L’horror “di provincia”, fatto di piccole comunità nascoste con un passato tragico e segreti oscuri, era già al centro di A Classic Horror Story (2021) diretto da Paolo Strippoli: una storia di rituali segreti, con sacrifici di sangue per scongiurare fame e miseria, tra boschi della Calabria che tagliano fuori la gente dal contatto con le grandi città. Ne La valle dei sorrisi sono le Alpi a delimitare uno spazio isolato da cui ogni tentativo di fuga, fisica o emotiva, è destinato a fallire.
Remis è una piccola cittadina tra le montagne: pulita, felice, ordinata, un luogo in cui non succede mai nulla e dove la gente lascia ancora la porta di casa aperta. È qui che arriva Sergio Rossetti (Michele Riondino), supplente di educazione fisica ed ex campione di judo, è scontroso, ubriacone, solitario, tutto ciò che serve per turbarne la tranquillità. Qualcosa però a Remis è successo, quindici anni prima: la cittadina è stata colpita da un disastro ferroviario, un treno deragliato sulle case del paese, centinaia di morti tra la popolazione locale, ma oggi le case di legno, nuove di zecca, sono state ricostruite nella valle sotto le imponenti montagne. Fin dalle prime scene si diffonde una placida ed elegante musica d’archi, dalle radio, dall’aria stessa che sembra generarla, tanto che gli abitanti la richiamano semplicemente alzando una mano. Appena arrivato Sergio fa fatica ad integrarsi; non si impegna a scuola, urla il suo dolore per strada, piange disperatamente, ma invece della voce rauca ciò che si sente è un distinto singhiozzo infantile.
Lo scarto tra campo sonoro e visivo regge la struttura tensiva del film: il rumore di una porta che sbatte riecheggia tre, quattro volte dopo il termine dell’effettivo movimento, così un allarme, lo strillo di una civetta, si ripetono ritmicamente fino a integrarsi differenzialmente nella colonna musicale (Chion 2017). Il design sonoro di Francesco Bisozzi e Davide Tomat (Mondocane, Pastrone!), con la partecipazione dell’artista islandese Kira Kira, attivi nel mondo dell’elettronica con influenze classiche, parte da suoni organici per evolversi man mano in suono di fascia, fatto da dissonanze ripetute, urla e silenzi improvvisi, brusche interruzioni e repentini aumenti di volume, più potenti di un jumpscare. Niente più archi nè musica tonale, nessuno sviluppo melodico: la disormonia del campo sonoro fa corpo con l’esperienza di Sergio che non riesce ad abitare davvero lo spazio, e le immagini si deformano. Grandangoli, con camere a mano e luci intermittenti rivelano la distorsione di un micromondo ben diverso dall’apparenza di perfezione.
La comunità infatti nasconde un segreto: Matteo (Giulio Feltri), un santo adolescente, bambino trovato tra le macerie all’epoca del disastro e mai reclamato, ha il potere di guarire la gente dal dolore che prova attraverso lunghi abbracci. Ogni sera nella palestra della scuola la gente lo cerca, lo venera, lo tocca per avere la dose settimanale di abbraccio anestetico, almeno fino al prossimo tormento. Ma Matteo, che, con le cuffie alle orecchie ascolta ossessivamente Almeno tu nell’universo, nella sua ribellione vorrebbe cambiare vita e sottrarsi alla cristiana abnegazione del costante servizio al prossimo.
Anni prima Sergio ha perso suo figlio, suicidatosi ancora ragazzino forse anche a causa del rapporto conflittuale con il padre, Matteo invece ha accanto un genitore adottivo che gestisce i suoi miracoli come un manager e lo costringe nella soffocante vita dell’angelo di Remis. Tra i due nasce così un legame che assume i tratti di un rapporto padre-figlio, e il supplente gli insegna il judo e sogna di portarlo via con sé per restituirgli la libertà che gli spetta.
Ma la gente del paese, ormai assuefatta al rituale che allevia il dolore ma impedisce di affrontarlo davvero, non vuole separarsi dalla sua droga quotidiana: Matteo, l’agnello sacrificale, accumula in sé il male del mondo, portando sulle spalle il peso di tutti i peccati, un dispositivo escapista di una comunità incapace di confrontarsi con il proprio lutto. Il male represso non può nascondersi per sempre, e il ragazzo potrebbe non essere il santo cui indirizzare le preghiere ogni sera. La campana che segna la fine degli incontri di judo scandisce ogni passo verso la verità, e Sergio è chiamato a scegliere tra la liberazione, il ritorno alla vita o l’oblio narcotico: nessun dolore, nessuna passione.
Riferimenti bibliografici
Michel Chion, L’audiovisione. Suono e immagine nel cinema, Lindau, Torino 2017.
La valle dei sorrisi. Regia: Paolo Strippoli; sceneggiatura: Jacopo Del Giudice, Paolo Strippoli, Milo Tissone; montaggio: Federico Palmerini; interpreti: Michele Riondino, Giulio Feltri, Paolo Pierobon, Romana Maggiora Vergano; musiche: Federico Bisozzi, Davide Tomat; produzione: Fandango, Vision Distribution, Nightswim; origine: Italia, Slovenia; durata: 122′; anno: 2025.