A pochi autori è concesso di parlare continuamente di sé in prima persona senza incappare nelle trappole dell’io: autoreferenzialità, compiacimento, commiserazione – in una parola, per dirla con Simone Weil, la pesanteur. Sta in questa schiera, con altri felici pochi, Agnès Varda. Da un capo all’altro della sua carriera, infatti, la regista belga è riuscita a raccontarsi e persino a interpretarsi con una leggerezza e una grazia che rischiano di apparirci oggi, infestati come siamo da innecessari autofiction e memoir, del tutto stupefacenti. Ed è questo piccolo miracolo cinematografico che celebra a suo modo Le Paris d’Agnès Varda, de-ci, de-là.
La mostra, che si tiene al Musée Carnavalet fino al 24 agosto, ripercorre la vita della cineasta a partire dalla sua attività di fotografa, in particolare della capitale francese e ancora più precisamente del suo cortile-atelier in rue Daguerre. Su di essa si propaga, felicemente, una qualità che compete, innanzitutto, ai lavori di Varda stessa: l’angolazione, che potrebbe sembrare limitata e modesta, finisce in realtà per fornire una chiave d’accesso privilegiata al suo oggetto.
Mettendo al centro le fotografie parigine, la curatrice Anne de Mondenard ci permette infatti di accostarci alla prima radice – ancora largamente interrata – del lavoro registico di Varda. Prima di divenire una dei protagonisti della Nouvelle Vague, Agnès ritraeva, per strada o contro vecchi muri scrostati, Jean Vilar e i suoi bambini, la scultrice Valentine Schlegel, e tanti altri amici e conoscenti: Calder, Brassaï, Fellini… Circostanza forse più rivelatrice, immortalava alcune “drôles de gueules” – buffi visi composti da sedie sfasciate. È da questa attività fotografica, intrapresa quasi casualmente dopo aver abbondonato gli studi all’École du Louvre, che sarebbe poi sgorgata, per amore delle parole, quella cinematografica. Come infatti Varda stessa scriverà:
La fotografia mi sembrava troppo muta. Era un po’: “Sii bella e taci”. Belle foto, belle inquadrature. Tutto ciò sapeva già di vecchio. Da sempre amavo le parole. Senza dubbio ho pensato (ed era stupido, dico ora) che immagini mute più parole dette a voce alta, volesse dire cinema (2023, pp. 38-39).
Per quanto più tardi giudicato ingenuo, questo pensiero (applicato alla lettera nello splendido Salut les cubains del 1963, documentario concepito come un montaggio di oltre 1500 fotografie) sembra invece gettare luce su molta della produzione di Varda: non solo il primissimo La Pointe Courte (1955), ma anche i lavori successivi, dove l’insistenza sui visi dei personaggi tradisce l’antica predilezione per il genere del ritratto.
Più in generale, la mostra consente di riscoprire alcuni dei centri di gravitazione più persistenti dell’opera audiovisiva di Varda. In quest’ultima, infatti, gli scorci di Parigi e in particolare del V e del XIV arrondissment ritornano e si rincorrono come un’eco – tra film, documentari, e cortometraggi –, rivelando come l’immaginario della regista, pur essendosi sviluppato nel tempo nelle direzioni più disparate, si sia orientato, spontaneamente, verso alcuni punti fermi. Non solo la vita dei quartieri popolari, che scorre lenta con i suoi mercati, bar, e protagonisti qualunque (negozianti, flâneurs, cariatidi e leoni di bronzo), ma l’irruzione in essa di un elemento magico o un poco minatorio:
Cosa evocava per me Parigi? Una paura diffusa della grande città e dei suoi pericoli, di perdervisi sola e incompresa, vale a dire spintonata. Pensieri da provinciale, certo, e legati a delle letture. Mi ricordavo di quest’uomo un po’ deforme, un po’ disfatto, che scende per Boulevard Saint-Michel in un libro di Rilke, vedevo dei vecchi e dei solitari per strada, vedevo dei saltimbanchi compiere gesti strani (bucarsi le braccia, inghiottire ranocchie) (ivi, p. 48).
Così le inquietanti fotografie dei ragazzini mascherati al Jardin de Luxembourg per il martedì grasso ci proiettano già verso lo sperimentale L’Opéra Mouffe (1958), in cui quelle stesse presenze si trasformano in spiritelli infantili capaci di alludere, coi loro volti coperti, alla prossimità misteriosa sottesa ad ogni gravidanza. E il servizio realizzato per la rivista “Réalités” nel 1955, in cui Varda cattura gli sguardi sorpresi e infastiditi degli adulti di fronte alla nipotina travestita da angioletto, richiama sotterraneamente il modo in cui Cléo, vagando per Montparnasse e rue de Rivoli, attirerà la curiosità e la disapprovazione dei passanti.
Come rivelano queste immagini giovanili, il soprannaturale prediletto da Varda è da sempre, insieme, tenero e respingente, goffo e poetico, posticcio e assolutamente naturale. I suoi custodi non sono solo i fachiri e gli illusionisti di strada, ma le donne che camminano sole, i glaneurs e le glaneuses che raccolgono ciò che dagli altri è scartato, le pastore che decidono di non tagliare le corna alle capre. Perché l’ultimo e più insidioso incantesimo da spezzare è proprio il disincanto, che impedisce di vedere i misteri più grandi: quelli profani e del tutto ordinari.
In Varda, insomma, l’immaginazione, perseverando nel suo lieto smarrimento, finisce sempre per tornare alla realtà. È qui, infatti, che nasce e si costituisce, strappata al sognatore la sua solitudine, la possibilità di un sogno più grande, condotto, per così dire, ad occhi aperti – con e per gli altri.
La mostra si apre e si chiude con alcuni autoritratti e ritratti di Varda: quelli giovanili, in cui Agnès compare ora vestita da uomo ora con un trucco che ne accentua volontariamente le spigolosità del viso, e uno dell’estrema maturità, in cui la regista figura col suo tipico taglio di capelli bicolore, gli occhiali scuri e un’eccentrica pelliccia rossa. Essi sembrano ricordarci che, per Varda, anche il gesto con cui si assume un’identità va compiuto lievemente: l’io è una maschera che non schiaccia solamente chi è disposto a indossarla per gioco.
Le Paris d’Agnès Varda, de-ci, de là, a cura di Anne de Mondenard, Musée Carnavalet, Parigi, 9 aprile 2025 – 24 agosto 2025.