Niente è più vicino alla sensibilità contemporanea di un certo senso di spaesamento. A questo stato globale, che si descrive a fatica, diamo genericamente il nome di crisi. È in questo contesto, in cui l’urgenza del presente si fa più forte, che si riaffaccia il pensiero sulla fine del mondo. Questa questione angustiava anche il grande antropologo Ernesto De Martino negli ultimi anni della sua vita su questa terra. Uscito postumo nel 1977, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali presentava un’ampia scelta di documenti – bozze di saggi, appunti, frammenti, bibliografie commentate – che ci avevano magmaticamente immersi nel vivo delle sue riflessioni. Quelle pagine che l’autore non era riuscito ad accompagnare nel mondo, ci avevano lasciati sospesi in una chiarezza sovra-logica, a tratti allucinogena, tra densità e mistero.

Il volume di recentissima uscita La storia velata. Crisi e riscatto della presenza si presenta come un salto logico, ricostruendo e sistematizzando una serie di premesse fondamentali al discorso sulla fine, che appaiono oggi ancora più attuali. Scavando negli inediti ancora incandescenti del pensiero demartiniano, il libro è una ricognizione critica che affonda nei segreti d’officina di uno studioso che ha fatto del pensiero sulla crisi il centro della sua antropologia filosofica. Il curatore del volume, Marcello Massenzio, dialoga e si mette in tensione con gli scritti di taglio storico-religioso sviluppati nel decennio 1948-58, una fase di transizione in cui l’autore struttura il suo sistema teorico – mai slegato dall’indagine etnografica – su dove e come l’umanità può ritrovare se stessa quando la sua capacità di stare nella storia vacilla. Un libro preziosissimo che catapulta chi lo legge nello studio di De Martino, il suo laboratorio ingarbugliato tra antropologia, psichiatria e politica, così ricco di cortocircuiti preziosi per il presente in crisi.

Eppure sorprende vedere come un pensatore del secolo scorso, con tutti i limiti squisitamente positivisti e storicisti che tale appartenenza inevitabilmente porta con sé, torni oggi a farsi ascoltare proprio negli ambienti che spingono più a fondo la critica. A risuonare sono alcune delle intuizioni elaborate da De Martino a partire dall’epistemologia sovversiva de Il mondo magico (1948) e che oggi, come tracce disseminate lungo il cammino, orientano chi non rinuncia alla ricerca di vettori immanenti – materialisti magici – in grado di bucare la superficie patinata di un mondo retoricamente rappresentato come privo di futuro. Lo sfondo comune che tali vettori condividono con il suo pensiero è la consapevolezza mai scontata che qualsiasi discussione sul futuro non possa eludere la consapevolezza preliminare che persino il nostro mondo potrebbe non esistere più.

Come ricordava De Martino quando, nel 1964, venne invitato a Perugia a parlare a un convegno interdisciplinare sulle prospettive del mondo di domani, la questione è evidentemente ontologica e ha a che fare con la problematica della presenza al mondo, il Dasein dove il da indica il ci ovvero l’esserci qui e ora che si realizza nella costruzione di orizzonti storico-culturali determinati in cui tutto ha un senso. La possibilità che tali sfondi crollino è quella che l’antropologo definisce la crisi della presenza a cui la ricognizione di Massenzio è essenzialmente dedicata, una «tensione oltrepassante che rischia di passare con ciò che passa» (De Martino 2025, p. 44): l’angoscia paralizzante della storia. La presenza è questo fatto profondamente contraddittorio di un esserci che è sempre accompagnato dal rischio di non-esserci-nel-mondo. Allora, la crisi della presenza è quel momento in cui il soggetto perde il proprio orizzonte fuoriuscendo dalla storia. Quando l’io e il suo mondo si sfaldano, l’agire si arresta e il futuro si oscura. Non è una patologia marginale, ma una possibilità immanente allo stesso ordine culturale: una tentazione di annientamento insita nell’ordine della storia culturale umana.

Questa minaccia, che si annida nel cuore stesso dell’esserci, costituisce un rischio antropologico costante che una serie di riti si facevano carico di controllare per operare forme di nuova unione e incontro. Ogni civiltà ha dovuto affrontarla, inventando pratiche di «reintegrazione-nel-mondo» (ivi, p. 46), in cui dare spazio a momenti da abitare come «riassorbimento del futuro nel presente del rito, e del presente del rito nella metastoricità del mito» (ivi, p. 102). La funzione del sacro è per lui quella di operare una destorificazione: si vela la storia, non per negarla, ma per renderla collettivamente sopportabile. In rari momenti, tuttavia, emerge la consapevolezza più cupa di un pericolo estremo: che non si dia più ritorno, che la crisi si faccia condizione stabile, senza più tecniche idonee a superarla. È quello che De Martino definisce in ultima istanza il «rischio radicale» (De Martino 1977, p. 630) della fine del darsi stesso del mondo. La fine de il mondo qui e ora, non di un mondo lontano. «Destorificazione, demondanizzazione, depresentificazione, alienazione radicale» (ivi, p. 51): sono i vari sofisticati modi in cui De Martino nomina quella situazione tutta umana in cui affiora la sensazione che il mondo che dava senso alle nostre vite potrebbe crollare mentre noi, collettivamente, non abbiamo nulla da opporre a quel finire. Ed è qui che il tema della crisi si fa ontologico, dunque così attuale.

La possibilità che il mondo stesso cessi di offrire le condizioni minime per il riscatto della presenza, non sarà forse la condizione apocalittica in cui versa oggi il nostro mondo culturale Occidentale, nella sua versione unica e totalizzante, così capace di far collare mondi altri e così incapace di trovare la giusta postura per abitare le sue fratture?

Se guardiamo al nostro presente, questa ipotesi smette di essere un’astrazione. Anche solo limitandosi al panorama italiano, molti sono i sintomi di scollamento micro e macroscopici che ci dicono che la relazione tra l’io e il mondo non sta affatto andando bene. In quanto corpi finiti e mortali non solo non siamo invincibili, ma addirittura la realtà che noi stessi abbiamo costruito fin qui ci si sta letteralmente rivoltando contro. Da una parte una serie di fenomeni che il nostro sistema dualistico di abitare il mondo ha erroneamente definito esterni, come lo scioglimento dei ghiacciai e il surriscaldamento globale, ovvero le apocalissi ecologiche dovute al violento estrattivismo con cui abbiamo trattato la natura negli ultimi secoli. Per non parlare delle guerre – non più o non ancora combattute materialmente nel nostro territorio ma con conseguenze economiche e psicologiche devastanti – e delle escalation di violenza che generano un sottofondo a dir poco tetro e allarmante. Dall’altra una serie di fenomeni più esplicitamente interni, come il livello di depressione e psicosi, le varie forme di sofferenza psichica di fronte alla quale il tasso di assunzione di psicofarmaci e di suicidi tra la popolazione negli ultimi decenni è andato aumentando esponenzialmente.

Erroneamente tendiamo ad allontanare dalla nostra vista tutti questi sintomi leggendoli come se fossero variabili impazzite che non dipendono da noi o – ancora peggio – come una problematica interna ai soggetti. Un andamento epidemico di questo tipo però dice una cosa sola: seppur avvolti in una fitta rete di interconnessione globale, siamo in realtà sempre più scissi. Su tutti i fronti esiste una grande separazione, tra le parti che ci compongono all’interno del nostro io, ma anche tra il dentro di noi e il fuori da noi. Il senso comune dice che il mondo non è più accogliente, ma la realtà è che siamo noi a esserci profondamente allontanati da esso. Allora in questo stato delle cose, la perdita della presenza non è più un rischio eccezionale: diventa la regola implicita della vita contemporanea.

Quello che sembra ancora oggi dirci De Martino – e soprattutto in questo risiede la sua attualità – è che il mondo non deve finire ma può finire se continuiamo ad affrontare i fenomeni dal verso sbagliato, perché il problema è ontologico dunque ben radicato, profondo e apparentemente irrisolvibile. La crisi individuale non è riconducibile a una causa naturale e personale, ma sarebbe la conseguenza della lacerazione del tessuto sociale e culturale in cui viviamo a causa della riduzione dell’attività essenziale dell’essere umano alla soggettività economica che, d’altronde, costituisce il limite del materialismo storico. L’ethos del trascendimento lo definisce De Martino ne I fondamenti di una teoria del sacro, uno degli inediti pubblicati in questa occasione. L’io è in crisi non per una sua costitutiva e fisiologica fragilità, ma per mancanza di orizzonti simbolici per l’agire nel mondo, dovuta all’assenza di empatia verso ciò che ci circonda e ci attraversa, una totale separazione dall’“intera attività sensibile” che espone costantemente i soggetti alla crisi. Alcune conseguenze catastrofiche che costellano il nostro presente sono dovute alla erronea impostazione con cui affrontiamo il problema, tecnicizzando, ignorando o leggermente accantonando alcune questioni centrali che sono insite nel modo in cui abbiamo forgiato il nostro sistema di realtà e la natura che il potere ha assunto.

È qui che il pensiero di De Martino si fa grande e, al contempo, incontra i suoi limiti più evidenti ancora forse non abbastanza compresi. Come nota Tiqqun, in un passaggio di Metafisica critica, ciò che del pensiero di De Martino va traghettato nel presente non è solo la possibilità di una crisi, ma la consapevolezza delle differenti maniere in cui la presenza si dà, le differenti economie della presenza. E se oggi vi è una crisi generalizzata della presenza, è perché «la cifra dell’economia occidentale, moderna, egemonica è la negazione della possibilità stessa della sua crisi» (Tiqqun 2009, p. 10). La biopolitica – prosegue il testo – non ha altro obiettivo che «garantire che non si costituiscano mai dei mondi, delle tecniche, delle drammatizzazioni condivise, delle magie nelle quali la crisi della presenza possa essere superata, assunta e divenire un centro d’energia, una macchina da guerra. […] Vi è tutto un monopolio biopolitico dei rimedi alla presenza in crisi, che è sempre pronto a difendersi con la violenza più estrema» (ibidem).

Se De Martino vede nel velo e nella destorificazione un rimedio culturale, un filtro, una sospensione, una traduzione del trauma generato dalla crisi in modo che possa essere condiviso e quindi superato, Tiqqun ci avverte che, oggi, è il darsi stesso della crisi a venire neutralizzato preventivamente. Non si tratta solo di assenza di tecniche di salvezza, ma di un’azione sistematica per impedirne la formazione. E qui la questione si fa politica e poetica: non è più soltanto un problema di perdita di senso, ma di gestione e controllo della perdita stessa.

De Martino scriveva mentre le immagini che scivolano sotto i suoi occhi ritraevano eventi come la guerra fredda, il pericolo incombente della catastrofe nucleare, la memoria viva dei campi di morte nazi-fascisti, i dati della psichiatria e l’urgenza di una fuoriuscita dalle istituzioni totali. Già ai tempi, in fondo, la ricerca di pratiche consolatorie di una crisi della presenza, dimostrava i suoi limiti storici di fronte a un’attualità atroce. Quando eventi di tale portata fanno sì che i legami con le patrie culturali vengano meno, si determina una crisi relazionale dell’io con il mondo in cui abita e questo diventa ancora più radicale quando lo scollamento si allarga a comprendere l’intero pianeta. È un fatto appunto culturale in senso ampio quello di cui stiamo parlando «nel senso che l’umana civiltà può autoannientarsi, perdere il senso dei valori intersoggettivi della vita umana, e impiegare le stesse potenze del dominio tecnico della natura secondo una modalità che è priva di senso per eccellenza, cioè per annientare la stessa possibilità della cultura» (De Martino 1964, p. 226).

Allora, mentre sfogliamo questa nuova raccolta di inediti, sarà il caso di mettere a fuoco la lente con cui attualizzare il pensiero di De Martino. Se per lui il riscatto della presenza chiedeva il ritorno a un ordine simbolico stabile, oggi siamo forse chiamati a un’altra operazione: inventare tecniche di presenza che non presuppongano più un terreno solido, ma sappiano proliferare su un suolo instabile, in frantumi. Di fronte allo svanire del nostro mondo, invece di affannarsi nella sua immediata ricostruzione progettando esperienze temporaneamente confortevoli e armonizzanti, dovremmo forse imparare a sostare in questo terribile momento di esitazione in cui il mondo sta per crollare. Non chiudere gli occhi e provare a rimanere di fronte all’esperienza spaventosa della crisi senza tirarci indietro.

Ieri come oggi, non si tratta tanto di ricucire il velo lacerato, ma di dare spazio alla magia necessaria ad affrontare una crisi ontologica, affidando ad essa il campo stesso in cui si gioca la nostra sopravvivenza politica e poetica. Forse la magia è l’unica forma di lotta in grado di ispirare una nuova economia della presenza in grado di abitare il rischio radicale. Il che non è affatto una considerazione semplice, né rassicurante. Si tratta, al contrario, di far fiorire le capacità extra-ordinarie di stare nel compromesso tra la lentezza che il ritmo del mondo impone e l’urgenza del qui e ora che preme quando le questioni ci stanno a cuore. Fare il giro lungo nello spazio come nel tempo, e non prendere mai comode scorciatoie. Non dimenticare la gioia dell’invenzione, ma anche l’ostinazione che una pratica collettiva insegna. Significa avere il coraggio di diventare adultə, mantenendo la capacità di abitare la soglia epistemologica tra il sapere e il credere. Avere presente che fare mondo comporta vedere qualcosa che resta, il più delle volte, invisibile. Contattare la conoscenza ecologica dei legami e delle connessioni simpatiche che ci connette intrensicamente a ciò che sembra lontano. Godersi l’oscillazione pulsionale tra lo scetticismo e la visceralità. Camminare come funambolə tra la voglia di fuggire e quella di stare. Quotidianamente alimentare il fronte di insurrezione psichica in difesa dell’immaginario. Frequentare i mostri dell’altroieri per pensare epifanie di libertàdel dopodomani.  Mentre il mondo resta immobile davanti all’inaudita violenza del genocidio del popolo palestinese, in terra come in mare, essere sempre dispostə a salpare.

Riferimenti bibliografici

S. Consigliere, a cura di, Materialismo magico. Magia e rivoluzione, DeriveApprodi, Roma 2023.
E. De Martino, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, Einaudi, Torino 1977.
Id., Il mondo magico. Prolegomeni a una storia del magismo, Bollati Boringhieri, Torino 2007.
P. Di Vittorio, Ragione funambolica. Sull’utilità del pensiero per la vita, Mimesis, Milano 2021.
T. Ingold, Siamo line. Per un’ecologia delle relazioni sociali, Treccani, Roma 2020.
F. Jesi, Spartakus. Simbologia della rivolta, Bollati Boringhieri, Torino 2022.
M. Taussig, Visceralità, fiducia e scetticismo. Un’altra teoria della magia, in Materialismo Magico. Magia e rivoluzione, a cura di S. Consigliere, Derive Approdi, Bologna 2023.
Tiqqun, Une métaphysique critique pourrait maitre comme science des dispositifs…, 2001.

Ernesto De Martino, La storia velata. Crisi e riscatto della presenza, Einaudi, Torino 2025.

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