Le nostre sono società del benessere nelle quali, curiosamente, non si sta affatto bene. Sono società del benessere perché esiste una certa ricchezza materiale diffusa. A causa forse dell’imbarazzante iniquità della sua distribuzione, la ricchezza sgocciola talvolta al di fuori dei vasi dei grandi patrimoni per nutrire le vite dei comuni mortali. Eppure, tutte le statistiche degli ultimi decenni sembrano stabilire con ragionevole certezza che è in grande crescita il numero di coloro che, proprio in queste nostre società del benessere, soffrono di un disagio di natura psichica, spesso a carattere depressivo. Taluni, visti i numeri, hanno iniziato a parlare di “epidemia”.

Probabilmente ha qualcosa a che vedere con le vite che facciamo e, più precisamente, con l’atomizzazione e con la concorrenza che sono divenute la regola delle nostre società, tanto più da quando le strategie di governo neoliberali hanno iniziato a smontare scientificamente tutti i nostri concatenamenti collettivi. Il lavoro darà forse a qualcuno anche ritmo, scopo e connessione, ma temo che ai più dia solo rabbia, frustrazione e solitudine. E questo per una ragione che già Marx aveva identificato con chiarezza: «Se con il rapido aumento del capitale aumentano le entrate dell’operaio, nello stesso tempo però si approfondisce l’abisso sociale che separa l’operaio dal capitalista, aumenta il potere del capitale sul lavoro, la dipendenza del lavoro dal capitale» (Marx 2024, pp. 52-53).

L’abisso di cui parla Marx non è solo una faccenda di “potere”, ma riguarda la possibilità o meno di decidere qualcosa su come condurre la propria vita. In un contesto nel quale si stanno con grande fatica dissolvendo le antiche strutture patriarcali, ma sono state smantellate anche le forme di solidarietà collettiva che erano legate al lavoro fordista e all’idea comunista, in molti sono ridotti a una loneliness che non ha quasi niente da invidiare a quella dei regimi totalitari. E non si tratta solo di desolazione o solitudine “esistenziale”, ma di un sentimento di impotenza rispetto alla propria stessa vita, di un impedimento radicale a seguire una qualsiasi vocazione o forma di vita. Il discorso della diserzione si pone precisamente a questo livello, che è quello dei nostri modi di vita. Se si vuole, è un discorso etico, prima che politico, ma riguarda il disagio della nostra civiltà.

Senza dubbio le nostre società sono libere, dato che ufficialmente non esistono schiavi o servi della gleba, anche se la condizione del lavoro migrante, per esempio nella raccolta dei pomodori, non è davvero così diversa da quella schiavistica. Ma il fatto è che chiunque non sia proprietario di qualcosa ha difficilmente un’altra scelta rispetto a quella di sottomettersi al giogo di un lavoro salariato sempre più insensato. Ho idea che se potesse (come accadeva regolarmente ai lavoratori inglesi trasferiti in America), fuggirebbe verso l’Ovest, cioè diserterebbe. Qui e per ora, fa quel che può, giustamente. Sopporta in silenzio, si chiude in casa, s’intristisce. Oppure, nel migliore dei casi, preferisce un “lavoretto” saltuario e mal pagato, che lascia però del tempo libero per la vita, all’inserzione a pieno titolo nel grande mondo del lavoro.

Ma bisogna ammettere che non c’è solo il ricatto, l’assenza di alternative, la depressione. C’è forse ancora poco coraggio e poca fantasia, tra gli aspiranti disertori. C’è tutta una nuova cultura sediziosa, una nuova educazione percettiva e sentimentale da costruire, insieme a nuove vie di fuga e a inediti contropoteri. Perché, come scriveva qualche tempo fa Paolo Virno, «la lotta sarà tanto più efficace, quanto più si ha qualcosa da perdere oltre le proprie catene. […] La lotta può espletare la sua indole distruttiva, solo se già spicca in alto rilievo un altro modo di vivere, di comunicare, perfino di produrre» (Virno 2002, pp. 182-184).

Secondo la trita retorica dominante, i nostri paesi liberi sarebbero sotto attacco da parte dei nemici della libertà e perciò dovrebbero difendersi. È come quando si dice che lo Stato di Israele deve difendersi perché è accerchiato, dimenticando che lo Stato di Israele è uno Stato coloniale che, sin dalla sua fondazione, si comporta come se gli abitanti del territorio che ha occupato non esistessero affatto. Se buona parte del mondo non ha troppa simpatia per i paesi liberi è anche perché questi ultimi, nel corso di diversi secoli, hanno spadroneggiato e saccheggiato il resto del mondo con un’arroganza senza pari.

A questo proposito, il discorso della diserzione, per come lo intendo io, suppone molto semplicemente che nei paesi liberi esista un noi che non si identifica con quello dei poteri costituiti e delle classi dominanti, un popolo che non coincide con il popolo del consenso. Un noi che non è quello della nazione, dell’Europa o dell’Occidente, perché ha le sue radici in ciò che un tempo si chiamava internazionalismo.

Se vogliamo arrivare al fondo della questione, dobbiamo dire semplicemente che per noi non vi è nulla di pacifico nella nostra appartenenza a forme politiche che sono costituite, non meno di altre, su una dominazione silenziosa, su una guerra civile strisciante – rispetto alla quale ognuno di noi, come Francesco Misiano, dice: «Non sono disertore della mia guerra» (Misiano 2024).

Ne abbiamo abbastanza di chi è complice dello sterminio di massa a Gaza e di chi continua a sostenere il massacro dei giovani ucraini nell’esclusiva ragione del proprio interesse. Ne abbiamo abbastanza di chi stigmatizza la minaccia atomica altrui, essendo l’unico ad avere effettivamente lanciato la bomba. Diffondere la paranoia dell’assedio, inoculare l’idea che proprio noi, i paesi più armati del mondo, dobbiamo armarci ancora di più perché dovremmo difenderci da qualche imminente attacco o invasione, è sempre stata un’ottima arma per compattare la nazione. Ma ho l’impressione che in molti ormai abbiano ben inteso sino a che punto sia una fregatura da cui non lasciarsi abbindolare.

Le vie intraprese negli ultimi trent’anni almeno dalle nostre società conducono a uno stato di guerra civile mondiale, con il suo corteo di stermini, nonché al disastro climatico, con il suo circolo di migrazioni disperate e di militarizzazione dei luoghi di volta in volta ancora vivibili. Il neo-nazionalismo fascistoide che ha iniziato a governare alcune delle nostre società non è che la forma politica inevitabile, una volta che quelle strade siano state intraprese. Con giusta ragione, nessuno (a meno non sia illuso o prezzolato) crede più che esista un’alternativa politica globale, tanto più se si considera che le premesse al presente stato di cose sono state poste, in tutto il mondo, dalla stessa “opposizione” democratica.

E in effetti, non esiste alternativa, se con questo termine ci si riferisce a una forza politica capace di guidare la storia in una direzione differente da quella segnata. Esiste soltanto, ma probabilmente ancora per poco tempo, la possibilità di creare buchi nel consenso a una macchina sociale lanciata verso il disastro, sacche di renitenza, comunità di fuggiaschi che non rispondono all’appello della mobilitazione sociale e militare. Esiste forse ancora la possibilità di tirare il freno a mano della storia, lasciando soli i banchi del governo, i cercatori di mano d’opera e di carne da cannone.

Infine, quando parlo delle comunità epicuree, non è solo per fare l’elogio di un certo otium, ma anche per indicare il modello di una forma di vita collettiva che Cicerone, da buon uomo di Stato, riconosceva, in tutto il suo carattere di ostilità politica, come una sorta di nemico interno. Imprecava, infatti, perché quelle comunità, pacifiche ma autonome e intransigenti, avevano “occupato tutta l’Italia”. È di questo che abbiamo bisogno, della potenza ostile di una comunità di disertori. Quando una potenza del genere tornerà a esistere, salverà anche il soldato Tuppini.

Riferimenti bibliografici
F. “Bifo” Berardi, Disertate, Timeo, Palermo 2023.
P. Godani, Diserzione come potenza non belligerante, “Il Disertore”, 18/02/25.
K. Marx, Lavoro salariato e capitale, Editori riuniti, Roma 2024.
F. Misiano, Il disertore, a cura di Luca Salza, Cronopio, Napoli 2024.
P. Virno, Esercizi di esodo. Linguaggio e azione politica, ombre corte, Bologna 2002.

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