Un’istantanea autobiografica della storia

di OLIMPIA AFFUSO 

La memoria dell’11 settembre.

The falling man, Richard Drew

The Falling Man (Drew, 2001)

Ero in terrazza, ero appena rientrata dalla spiaggia, in una di quelle mattine di settembre in cui il caldo invoglia a tornare ancora qualche volta al mare. E ricevetti una telefonata: “Un aereo ha appena colpito una delle Twin Towers, a New York. Non si capisce cosa stia succedendo, sembrerebbe un attentato”. Corro a vedere la televisione. E vedo in diretta l’areo che colpisce la seconda torre.

Lo scarto di tempo che intercorre tra i due schianti rappresenta la cifra del più incredibile attacco terroristico della storia contemporanea. È lo scarto in cui si è realizzata quella sorta di aggancio che, consentendo la più ampia copertura mediatica globale al crollo dei due grattacieli, ha colpito ai massimi livelli l’immaginario collettivo. In quei pochi minuti, si sono inscritte, indelebilmente, nella memoria di ogni spettatore, in tutto il mondo, una serie di immagini da film di fantascienza: grattacieli smembrati da macchine volanti che crollano, fiamme e fumo, corpi in aria, superstiti attoniti e coperti di cenere, terrore, morte.

La memoria dell’11 settembre 2001, a riattraversarla oggi, è quel che resta di un impasto tutto interno all’immaginario mediale del terrore, che era lì anche prima dell’evento e che si è offerto come un grande bacino di metafore, figure, idee, spiegazioni da mettere all’opera per decodificare l’evento stesso. In qualche modo certa letteratura e certa filmografia ci avevano già dato delle surreali coordinate per dare un allucinato senso a quanto stava accadendo. Da quel bacino, fino ai tentativi dei governi di spiegare l’attentato e agire in risposta a esso, tutto si è giocato in un processo di “riaccentuazione” di significati performati e perfomanti. Così, il primo attacco al cuore dell’America in quei giorni e in quei mesi andava e veniva nelle nostre case come un film già visto, fin quasi previsto, nonostante il suo fenomenico apparire quale fatto inedito e imprevedibile.

Ma la memoria dell’11 settembre ha un’altra caratteristica saliente: si presenta come una memoria che mantiene invariati e vividi nel tempo, come in una fotografia, i dettagli del contesto biografico e soggettivo in cui si è appresa la notizia. Significa che, se qualcuno ci chiedesse se e cosa ricordiamo dell’11 settembre, probabilmente non inizieremmo il nostro racconto dalle immagini dell’attentato. Non ci concentreremmo sul suo significato storico. Ricorderemmo innanzitutto, e istintivamente, gli elementi della nostra biografia legati al momento nel quale siamo entrati in contatto con quelle immagini e con la loro portata sconvolgente, e insieme ricorderemmo la fonte da cui abbiamo appreso la notizia. Ognuno di noi ricorderebbe un contesto simile a quello della concitata telefonata da cui sono partita.

In questa modalità del ricordo si articola una memoria specifica che gli psicologi sociali hanno definito flashbulb memory, letteralmente “memoria al lampo di magnesio”. È caratterizzata dal fatto che i dettagli relativi al contesto di apprendimento dell’evento e alle sue fonti si fissano nella mente improvvisamente e per sempre. I primi studiosi che ne hanno evidenziato tratti e fattori sono stati Brown e Kulik che, nel 1977, hanno messo in evidenza come le persone ricordino tali dettagli con estrema vividezza, in virtù di un meccanismo di difesa di tipo biologico, definito now print!, in base al quale ciascuno li imprime come monito di una situazione di pericolo, da riconoscere anticipatamente nel caso si dovesse ripresentare. Una delle caratteristiche della memoria dell’attacco alle torri gemelle sta, dunque, in questa struttura del ricordo, che riguarda chiunque abbia assistito a quel momento percependolo come particolarmente significativo fin dal primo istante. Qualcosa che è stato ben colto da chi vi ha riflettuto a ridosso degli eventi.

Nella prefazione a Filosofia del terrore (2003), il suo libro-intervista a Jürgen Habermas e Jacques Derrida sull’11 settembre, Giovanna Borradori scrive: «Anche se, com’è naturale, il grado di coinvolgimento personale varia da caso a caso, ogni newyorkese ricorda con precisione cosa stesse facendo nel momento della notizia che due jet di linea, pieni di passeggeri e di carburante si erano schiantati contro i due grattaceli più alti di Manhattan» (Borradori 2003, p. VIII). Ed aggiunge: «Avvocati di Wall Street e tassisti pachistani, negozianti coreani e attori di Broadway, portieri e docenti universitari, tutti hanno una storia da raccontare. Persino i bambini, hanno la loro storia, di solito colorata dall’incredulità». Ma non solo i newyorkesi. È accaduto a tutti in tutto il mondo. Lo stesso Habermas racconta a Borradori, pochi mesi dopo l’attacco: «Ogni mio amico ricorda esattamente dove si trovava quella mattina poco dopo le nove». Così, ciascuno, dell’11 settembre, ha una storia da raccontare, anche i bambini, come scrive Borradori; o quantomeno chiunque vi abbia assistito, avendo raggiunto quell’età pubblica in cui si attiva l’attenzione per ciò che avviene intorno a sé e nel mondo.

Ma una memoria di questo tipo pone tuttavia alcuni problemi che riguardano l’elaborazione del senso storico dell’evento e la sua trasmissione intergenerazionale. Nel momento in cui l’evento si fissa nel ricordo della notizia, si consegna a un sistema di mediatizzazione e a un insieme di pratiche di ricezione differenziate, singolari, legate a preferenze molteplici. Certamente, la mediatizzazione consente la messa in comune di immagini e patrimoni semantici, per molti versi anche la condivisione di significati similmente elaborati attraverso la fruizione delle narrazioni che i media realizzano. Tuttavia quanto ne emerge non esprime quel nesso significativo fra il presente e il passato che si costruisce a partire dal riconoscimento di ciò che ereditiamo e dalla scelta di cosa portare con noi in futuro (Jedlowski 2020), che costituisce la memoria storica. Si tratta, piuttosto, di immagini che investono una collocazione storica che non è quella dell’avvenimento ma quella della propria biografia.

La mediatizzazione, consentendo e garantendo l’ampiezza dell’accesso ai contenuti, interferisce, inoltre, con il processo in base al quale il gruppo e la generazione che hanno assistito all’avvenimento si fanno carico di trasmetterlo a chi non c’era. Nutrendosi degli elementi soggettivi legati al contesto di apprendimento della notizia, questi ricordi tendono a perdere la relazione con la storia collettiva che li renderebbe oggetto di trasmissione tra le generazioni. La memoria di avvenimenti come l’11 settembre diventa memoria di una storia “singolare”, spettatoriale e spettacolare, che nel tempo avrà sempre meno a che vedere con quanto è accaduto e con le sue conseguenze e sempre più con il caleidoscopio di ricordi personali di chi era lì ad assistere al flusso di notizie in diretta.

L’avvenimento è stato visto da tutti, ma è come se conservarne la memoria non riguardasse alcuno, non fosse una questione di cui farsi carico, salvo ricordare di essere stati lì al momento del suo verificarsi. Come se avere i piedi nella storia coincidesse con l’esserne stato uno spettatore, libero da ogni mandato testimoniale. La mediatizzazione indebolisce, così, la capacità degli individui di conservare e trasmettere consapevolmente e collettivamente la storia di avvenimenti, persone o oggetti che appartengono al proprio passato, a quel passato che ha preceduto la vita di chi non c’era al momento del loro accadere (Jedlowski 2020). La disponibilità mediale dell’evento, il suo tradursi in immagini indelebili, indebolisce l’orientamento dei soggetti a collocarsi in un tempo storico connotato da vicende che trascendano la loro singolarità.

Cosa resta, allora, dell’11 settembre in una generazione che non ne è stata spettatrice? Quel poco che si è inscritto nella cultura visiva e mediale. La memoria dell’11 settembre si staglia dal contesto storico in cui l’attentato è stato realizzato, dalle condizioni che lo hanno effettuato, da quanto ne è derivato in termini geopolitici, per divenire memoria di un istante “inebriante” di spettatorialità. Una memoria difficilmente condivisibile per chi non fosse lì, in quei minuti di realtà in mondovisione. Ma che pur sopravvive, ogni volta che un film vi faccia riferimento, uno “speciale” lo ricordi, una serie ne immortali sullo sfondo suggestive immagini di una nuova vita newyorkese.

Molto forte, incredibilmente vicino

Molto forte, incredibilmente vicino (Daldry, 2012)

Riferimenti bibliografici
G. Borradori, Filosofia del terrore. Dialoghi con Jürgen Habermas e Jacques Derrida, Laterza, Roma-Bari 2003.
R. Brown, J. Kulik, Flashbulb memories, in “Cognition”5, 1977.
P. Jedlowski, Memoria storica, in Enciclopedia Italiana di Lettere, Scienze e Arti, X Appendice, vol. II, Istituto della Enciclopedia Italiana Giovanni Treccani, Roma 2021. 

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