“Con lei potrebbe succedere tutto, o potrebbe non succedere niente. È quel senso di possibilità che Angelica porta con sé che mi manca. È una vertigine”. Con queste parole Bianca, durante la sua seconda visita al SERT per tentare un percorso di disintossicazione, descrive la sua migliore amica e allo stesso tempo l’effetto della cocaina. Entrambe le mancano, entrambe hanno lasciato un’assenza quasi impossibile da colmare nella sua vita, entrambe hanno rappresentato la sua malinconica e allo stesso tempo inafferrabile giovinezza. Non è un percorso di vita quello che Sara Petraglia racconta nel suo film d’esordio, L’albero, ma un momento, un tempo preciso, una parte di esistenza percepita come un istante, in cui però tutto sembra possibile e luminoso, con il futuro che appare solo come un’ipotesi lontana.
Per Bianca e Angelica, infatti, non esiste altro se non il presente. Amiche, coinquiline, ventenni, forse amanti, forse solo romantiche sognatrici. Vivono insieme in un appartamento del Pigneto, sostenute dai soldi che i genitori mandano loro per l’università, che in realtà non frequentano. Sono dipendenti dalla cocaina, che riempie le loro notti, passate a ballare o a cercare la droga, e le loro giornate, che scorrono sempre più rapide lasciando addosso la nostalgia di qualcosa che neanche hanno conosciuto, la tristezza di una vita nella quale non sembrano aver ancora trovato il loro posto. Bianca riempie quaderni con i suoi pensieri, scrivendo in contemporanea tre libri, uno sulla cocaina, uno sull’amicizia, uno sull’amore, tre aspetti che sembrano convergere tutti in una sola direzione: Angelica.
L’albero non è un coming of age che rientra nei tradizionali archetipi della tradizione, ma anzi, li decostruisce, seguendo la strada intrapresa da sempre più opere di registi italiani esordienti come Giovanni Tortorici in Diciannove o Carolina Pavone in Quasi a casa. Non racconta un percorso lineare con il conseguente arrivo della maturità della protagonista, ma mostra dei frammenti della sua esistenza legati al rapporto che più ha condizionato la fine della sua adolescenza. La sua storia ruota attorno e si esaurisce nell’intimità che ha con la sua migliore amica, nella loro dipendenza, e non si evolve per una reale presa di coscienza ma per la necessità di colmare un’assenza. Quello in cui si muove è un mondo notturno, un mondo in cui gli uomini non sono presenti, in cui gli adulti (esclusa la dottoressa con cui parlerà al SERT, raccontando per la prima volta con chiarezza anche allo spettatore l’entità dei suoi problemi di dipendenza) sembrano non esistere.
Quello del film è un mondo giovane, e dunque anche se determinato dal passato è sempre sospeso nel presente. Ogni immagine si sviluppa a partire dal ricordo; le sequenze hanno per questo un carattere spesso non organico, come se fosse la mente di Bianca a generarle istante dopo istante. Nella prima scena, infatti, la protagonista in bicicletta pedala lungo il Mandrione e immagina di parlare con Angelica, chiedendole quello che si ricorda di quegli anni e del loro rapporto, appropriandosi esplicitamente sin da subito della narrazione. Tutto quello che lo spettatore vede proviene dalla sua memoria, dagli appunti sui quaderni. L’albero è la trasposizione visiva dei tre libri che sogna di realizzare, intrecciandone tra loro le tematiche. È così importante se quello che si vede sullo schermo è reale o inventato? Manipolato dalla mente o tratto da un appunto su un taccuino? Bianca non è una narratrice affidabile e non le interessa esserlo, potrebbe inventare, potrebbe confondersi, ma le sue parole sono sempre sincere: le cose reali e quelle irreali «hanno la stessa dignità, come i ricordi quando tornano».
Per cercare in parte di sperimentare qualcosa di differente, trovare un cambiamento nella costante ripetitività in cui la Roma fantasmatica in cui si muovono le ha costrette dopo essersi allontanate anche dal proprio gruppo di amici, le ragazze partono per Napoli: i ricordi di Bianca si fanno luminosi (una luce a cui sono obbligate a cedere, dettata da un ambiente al quale non sembrano appartenere in quanto creature della notte). La natura prende il sopravvento sulla città, con riprese che tornano insistenti sul mare e i suoi flutti. Sulla spiaggia, accompagnata dall’infrangersi regolare delle onde che si trasformano in un controcanto, la protagonista recita ad alta voce dei versi di Leopardi, il suo autore preferito, quello in cui più di tutti si rispecchia, forse proprio per la capacità di raccontare la giovinezza che scivola via, lasciando dietro di sé quella che sembra solo una lunga notte.
Il cuore della sua scrittura malinconica e delle riflessioni appuntate di fretta sui quaderni risiede nel XXXIII dei Canti, Il tramonto della luna. La sua storia le sembra prendere forma tra le parole del poeta di Recanati: uno stato giovanile in cui non importa nulla delle mille pene perché la miseria porta sempre al bene. Il problema è che, come afferma lo stesso Leopardi, la luna non smette mai di sorgere, torna sempre, identica a se stessa, a splendere nel cielo. La giovinezza no, e Bianca sembra assumerne consapevolezza ancora prima di viverla. Quelle giornate di tutto e di nulla non torneranno più per lei, che identifica tutta la bellezza e il dolore in Angelica; è solo innamorandosi di lei sempre di più che si innamora della vita.
Ma cos’è un romanzo se la protagonista fugge via, portando con sé l’incoscienza e la dolcezza del rischio? Una volta tornate a Roma, dopo aver fatto per la prima volta l’amore, Angelica di nascosto parte per Milano: da quel momento è con il vuoto che il film inizia a dialogare, una mancanza con cui bisogna scendere a compromessi, imparando a ricostruire una presenza dal fantasma dei ricordi.
La pagina scritta e il suo non tempo devono, per necessità, iniziare a dialogare con il passare dei giorni, con l’egoismo, la morte, il passato e il futuro, per dare una forma al proprio sé nel presente. Il percorso di Bianca, però, non la porta verso l’età adulta: non assimila la perdita, deve ancora trovare la sua strada e accettare la crescita. È ancora sospesa nella vertigine del possibile, come tutto L’albero, una sensazione che sembra risolversi solo quando dopo anni ritroverà lo sguardo di Angelica, di passaggio a Roma. Perché, come canta Federico Fiumani coi Diaframma nell’ultima scena che accompagna la corsa in bicicletta delle ragazze, «Ti dovrei bere, magari chiamare, ma è proprio quello che non voglio mai fare, chissà perché ho te, io ho te, ho te (…) E se è anche vero che tu sei lontano, c’è questo tempo che mi tende la mano». Un tempo ancora giovane, in cui finalmente trovare la propria dimensione – e forse riuscire a mettere un punto alle storie dei romanzi.
L’albero. Regia: Sara Petraglia; sceneggiatura: Sara Petraglia; fotografia: Sabrina Varani; montaggio: Desideria Rayner; interpreti: Carlotta Gamba, Tecla Insolia, Cristina Pellegrino, Carlo Geltrude, Yamina Brirmi, Stella Franco, Beatrice Modica, Manuel Spadea, Isabella Mottinelli, Alice Benvenuti, Tommaso Rita; produzione: BiBi Film, Ministero della Cultura; distribuzione: Fandango Distribuzione; origine: Italia; durata: 92′; anno: 2024.