Monica Vitti ne L’eclisse, crediamo che sia necessario conoscersi a tutti i costi per volersi bene. Proust ha ragione ancora oggi: «L’Altro è la bambola che il nostro cuore plasma» (ivi, p. 336), e con questa sofferenza siamo tuttora, nonostante tutto, costretti a fare i conti. E perciò leggere la Recherche rimane esercizio catartico. «Leggendo la Recherche si legge se stessi e si impara a sconfiggere la sofferenza, a trionfarne» (ivi, p. 195). Ma a trionfare su cosa? L’opera proustiana segna soltanto uno stoico trionfo sulle proprie passioni, secondo quella nota affermazione hegeliana per cui l’elemento liberatore dell’arte risiede nella capacità di «rendere oggetto per l’uomo quel che l’uomo è» (Hegel 2000, p. 29), o essa è anche il luogo in cui si dispiega un altro “trionfo”?

Chronos, come testimonia il titolo dell’opera precedente di Biuso, è figura cruciale nella sua riflessione: è il limite estremo, potenza oltre la quale nemmeno gli antichi dei possono nulla; non ultimo, è Chronos a dare la misura del sacro, la misura del limite, a conferire il senso della finitezza a quella vita umana che è così ricompresa nell’eternità della materia cosmica. E tuttavia accanto alla distruttività ricorsiva del gigante Kronos, si fa spazio qui, attraverso l’esperienza proustiana, un’altra figura di tempo. È quel tempo intermittente, «intrecciato» (Benjamin 2014b, p. 59) che a Chronos si oppone col lento lavorio di una scrittura che richiama la pazienza di Penelope alla tela, anch’essa, forse, esercizio di pietas. Laddove non vedessimo che in Proust vita ed opera si mostrano e sono inseparabili, potremmo dire che nella lotta tra tempo e letteratura è quest’ultima ad avere la meglio nel concederci la possibilità di un altro tempo, nonostante il Tempo:

Il lavoro letterario è un lavoro sulla differenza, capace di trasformare la malinconia in pienezza […] Differenza tra che cosa? Tra i fatti e gli eventi […] Il tempo dei fatti è il tempo cronologico, è il tempo lineare, oggettivo, astratto e impersonale. E poi c’è il tempo degli eventi, che è un tempo che si distende e si contrae, il tempo capace di toccare il futuro dell’attesa e dell’immaginazione sul fondamento della memoria viva […] è il tempo che riconosce l’identità di un oggetto, di un luogo, di una situazione perché riconosce la trasformazione degli oggetti, dei luoghi, delle situazioni (ivi, p. 196).

Sprazzi possibili di redenzione che Logos ci apre si raccolgono forse, perciò, in quella che è la più avvincente – perché meravigliosamente problematica – promessa di salvezza offertaci dalla letteratura moderna: la recherche proustiana. Una redenzione nel pàntha rei e del pàntha rei. La redenzione che ci può offrire soltanto Mnemosyne: la redenzione della Memoria, la redenzione della Letteratura.

Riferimenti bibliografici
W. Benjamin, Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov in Angelus Novus, Einaudi, Torino 2014a.
Id., Un’immagine di Proust in Proust e Baudelaire. Due figure della modernità, Raffaello Cortina, Milano 2014b.
G.W.F. Hegel, Lezioni di estetica, Laterza, Bari 2000.

Alberto Giovanni Biuso, Logos. Scritti di estetica e letteratura, Mimesis, Milano 2025.

Tags     mito, Walter Benjamin
Share