Le cose più importanti accadono quasi sempre la notte. In pochissime ore di buio, un’automobile impolverata macina il cemento verso una direzione ben precisa, i suoi fari accesi bucano l’oscurità con decisione. In questa breve unità temporale, Joseph riesce a perdere una casa, un lavoro e una moglie, non necessariamente in quest’ordine. Per un’ora e sedici minuti viaggiamo con lui nell’abitacolo del veicolo: l’azione vera resta fuori campo, sospesa e incontrollabile, solamente suggerita da una telefonata dopo l’altra. Perché Joseph Cross ha fatto una scelta. La notte che ha davanti è lunga, così come la scaletta che si è dato. 

Il film francese con Vincent Lindon, già presentato alla Festa del Cinema di Roma nel 2024 e ora tornato in Italia grazie a Wanted Cinema, segue in maniera pedissequa il britannico Locke (2013) con Tom Hardy, opera sceneggiata e diretta da Steven Knight, da cui prende le mosse per configurarsi come remake. L’attacco iniziale resta il medesimo: uno scrupoloso capocantiere edile dovrebbe assicurare le condizioni tecniche necessarie a un’importante colata di calcestruzzo, prevista per il giorno successivo. Basta l’arrivo di una telefonata per fargli prendere la decisione di mollare tutto e mettersi in viaggio, lasciando i colleghi in grave difficoltà. Mesi prima ha commesso un errore a cui ora vuole rimediare. Basta un inciampo, un mattone fuori posto a far crollare una torre costruita in un’intera vita. “La differenza fra maie una volta solaè la differenza fra il bene e il male”, questa la battuta pulsante del film. Da qui parte una specie di “dramma d’automobile”, che in realtà si inserisce perfettamente nel filone del “thriller al telefono”, dove la sfida del protagonista è quella di tenere le redini salde della sfera lavorativa e familiare al contempo. Controllarle unicamente con la sua voce, sebbene si stia fisicamente allontanando da entrambe. Nessun ricatto, nessun riscatto. Soltanto qualcosa che va fatto perché Joseph dimostri a sé stesso di non essere come suo padre. Se il padre scappava, lui guida verso le sue responsabilità, a costo di sollevare problemi al suo passaggio.

Le variazioni rispetto al film originario sono poche, ma non si limitano all’inevitabile cambio di lato del volante né ai diversi paesaggi attraversati. Se il campo da gioco è lo stesso e le regole anche, il valore aggiunto di un’operazione del genere sembra ricadere sulla scelta di affidare il ruolo a Vincent Lindon. L’insieme di fattori che ne consegue, tra cui il magnetismo dell’attore, l’età più avanzata rispetto a Tom Hardy e l’abitudine nel vederlo interprete di padri di famiglia dediti al sacrificio (La legge del mercato, Noi e Loro, Titane), fanno scivolare l’algida claustrofobia di Knight verso corde più intime, naturalistiche ed emotive. Si passa insomma da un impianto di sceneggiatura fondato su un’escalation tensiva a uno che vira sull’escalation etico-emotiva, tratto che si ripercuote anche sulla scelta di una palette più calda. Ricordiamoci che il protagonista di Locke era Ivan Locke, dove “locked” significava “chiuso”, “bloccato”. Viceversa, Lindon interpreta Joseph Cross, dove il verbo “to cross” suggerisce l’idea senz’altro più luminosa di soglia, attraversamento.

Interessante notare con la sceneggiatura di Knight non sembri essere lontana dal diventare come una partitura, su cui un musicista può suonare il suo lungo assolo e un attore può misurare a pieno il suo talento senza troppi orpelli cinematografici. Un cinema di espressioni, di battute, di micro-movimenti e di reazioni, coagulate in un sistema di telefonate a rima incatenata che dinamicamente portano la storia a schiudersi e disvelarsi. In questo senso, si potrebbe dire che Vincent Lindon giochi in casa, che questo sia il suo pane. Certamente più sorprendente fu vedere Tom Hardy alle prese con un ruolo che richiedeva una presenza tecnica di quel genere. Riusciva a sporcare il personaggio con dei silenzi, degli sguardi nel vuoto e dei riflessi che apportavano una sfumatura di mistero agghiacciante e imperscrutabile. Come se fosse troppo giovane per seguire quel lucido rigore e l’onestà di dire sempre la verità.

Come se in fondo nascondesse un nodo irrisolto di follia. La scelta di Joseph, d’altra parte, sposta l’asse anagrafico e guadagna maggiore credibilità nella rappresentazione di un personaggio tutto sommato risolto e fin troppo umano, qua e là persino goffo, ma proprio per questo più vulnerabile e fragile all’umiliazione di mettersi a nudo. Un padre navigato che in una notte ritorna figlio e sfida apertamente il suo, di padre, come se lo stesse guardando e giudicando dal sedile posteriore. Una voce col fiato sul collo da una parte e un’occasione ideale per metterla a tacere dall’altra. Serpeggia addirittura il sospetto che Joseph abbia messo incinta quella donna sconosciuta soltanto per rimediare allo sbaglio e riconoscere il bambino, come non avrebbe fatto suo padre. 

La parziale monotonia visiva dovuta al solito ventaglio di inquadrature trova un felice controbilanciamento nelle dissolvenze incrociate tenute a lungo e nei tagli di luce stradale che ambientano ogni breve telefonata con un’atmosfera precisa. Prima il litigio con i colleghi che lo chiamano infuriati, poi il figlio che lo aspetta impaziente a casa per vedere la partita, poi la confessione alla moglie, poi la donna dolorante in fase di parto, ora di nuovo i colleghi. Numeri da trovare, posizioni da mantenere, vasi da scoperchiare. L’automobile attraversa gallerie interminabili come dispositivo in cui si volge un continuo negoziato fra bisogni e istanze di natura completamente diversa, che richiedono un incessante cambio di registro, dalla tenerezza alla perentorietà. Uno spazio semovente dove convergono intérieur (luogo domestico) e comptoir (luogo di lavoro) al contempo, per dirla alla maniera di Benjamin.

A un certo punto la moglie si sorprende che lui voglia controllare a distanza le procedure di colata del calcestruzzo proprio in quel momento. “Vai pure a vivere nelle torri che hai costruito, ci staresti bene”, così lo rimprovera. Perché Joseph ha tre responsabilità da armonizzare, e non vuole deludere nessuna delle tre. Le torri che contribuisce a costruire conquistano un fazzoletto di cielo e soddisfano un senso di controllo, una manifestazione plastica della sua virilità che tuttavia non vuole sacrificare alla solidità dei legami affettivi.

Una competizione malata con sé stesso? O forse la perenne sensazione di sentirsi orfano perfino a quell’età. Due cose possono essere vere. Magari è semplicemente un uomo troppo onesto. Tre cose possono essere vere. Ma da quando l’eccesso di onestà è diventato un problema? Il dramma dell’uomo onesto riconvoca alla memoria il thriller di Andrea Di Stefano L’ultima notte di Amore (2023). In questa prospettiva, non è da escludere che i due film possano parlarsi e parlarci con esiti interessanti. In ogni caso, quando finalmente quella macchina si ferma, il finale conferma a Joseph come essere stato sincero al punto da mettere in gioco così tanto, in fondo, sia stata la scelta giusta. Lo saprà dall’unica voce che voleva davvero sentire.

La scelta di Joseph. Regia: Gilles Bourdos; sceneggiatura: Michel Spinosa; fotografia: Mark Lee Ping-Bing; montaggio: Guy Lecorne, LMA; interpreti: Vincent Lindon, Emanuelle Devos, Micha Lescot, Pascale Arbillot, Grégory Gadebois, Cédric Kahn, Milo Machado-Graner, Solan Machado-Graner; produzione: Curiosa Films, JD Prod, Studio Exception, UGC; distribuzione: Wanted; origine: Francia; durata: 77’; anno: 2024.

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