Dell’ultimo film di Gabriele Salvatores, Napoli-New York, realizzato a partire da soggetto e trattamento di Federico Fellini e Tullio Pinelli, colpisce in particolare un aspetto: alla restituzione dal tono neorealistico della Napoli post-conflitto mondiale, segue un’immagine di New York palesemente e sensibilmente finta, pronta nella sua plastica conformazione ad accogliere, via Ellis Island, i moltissimi italiani che in quella città proprio all’indomani del conflitto mondiale cercavano un posto da cui ricominciare. Una New York ad altezza di bambino, che si presenta volutamente come la scena di un teatro di posa, in cui può finalmente accadere il lieto fine che quella storia richiede. Come spesso accade, un vincolo produttivo (non si poteva girare a New York), si trasforma in opportunità creativa, aprendo strade inattese. E in quell’impossibilità concreta ritorna un aspetto di quel soggetto di Fellini e Pinelli. Se la parte su Napoli si presentava ricca di particolari, quella su New York era più frammentata, lacunosa, perché basata unicamente sull’immagine che i due autori avevano della Grande Mela, non avendola mai visitata di persona. L’America nella sua accezione e affermazione novecentesca di terra promessa, luogo di libertà e infinite possibilità, è innanzitutto un’immagine, o meglio una scena, uno spazio potenziale in cui tutto può accadere, dove ogni sogno può farsi realtà e ogni realtà trasformarsi in sogno.
Di cosa è immagine, dunque, l’immagine dell’America? O, per usare le parole di Roberto De Gaetano, “Di cosa l’America è il nome?”. Il volume La scena americana (Mimesis 2025) che, insieme ad alcuni testi inediti, raccoglie molti scritti di De Gaetano dedicati alla filosofia, alla letteratura e al cinema degli Stati Uniti d’America, elabora una risposta a questa domanda. Il punto di partenza è strettamente filosofico: lavorando sul pensiero dei padri fondatori – come Adams, Jefferson, Paine – e degli autori del pragmatismo americano – come Peirce, James, Dewey – De Gaetano arriva a rintracciare nella cultura fondante degli Stati Uniti un primato della dimensione della prassi. Scrive De Gaetano:
L’America è il nome proprio dell’approdo più alto della civiltà occidentale, dove un mito, quello di una terra edenica e vergine dove avviare una nuova vita, si è fatto realtà. E dove l’uomo si è ritrovato libero, capace di agire per esprimere e realizzare sé stesso. La libertà che si manifesta nell’azione è tale non solo per effetto di una volontà libera (il “libero arbitrio”), ma per la possibilità che nell’azione il soggetto ha di esprimersi nello spazio sociale e pubblico, modificandolo. Per questo l’azione, nel dare inizio a qualcosa, è sempre affermazione della libertà, cioè della libera potenza di fare e di generare. Non è quindi la formula del dominio, “volere è potere”, ma quella della potenza, dove “potere è fare”, che fonda l’America (2025, p. 46).
Il primato fondativo della prassi – «l’America è stata soprattutto azione» (ivi, p. 44) – non si limita a riflettersi nelle forme artistico-espressive, ma si alimenta proprio attraverso di esse e si rende visibile nella forma esemplare dell’opera. Il dispiegarsi delle azioni è infatti, dice De Gaetano, «strutturalmente innervato di finzione, perché quella finzione dà un senso e fissa una credenza attraverso la creazione di un racconto» (ivi, p. 21). Il racconto, dunque, sia nella sua accezione letteraria, sia nella sua accezione cinematografica rappresenta lo strumento espressivo attraverso cui si costruisce il cosiddetto sogno americano, che non soltanto risulta fondativo per la consapevolezza e la costruzione del senso di una nazione, ma diventa perimetro geografico, immaginario e mitico di una dimensione antropologica ed esistenziale, «la capacità umana di poter dare inizio al nuovo e di continuare a farlo» (ivi, p. 45).
Emergono così due aspetti. Da un lato, quello della centralità del racconto nella definizione di un’identità nazionale, che più che costruirsi attraverso il passato, si determina attraverso il fare e il disfare da cui scaturisce un futuro sempre possibile. Da ciò deriva l’idea di una sostanziale linea di continuità tra cinema e letteratura, (il libro dedica capitoli, tra gli altri, a Whitman, Melville, Hawthorne, e a John Ford, Orson Welles, Clint Eastwood, Sofia Coppola). Dall’altro però emerge anche la specificità del cinema, che ha definito l’esperienza estetico-percettiva di tale vocazione all’azione, producendo una dimensione spaziale e geografica, di cui sicuramente il genere western costituisce il principale generatore. Scrive De Gaetano:
Se l’Europa è la sua storia e l’America la sua geografia, la prima è collocata tra l’incubo della fine dei tempi e “le magnifiche sorti e progressive”, la seconda è là dove il sogno può essere ancora realizzato, cioè nel cammino verso Ovest, nell’altrove che la frontiera stessa istituisce, nella ricerca, che è allo stesso tempo fuga, del pioniere (ivi, p. 34).
Cosa è rimasto oggi di quel sogno? Non si può eludere questa domanda, che in forma implicita attraversa anche la riflessione di De Gaetano, seppure non venga tematizzata. In questa domanda riecheggia sia una questione estetico-formale, che ha a che fare con lo sviluppo delle forme espressive dell’immagine in movimento, sia una questione di carattere estetico-politico legata, invece, all’attualità degli Stati Uniti d’America.
Cominciamo dalla prima questione, senz’altro più semplice. Se il cinema classico, nella sua configurazione hollywoodiana, ha rappresentato e codificato la forma audiovisiva della mimesis praxeos, come dimensione esistenziale e universale dell’esperienza umana, la serialità contemporanea ne ha raccolto l’eredità, rielaborandola in modo profondo. Attraverso una molteplicità di declinazioni, le serie tv hanno messo in scena le trasformazioni, le ambiguità e talvolta le aporie dell’agire nel mondo contemporaneo. Basti guardare ai protagonisti delle grandi narrazioni seriali degli ultimi vent’anni – da Walter White (Breaking Bad) a Don Draper (Mad Men), da June Osborne (The Handmaid’s Tale) a Midge Maisel (The Marvelous Mrs. Maisel), fino a Kendall Roy (Succession) e Carmy Berzatto (The Bear) – per cogliere come, pur all’interno di una struttura narrativa fondata sull’azione (senza la quale non è possibile alcuna forma di serializzazione), l’attenzione si sia progressivamente spostata sul significato stesso dell’agire. Questi personaggi esistono in virtù della loro azione, che diventa, tuttavia, luogo di crisi, interrogazione, fallimento. Così facendo, vacilla anche l’immagine tradizionale del sogno americano, che nel racconto seriale appare sempre più opaca: non più orizzonte lucciccante del successo e dell’autorealizzazione, ma una promessa infranta che genera disincanto.
Arriviamo così a toccare la questione estetico-politica, che potremmo formulare attraverso questa domanda: qual è oggi l’immagine del sogno americano? Una possibile risposta, paradossale e inquietante, potrebbe condurci alle immagini generate dall’intelligenza artificiale, a cui fa sistematicamente ricorso l’attuale presidente degli Stati Uniti. Basti pensare all’episodio emblematico in cui Gaza è stata rappresentata come una fittizia “Riviera del Medio Oriente”. Il sogno si è trasformato nell’iperrealtà spettacolare delle immagini sintetiche, che fagocitano qualsiasi fuori, qualsiasi sguardo alternativo.
Se qualcosa come un sogno americano potrà ancora avere senso, allora, dipenderà dalla capacità di aprire, occupare e animare uno spazio critico in cui proprio le immagini verranno messe in discussione, e sottratte a quella funzione di anestetizzazione collettiva, a cui oggi sembrano essere destinate. Scrive De Gaetano:
L’America ci mostra qualcosa della nostra condizione umana: nascere non significa entrare in un mondo dato, ma aprirne uno nuovo, fondarlo. E questo significa divenire, mettere in questione ogni identità fissa, ogni legame con una terra (…) La democrazia americana è in primo luogo la forma in cui un divenire è possibile (ivi, p. 11).
Oggi più che mai, nella costruzione di questo divenire sarà cruciale il ruolo della finzione e del racconto, del cinema e delle arti, per riarticolare un pensiero e un desiderio, e rinnovare il sogno di giustizia, uguaglianza e libertà.
Roberto De Gaetano, La scena americana. Filosofia, letteratura, cinema, Mimesis, Milano-Udine 2025.