«Si scrive perché si è tristi», dice Anna Maria Ortese in un’intervista del 1974 (1997, p. 109), e – aggiungerebbe María Zambrano – per «difendere la solitudine in cui ci si trova» (1996, p. 23). Chi scrive incede come un funambolo sul confine del mondo degli uomini, tentando di comunicare un “segreto” indicibile, che per essere detto necessita di altre parole, altre figure, altri mondi. Così, nell’esperienza della scrittura si intrecciano desiderio e vuoto, tensione verso l’invisibile ed esperienza della mancanza e dello scacco, in una contraddizione ineludibile e necessaria.

Il merito del libro di Monica Farnetti (Carocci 2025) è quello di restituire densità e spessore a questa ambivalenza insita nella scrittura e nel linguaggio di una delle scrittrici più eccentriche della scena letteraria contemporanea, a suo giudizio «degna di comparire fra i più grandi pensatori e pensatrici del nostro tempo, capace di contemplare e anticipare alcuni degli argomenti cruciali di questo nostro difficile presente» (Farnetti, aprile 2023).

La singolarità di Ortese è dovuta alla «assoluta originalità del suo sguardo sulle cose e sul mondo», alla peculiare «sensibilità del suo sistema percettivo nonché del suo ordine cognitivo e sensibile», che «vede e registra quello che altri riterrebbero secondario o addirittura superfluo» (Farnetti 2025, p. 8). Per Ortese la scrittura è uno spazio aperto di visione e di rivelazione, che le consente di cogliere l’invisibile, di auscultarlo con le fibre intime del proprio essere, di trarlo alla presenza dando ad esso una forma reale/visionaria.

L’urgenza che emerge dalla poetica ortesiana è quella di “sperare” il reale: guardare in controluce il mondo e gli esseri che lo abitano (dai corpi celesti alle lucciole, passando per la controversa nebulosa umana), al fine di intravedere, nel corpo opaco e materico della Terra (ferito dalla hybris umana), la filigrana luminosa di altre presenze, l’aura e il profilo inedito di altre creature, la metafisica e la metamorfosi di altre identità e modi di essere.

Più che accontentarsi di etichettare la scrittura di Ortese come “realismo magico”, Farnetti ci offre spunti di analisi (al tempo stesso biografici e letterari) per andare più a fondo, per scorgere l’inquietudine essenziale e la dynamis generativa che emerge dalla sua ricerca, secondo un itinerario in cui è possibile riconoscere la tensione interna tra due momenti fondamentali – il dritto e il rovescio della poetica ortesiana.

1. La vita e la scrittura di Ortese sono attraversate da un pathos in cui si intrecciano sentimenti misti di sconforto e di indignazione. Non solo per gli eventi luttuosi che hanno funestato l’infanzia e la giovinezza della scrittrice (la tragica scomparsa del fratello, a cui è dedicata la prima scrittura poetica, o la morte della madre), e neppure per la rottura irreversibile con gli amici di gioventù, co-protagonisti della rivista “Sud”. La tonalità emotiva dolente e sconsolata della Ortese è la risultante di una consapevolezza più ampia, che abbraccia la condizione ontologica dell’uomo, estraniatosi dalla physis per farsene padrone: uno sciovinismo antropocentrico che ha finito per isolare l’umano dal resto del vivente, rendendolo il sovrano più infelice della terra, «degradato da creatura a padrone» (Ortese 2016, p. 116).Uno svilimento che ostacola l’accesso alla sua “seconda natura”, verso una possibile rigenerazione estetica ed etica (est-etica) dell’umano.

Si tratta di una tonalità emotiva che accompagna da cima a fondo la scrittura di Ortese, un dolore che tuttavia non resta pietrificato e inerte, ma si fa appello accorato, a tratti indignato, ad un altro modo di essere umani, attraverso «una scrittura di accusa e di denuncia sotto le mentite spoglie della fiaba, profondamente sovversiva nell’interpretare la condotta umana» (Farnetti 2025, p. 59). Una scrittura che nello stile alterna momenti lirici a improvvise fratture, in cui il pianto si muta faticosamente in canto, in tensione generativa, estatica e visionaria che scava la radice del dolore per trasformarlo in luce, la tristezza in splendore; che sprona incessantemente l’umano ad una metanoia, una conversione dello sguardo e del sentire che lo riconduca nell’originaria Itaca, rimpatrio necessario in «una comune Casa, un comune Padre, un comune Paese, un Reale tanto felice e beato, dal quale partimmo insieme, per naufragare in questo» (Ortese 2016, pp. 15-16).

2. Farnetti (e siamo al secondo momento della poetica ortesiana) chiama “ecologia affettiva” questa rinnovata postura est-etica, orientata a recuperare in parte lo strappo umano dalla physis, attraverso una elevazione della com-passione da sentimento privato a facoltà gnoseologica e conoscitiva delle altre forme di essere, e attraverso una dilatazione del proprio sentire, che diventa un con-sentire alla «folla infinita» degli esseri, in un atteggiamento di «venerazione» per «la profonda vulnerabilità della vita» (ivi, p. 89), di gratitudine e stupore per la potenza inesauribile della physis: «Forza e respiro grandioso», «evento senza origine», «ritmo senza riposo», «corrente fantastica» (ivi, p. 15). 

Su questo aspetto cruciale, Farnetti non manca di evidenziare interessanti annodature tra la poetica di Ortese e la riflessione posteriore di altre figure femminili del pensiero ecologico e postumano (Margulis, Haraway, Braidotti, Vandana Shiva, Barad e altre), «laddove il concetto di “umano” viene definitivamente destabilizzato, e l’essere umano indotto a ripensare il proprio limite a fronte del conclamato crollo della prospettiva antropocentrica» (Farnetti, 2025, p. 69).

Nel tentativo di inclinare il sussiego antropocentrico verso l’accondiscendenza, l’accettazione e la contaminazione con le altre forme di vita, la letteratura diventa per Ortese “Espressività” (ex-premere): pulsione prepotente a far emergere – dalle «pieghe più oscure e insondabili del vivere» (ivi, p. 63) – una dimensione ontologica impensata, inaudita, inesplorata, visionaria, «una seconda irreale irrealtà» (Ortese 1998, p. 112) in cui prendono vita alterità innominabili e imponderabili, esseri metamorfici e “queer”, «creature del limite» che oscillano «tra ciò che è umano o in esso aspira a collocarsi, e ciò che non lo è ancora e forse non lo sarà mai» (Farnetti 2025, p. 59). Esseri “minimi”, esclusi, vilipesi, superflui, sui generis, come quelli che popolano la trilogia “fantastica” di Ortese (L’Iguana, Il cardillo addolorato, Alonso e i visionari), che opportunamente il compianto Goffredo Fofi – in occasione della presentazione del primo volume delle opere di Ortese nel 2003 – rilanciava come una trilogia “teorica, profetica, politica, filosofica”, per rimarcare la valenza non solo letteraria e artistica dell’immaginazione visionaria ortesiana.

Una scrittura sovversiva, eretica, che provoca l’umano sull’onda di «uno strampalato francescanesimo», chiamandolo a sentirsi nuovamente parte non privilegiata della physis, intesa come “compostaggio” an-archico delle forme viventi, “sim-poiesi” bio-ontologica fatta di «incroci e intrecci interspecie e interregno» (ivi, p. 68). Una moltitudine stravagante, eterogenea, polifonica che tiene insieme “armonicamente” le alterità in un reticolo fluido, metastabile, democratico, «miraggio di una comunità di viventi in grado di trascendere la separazione delle lingue, dei ranghi, delle patrie e dei mondi» (ivi, p. 63).

Io sono dalla parte di quanti credono nell’assoluta santità di un albero e di una bestia, nel diritto dell’albero, della bestia, di vivere serenamente, rispettati, tutto il loro tempo. Sono dalla parte della voce increata che si libera in ogni essere, e della dignità di ogni essere – al di là di tutte le barriere – e sono per il rispetto e l’amore che si deve loro (Ortese 1997, p. 53).

Riferimenti bibliografici
A.M. Ortese, Corpo celeste, Adelphi, Milano 1997.
Id., Il porto di Toledo, Adelphi, Milano 1998.
Id., Ortese, Piccole Persone, Adelphi, Milano 2016.
M. Zambrano, Verso un sapere dell’anima, Raffaello Cortina, Milano 1996.

Monica Farnetti, Leggere Ortese, Carocci, Roma 2025.

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