Il 9 ottobre 2025 l’Accademia Svedese ha assegnato il Premio Nobel per la Letteratura a László Krasznahorkai, «per la sua opera visionaria e potente che, nel cuore del terrore apocalittico, riafferma il potere dell’arte». Con lui, la letteratura ungherese torna a Stoccolma ventitré anni dopo Imre Kertész, premio Nobel nel 2002 per il suo romanzo Essere senza destino (titolo originale: Sorstalanság, 1975; traduzione italiana di Barbara Griffini, Feltrinelli, 2014). Se Kertész aveva rappresentato l’esperienza dell’annientamento storico e morale del Novecento, Krasznahorkai è lo scrittore che più radicalmente ha esplorato l’apocalisse contemporanea, la lenta erosione del senso e della speranza.
Nato a Gyula, nella grande pianura a sud-est dell’Ungheria, nel 1954, László Krasznahorkai esordisce nel 1977 sulle pagine della rivista Mozgó Világ (Mondo in movimento) con il racconto Tebenned hittem (Credevo in te). Dal 1982 si dedica interamente alla scrittura come autore indipendente. Il suo romanzo più recente, Zsömle odavan (Zsömle non c’è più), è apparso all’inizio del 2024.
Krasznahorkai si impone sulla scena letteraria nel 1985 con Sátántangó (Satantango, traduzione italiana di Dóra Várnai, Bompiani 2016), opera che rappresenta, a tutti gli effetti, il suo manifesto poetico. Ambientato in una campagna ungherese desolata e in rovina, il romanzo mette in scena un’umanità sospesa tra miseria, attesa e delirio collettivo, prigioniera di una promessa di salvezza che non si compie mai. L’adattamento cinematografico omonimo di Béla Tarr (1994), divenuto un film di culto, amplifica la dimensione ipnotica e circolare del testo, rivelando l’affinità profonda tra la visione del regista e quella dello scrittore: una meditazione sulla fine come condizione permanente dell’esistenza.
Da allora Krasznahorkai ha costruito un’opera coerente e inconfondibile, dove il mondo appare come un sistema in disfacimento, minacciato da forze invisibili e implacabili. In Melanconia della resistenza (Az ellenállás melankóliája,1989; traduzione italiana di Dora Mészáros e Bruno Ventavoli, Bompiani 2018, nuova edizione; edizione precedente: Zandonai 2013), Guerra e guerra (Háború és háború, 1999; traduzione di Dóra Várnai, Bompiani 2020), Seiobo è discesa quaggiù (Seiobo járt odalent, 2008; traduzione italiana di Dóra Várnai, Bompiani 2021) o Il ritorno del barone Wenckheim (Báró Wenckheim hazatér, 2016; traduzione italiana di Dóra Várnai, Bompiani 2019) si dispiega una visione totalizzante dell’esistenza, in cui la rovina si intreccia con la rivelazione, e la catastrofe si fa occasione di conoscenza. I luoghi sono sempre periferici, dimenticati, eppure diventano centri simbolici dell’universo: piccole città, case isolate, biblioteche, villaggi dove l’umanità sopravvive alla propria stessa disfatta.
Il suo stile è leggendario: frasi lunghissime, prive di punteggiatura tradizionale, in cui la sintassi si espande come un organismo vivente, una “anaconda linguistica” che costringe il lettore a un atto di resistenza. Leggere Krasznahorkai significa entrare in una spirale di senso e di tempo, dove la narrazione non consola, ma obbliga a guardare nell’abisso. Scrive in Aprómunka egy palotáért (Un piccolo lavoro per un palazzo, 2018, p. 39):
[…] Bisogna dire la verità alle persone, e in questo spirito chi è artista – e lo è davvero – deve creare architettura, poesia, musica, scienza e pensiero; bisogna dire onestamente alle persone qual è l’universo in cui vivono, guardarle negli occhi e dire che nell’universo c’è la guerra, che nell’universo non c’è pace, che l’universo è pericolo, rischio, tensione e distruzione, che non c’è nulla di integro, che il concetto stesso di integro è menzogna […] (traduzione di chi scrive).
Eppure, in questa visione apocalittica, Krasznahorkai non è un nichilista. La sua prosa, cupa e abissale, è anche attraversata da una compassione profonda per gli esseri marginali, per i falliti e gli esclusi, per chi continua a cercare un senso pur sapendo che un senso non c’è. Il suo pessimismo è illuminato dalla convinzione che l’arte possa ancora generare un’esperienza di verità. Sempre in Aprómunka egy palotáért (ivi, p. 11) il protagonista, un bibliotecario ungherese trapiantato a Manhattan, riflette:
[…] L’arte non risiede in un oggetto, non è un enunciato estetico, non è un messaggio – non esiste alcun messaggio –, e ha solo una relazione con la bellezza, ma non si identifica con essa, e soprattutto non si limita al fascino, anzi, a modo suo lo respinge; non bisogna dunque cercarla nel libro, nella scultura, nel quadro, nella danza o nella musica, perché non bisogna affatto cercarla: la si riconosce subito [...]; se c’è arte, allora esiste un’atmosfera eccezionale in un determinato spazio, e questa può essere creata da un libro, una scultura, un quadro, una danza, una musica, ma anche da un essere umano. Io posso solo dire che l’arte è come una nuvola che getta ombra nella calura, o come un lampo che in un punto spezza il cielo […] (traduzione di chi scrive).
Nonostante la fama di scrittore “difficile”, Krasznahorkai ha trovato un vasto pubblico sia in patria che a livello internazionale e un posto di rilievo nella narrativa europea contemporanea. La sua lingua, l’ungherese, con la sua struttura autonoma e arcaica, diventa nelle sue mani un laboratorio di precisione assoluta: un idioma “minore” capace di esprimere l’incommensurabile.
Tutte le sue opere principali sono oggi disponibili in italiano grazie a Bompiani, nella traduzione di Dóra Várnai; oltre a quelle già citate: Herscht 07769 (2021; traduzione di Dóra Várnai, Bompiani 2022) e Avanti va il mondo (Megy a világ, 2013; traduzione di Dóra Várnai, Bompiani 2024).
Nel corso della sua carriera l’autore ha ricevuto, oltre ai riconoscimenti prestigiosi nazionali, numerosi premi internazionali, tra cui il Man Booker International Prize (2015). Il Nobel del 2025 consacra così una delle voci più radicali e coerenti del nostro tempo. La motivazione dell’Accademia – «riafferma il potere dell’arte» – riconosce a Krasznahorkai il merito di aver mostrato, attraverso l’oscurità, la possibilità di una luce diversa: quella della coscienza artistica. Di fronte al disfacimento della civiltà e alla saturazione del linguaggio, il suo progetto letterario riafferma che scrivere può ancora essere un atto morale.
In un’intervista del 2019 alla rivista ungherese online liter@, lo scrittore paragonava i premi a degli asteroidi: «[…] I premi fanno piacere, o proteggono, o danno un’altra possibilità di provare a creare opere degne dell’attenzione dei lettori. Vi piacciono gli asteroidi? Ecco, un premio è proprio come un asteroide. Noi siamo la Terra, ed è come se un asteroide passasse lontanissimo da noi, e solo noi lo vedessimo. È bello guardarlo, cavolo, che meraviglia, diciamo, ma in fondo non tocca nemmeno la Terra. Capite? […]» (traduzione di chi scrive). Eppure, questo Nobel sembra toccarla, la Terra, e farla tremare un po’. Perché nella prosa di Krasznahorkai – come nei suoi paesaggi senza orizzonte – l’apocalisse non è mai una fine, ma una forma di lucidità. È la condizione stessa del vedere.
Riferimenti bibliografici
L. Krasznahorkai, Aprómunka egy palotáért, Magvető Kiadó, Budapest 2018.
László Krasznahorkai, Gyula, 5 gennaio 1954.