È da poco stato pubblicato dalla nuova collana Archeologia del Presente un volume interessante, la prima monografia di Adriana Baldini, frutto di una rielaborazione di una tesi di laurea in filosofia, dal titolo paradigmatico La macchina genitale (Edizioni Efesto 2025).
La collana Archeologia del Presente più che essere una mera proposta editoriale, che pure offre una residenza a giovani ricercatori e ricercatrici che non trovano spazio nel grande mercato, sempre più colmo di ricette e pseudo-soluzioni ma privo di domande sensate, è anzitutto un gruppo di studio che si confronta costantemente sui dispositivi di sapere-potere che governano le società contemporanee. Si tratta di sperimentare pratiche di liberazione e resistenza per essere nel mondo pur non essendo del mondo, recuperando l’insegnamento dei cinici, degli anacoreti, dei padri del deserto, degli esuli. Un gruppo che, visto i tempi è giusto precisarlo, nasce da una relazione di amicizia sia nei confronti degli autori e delle autrici con cui esso si confronta, sia tra i singoli membri che lo compongono, insomma, parafrasando quanto detto da Giorgio Agamben in un libro recente, un gruppo in cui è possibile sentire la frase: “Io ti sono amico”. Un gruppo che, nonostante le sporcizie, le storpiature, i neofascismi, la barbarie delle università, i fallimenti e le delusioni, ha deciso di sedersi nuovamente attorno a un fuoco per continuare a fare ciò che ha sempre fatto.
In dialogo con la deriva transpecifica che certe tendenze femministe hanno assunto nelle ultime decadi, il breve saggio di Adriana Baldini offre anzitutto un dispositivo critico-metodologico, quello della «macchina genitale», attraverso cui rileggere le articolazioni fra capitale e genere vedendo l’uno come la faccia speculare dell’altro in un processo di continua ridefinizione e riattualizzazione dei dispositivi governamentali. Come afferma l’autrice nelle battute iniziali: «Genere e capitale creano una “macchina genitale” attraverso cui vengono costruite le categorie che, di volta in volta, definiranno aprioristicamente le funzioni dell’essere umano nella società a partire da automatismi biologici, sessuali, politici e sociali» (2025, p. 8), e «proprio in quanto categorie presuppostali, inscrivono fattualmente la vita all’interno dei processi di appropriazione delle dinamiche biopolitiche» (ivi, p. 36).
Il testo, a partire da una rilettura del capitale nel pensiero marxista e di una analisi del genere nei saggi di Simone de Beauvoir, prova a mostrare la loro intrinseca collaborazione: se «il capitalista ha fatto sì che l’operaio diventasse alieno a sé stesso in fabbrica, l’operaio ha permesso che la donna diventasse aliena alla società e di fatto ha alimentato l’emarginazione della figura femminile nei contesti domestici» (ivi, p. 40). La differenza sostanziale tra le due lotte, quella degli operai e quella delle femministe, risiede nel fatto che mentre i primi devono disancorarsi dal capitale, le seconde devono neutralizzare tanto il capitali quanto le pressioni e le violenze eteronormate che i mariti perpetrano a loro discapito. Ecco perché, come afferma l’autrice riprendendo un motto divenuto celebre negli ultimi anni, se non finisce il patriarcato non può finire il capitalismo. Il capitalismo agisce sul corpo e crea una macchina “genitale” nel momento in cui il capitale trasforma il corpo in un sistema da comandare e strumentalizza il genere per creare dinamiche che rinchiudono la persona in un’identità cristallizzata (ivi, p. 54).
È qui interessante notare il termine utilizzato dall’autrice: “cristallizzare”. Il genere, seguendo la traiettoria tracciata da Baldini, nell’atto stesso di reclamare strategicamente un riconoscimento, rischierebbe di essere inglobato dagli stessi dispositivi contro cui dirige le sue critiche. Si tratta di qualcosa di molto simile a ciò che accade nella dialettica fra potere costituente e potere costituito. Il genere, e la sua espressione più vera, può soltanto darsi in quanto potere costituente, il quale, però, nel momento in cui si tramuta in un potere costituito e pertanto riconosciuto e legittimato da quegli stessi apparati che ne hanno neutralizzato la potenza, finisce per esporre la sua propria maschera. Non è reclamando un certo riconoscimento che il problema si risolve, tale procedura, come ha dimostrato Giorgio Agamben, non fa altro che risolversi in un provvedimento temporaneo al quale seguirà una nuova tendenza che reclamerà nuovi riconoscimenti in attesa che gli apparati statuali ne riconoscano la validità in un girone degli inferi infinito.
Che fare? L’autrice fornisce alcuni esempi che lasciano intravedere alcune vie di fuga. Sicuramente fondamentale è la funzione del corpo-senza-organi artaudiano e deleuziano, un corpo che non cede all’organizzazione, che smette di autoregimentarsi e di essere funzionale a scopi sessuali, sociali e politici che, come abbiamo detto, sono gli stessi imposti surrettiziamente e subdolamente dalle macchine biopolitiche che oggi, con i nuovi autoritarismi, trovano terreno fertile in cui riprodursi come le teste dell’Idra. Insomma, un corpo che la fa finita con il giudizio di Dio, come auspicava Artaud, e con quello dei suoi falsi funzionari mondani che indossano la maschera teologica solo per continuare lo sporco gioco dei lupi travestiti da agnelli. Una linea di fuga, questa, che incrocia il divenire impercettibile di Braidotti, il pensiero di Butler e quello di Nancy per approdare in una terra in cui, questo è l’auspicio, «disarticolare i poli di questa macchina è in nostro potere e nelle nostre capacità» (ivi, p. 55). Oggi più che mai, costi quel che costi.
Adriana Baldini, La macchina genitale, Efesto, Roma 2025.