La seconda stagione di Severance è una riscrittura contemporanea del mito di Orfeo ed Euridice. Più di dieci anni fa, la band indie rock canadese Arcade Fire dedicava un intero album allo stesso mito. It’s Never Over (Oh Orpheus), cantata principalmente da Régine Chassagne (vocalist e polistrumentista del gruppo), assume il punto di vista di Euridice. E ascoltiamo: “And if I shout for you/ never doubt/ don’t turn around too soon/ just wait until it’s over/ wait until it’s through”. I versi cantati da Régine-Euridice hanno lo stesso spirito delle urla di Gemma-Euridice nei momenti finali di Cold Harbor, ultimo episodio della seconda stagione di Severance. Mark-Orfeo, però, è sordo ai richiami. Si volta (per essere più precisi, Mark S. si volta). E trova la sua Helly. Il suo inferno privato con cui corre verso l’ignoto, mentre la loro immagine si trasforma in fermo immagine e lo schermo si colora di rosso per i titoli di coda. Scriveva Ralph Waldo Emerson nella Fiducia in se stessi: «Mi ricordo di una risposta che quando ero molto piccolo fui pronto a dare a uno stimato consigliere che aveva preso l’abitudine di importunarmi con le care, vecchie dottrine della Chiesa. Alla mia domanda: “Che cosa ho io a vedere con la santità delle tradizioni, se vivo interamente dall’interno?” l’amico soggiunse: “Ma questi impulsi possono venire dal basso e non dall’alto!”. Io risposi: “Essi non mi sembrano essere di questo tipo, ma se io sono un figlio del diavolo, allora trarrò la mia vita dal diavolo”» (2018, p. 91).

È sorprendente quanto questo passo della Fiducia in se stessi ricalchi i passi dei neonati, neo-innamorati, Mark S. e Helly R. Entrambi sono «molto piccoli» e non hanno nulla a che vedere con le «care vecchie dottrine» del mondo esterno, fuori Lumon. «Che cosa hanno a che vedere con le tradizioni, se vivono interamente dall’interno?». Sono degli Innies, dopotutto. Sanno di essere figli del diavolo, di quel posto infernale che è Lumon (e di cui, con questa seconda stagione, abbiamo appena sondato la punta dell’iceberg). Decidono comunque, negli ultimi minuti di Cold Harbor, di rivendicare di «essere i figli del diavolo» e decidono di «trarre la propria vita dal diavolo».

Torniamo a It’s Never Over (Oh Orpheus) degli Arcade Fire. La risposta di Win Butler-Orfeo, leader e cantante degli Arcade Fire (oltre che marito, nella vita reale, di Régine Chassagne-Euridice) è: “It seems so important now/ but you will get over / (…) and when you get over / and when you get older / then you will remember / why it was so important then”. Nei termini di Severance, questa risposta di Mark S.-Orfeo è un paradosso. “Ti sembra così importante ora, ma lo supererai, quando crescerai”. Sembrerebbe molto più appropriato che questo monito uscisse dalla bocca di Gemma-Euridice. “Ora sei un Innie, un neonato, quando crescerai (se non ti faranno fuori prima), ti renderai conto”. D’altronde, come scriveva Iris Murdoch – e come viene drammatizzato dalla vicenda raccontata da Milan Kundera ne La vita è altrove – , «abbiamo un’immagine diversa di coraggio a quarant’anni rispetto a quella che avevamo a vent’anni» (1992, p. 28).

Ma dobbiamo ascoltare per bene quello che ci dice Win Butler-Orfeo: “Then will you remember/why it was so important then”. Per questo motivo, per quanto paradossale, il voltarsi di Orfeo è importante, necessario. Ha bisogno di farlo per essere umano. È il modo in cui Mark, fuori da Lumon, ha trattato il suo Io dentro a Lumon, a essere disumano. Ora il diavolo si prende la rivincita. Nel confronto tra i due Mark all’inizio di Cold Harbor, l’Innie Mark aveva rivolto il seguente dubbio riguardo il processo di reintegrazione: “La tua vita conterà molto di più, in termini di tempo, della mia”. E ha ragione. Una delle repliche dell’Outie Mark è rispondergli che lui ha trascorso due anni a elaborare il lutto ed è per questo motivo che ha deciso di creare questo nuovo Io. E ora vorrebbe riprenderselo, reintegrarlo nella sua vita, la stessa vita che li ha portati alla situazione tragica in cui si trovano, ma è solo umano – per quanto disperato – che l’Innie Mark gli volti le spalle, a lui, a Gemma, a tutto il mondo fuori. Meglio l’inferno qui dentro che l’inferno lì fuori.

In The Claim of Reason, Stanley Cavell aveva scritto che gli sembrava che la fantascienza non riuscisse a essere tragica, in quanto superava fin dalle sue premesse i limiti dell’umano. E poco dopo prendeva come esempio il caso immaginario dei «cervelli in una vasca». Lasciava comunque aperto uno spiraglio alla tragicità di una situazione in cui sono gli «interi corpi a essere in una vasca» (1979, p. 458). Poi è arrivato Matrix. Ora Severance. Possiamo proprio concludere che la tragedia è riuscita a farsi spazio nelle narrazioni (cinematografiche o seriali) fantascientifiche contemporanee.

Riferimenti bibliografici
S. Cavell, The Claim of Reason. Wittgenstein, Skepticism, Morality, and Tragedy, Oxford University Press, Oxford 1979.
R. W. Emerson, Saggi. Prima serie, testo americano a fronte, La Vita Felice, Milano 2018.
M. Kundera, La vita è altrove, Adelphi, Milano 1992.
I. Murdoch, The Sovereignty of Good, Routledge, London 1970.

Severance. Ideatore: Dan Erickson; interpreti: Adam Scott, Britt Lower, Zach Cherry, Tramell Tillman, Jen Tullock, Michael Chernus, Dichen Lachman, John Turturro, Christopher Walken, Patricia Arquette; produzione: Red Hour Productions, Endeavor Content; distribuzione: Apple TV+; origine: Stati Uniti d’America, anno: 2025.

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