Mutevoli e infinite simmetrie generate da un numero finito di elementi: la luce riflessa sui frammenti del caleidoscopio. Con questa metafora di creazione artistica, Anna Barsotti guida il lettore nel suo ultimo attraversamento dello specchio/universo dantiano, ossia il volume, appena stampato per Cue Press, su Le metamorfosi del teatro di Emma Dante.
Le «schegge» del caleidoscopio sono quei «temi fondativi e ricorrenti» da cui «scaturisce l’aspetto disarmonico, storto, irregolare dell’esistenza umana» (Barsotti 2025, p. 9) raccontati dalla ‘teatrante’ palermitana di volta in volta attraverso la lente familiare, fiabesca o classico-mitologica, ma sempre comunicati nella sua peculiare e polisegnica «lingua ignota» (ivi, p. 23), che è l’insieme dei codici spettacolari paratatticamente affiancati (cfr. Barsotti 2010: 28).
Proprio il piano del linguaggio (verbale e non) è dominante in queste pagine, che del resto si pongono in ideale continuità con quelle dedicate a La lingua teatrale di Emma Dante nel 2009 (Edizioni ETS). Lingua e testi sono i più evidenti elementi metamorfici nel teatro dell’attrice-autrice palermitana, che da donna di scena diviene sempre più anche donna di libro (cfr. Barsotti 2008). Perciò, Barsotti sceglie un approccio anche filologico, atto sia a mostrare «l’influenza reciproca fra la lingua degli spettacoli e la lingua del testo» (ivi, p. 24), sia a ricostruire i processi creativi di conversione della scrittura scenica in drammaturgie d’inchiostro.
Dalle trasformazioni, sottolinea la studiosa, non si ‘salva’ nemmeno il pubblico. Se i testi pubblicati sono pensati per uno specifico «lettore di teatro» a cui sono richiesti «esercizi di immaginazione scenica» (ivi, p. 11), ancora più instabile è «il rapporto con il pubblico [che], ambiguamente rappresentato e reale, gioca fra attenzione e spaesamento» (ivi, p. 69).
Su tutti questi aspetti si sofferma la prima densa parte del volume, in cui una ventennale ricerca (critica, di Barsotti, e teatrale, di Dante) è ripercorsa e sapientemente condensata in alcune categorie chiave. Da tali premesse appare poi definita l’organizzazione dell’approfondimento che costituisce la seconda, più ampia, parte della trattazione: una corposa raccolta di letture di spettacoli individuati come pietre miliari del percorso artistico di Dante, perlomeno del suo teatro di prosa.
A partire da Mishelle di Sant’Oliva, collocato ancora nel suo primo periodo, dal «testo-ponte in technicolor» (Barsotti 2025, p. 38) Cani di bancata e da Le pulle, l’autrice indica una scansione per ‘svolte’, per via dell’affermazione di elementi e tracce come l’utilizzo antropologico di elementi della liturgia cattolica, la «musicalizzazione […] che fa assumere a scene collettive forti e semanticamente brutali un effetto tragicomico» (ivi, p. 43), un diverso cromatismo della scena. Ancor prima, l’aumento del numero di attori e il conseguente ampliamento delle famiglie, per eccellenza «un luogo e un tempo […] dove tutto accade» (Billò et al. 2017), dove nulla nasce né muore, ma tutto si trasforma, e dove i suoi ‘fantasmini’ coesistono in spazi quasi vuoti modellati da luci chiaroscurali.
Nell’insieme, tutti questi «leitmotive del teatro dantiano fanno capo agli abiti» (ivi, p. 18). Vestiario, stracci e maschere, abbinati alla duttilità dei corpi attoriali di Sud Costa Occidentale, costituiscono forse la primigenia metamorfosi nel teatro di Dante: dagli «attori/cani» (ivi, p. 44) di Cani di bancata, alle Bestie di scena che si atteggiano a scimmie mangiando noccioline, sino alla schiera di cortigiani-galline in Re Chicchinella, preludio di un finale in cui «il motivo della maschera da fisico […] diventa morale» (ivi, p. 119) e non a caso scelti, si direbbe, anche come copertina del volume della studiosa dell’Università di Pisa.
Barsotti intesse le maglie del «poema teatrale» (ivi, p. 11) dantiano, sistema complesso, “multilingue” e multiforme, in cui ogni elemento è sempre soggetto alla possibilità del riuso come esito della dialettica tra vita e morte (e rinascita) cara alla regista. L’autrice riesce da un lato a incastonare queste “schegge” in ogni analisi, dall’altro a cogliere le occasioni di scomposizione degli spettacoli per aprire scorci su alcune “geometrie” ricorrenti, dedicandosi ad esempio – attraverso Le sorelle Macaluso – al rapporto tra «originalità» di un teatro che ha assimilato le ricerche del secolo scorso e la cui essenza è tuttavia l’«originarietà» (ivi, p. 74) isolana di Dante.
La sezione più estesa è il capitolo dedicato al filone delle riattivazioni classiche, in cui mantenendo sempre costante il raffronto, qui moltiplicato, tra pagina e scena, Barsotti specifica le strategie di «quotidianizzazione» (ivi, p. 81) mediterraneamente connotata del repertorio mitologico (epico e tragico). La traduzione del classico, passando per la rielaborazione di ascendenza fiabesca dell’epos omerico (Odissea A/R) e per alcuni testi euripidei, è di fatto un «montaggio» (ivi, p. 94) in cui la Grecia antica e la Sicilia dantiana si con-fondono, secondo «un criterio di condensazione, enucleazione e di maggiore concisione enfatica, ma soprattutto di accompagnamento o riferimento ad azioni fisiche» (ivi, p. 82).
Intervistata qualche anno fa per «Arabeschi», Dante afferma che la «rincuora sapere che dopo Bestie di scena ci sia qualcos’altro» (Billò et al. 2017), facendo riferimento a La scortecata. In ordine inverso, Barsotti sceglie prima di spostarsi all’anomalo fiabesco dantiano, riassumendolo nella trilogia basiliana (La scortecata, Pupo di zucchero e il recente Re Chicchinella, raccontato e analizzato in maggior dettaglio) e in Misericordia (in cui Arturo è eco di Pinocchio), per chiudere invece il volume con Bestie di scena.
Una scelta che appare efficace, nel dare simmetria alle due sezioni del libro e nel porre lo spettacolo più ‘anomalo’ di Dante in clausola del discorso, in quanto summa e allo stesso tempo negazione della sua drammaturgia. Per il suo carattere metateatrale ed estremamente autocitazionale, per la sua poetica incentrata su «la svestizione, che qui giunge appunto alla nudità [e su] la continua tentazione esercitata dagli oggetti» (ivi, p. 127), si potrebbe leggere come una sorta di grado zero della metamorfosi in cui gli attori e gli oggetti si fanno se stessi e l’incontro/scontro di lingue e dialetti si risolve in una prevalenza del sermo corporis.
Affrontando una materia ancora in fieri, questo lavoro si aggiunge alla bibliografia su Dante come necessario aggiornamento e come luogo di ricognizione e riflessione, forse anche in attesa di nuove ‘svolte’, o riconferme, in seguito alla rilocazione della regista extra moenia.
Riferimenti bibliografici
A. Barsotti, Donna di scena, donna di libro. La lingua teatrale di Emma Dante, in “Drammaturgia.it”, 10 febbraio 2008.
Id., Emma attraverso lo specchio: postdrammatico vs drammatico, in “Prove di drammaturgia”, a. XVI, n. 1, 2010, pp. 26-32.
A. Billò, S. Rimini, M. Sciotto, a cura di, Incontro con… Emma Dante, in “Arabeschi”, n. 10, luglio-dicembre 2017.
Anna Barsotti, Le metamorfosi del teatro di Emma Dante, Cue Press, Imola 2025.