L’anitra selvatica di Ibsen è del 1884, Il gabbiano di Cechov del 1895: in gioco in entrambi i drammi c’è il valore simbolico dell’uccello, intorno al quale si viene a raccogliere la dispersività inquieta del testo di Cechov, o la durezza senza via d’uscita, dove la ferocia è frutto di debolezza, del testo di Ibsen.
Se in Cechov l’inquietudine esistenziale deriva da aspirazioni individuali mal fondate, rivalità immaginarie, senso di una vita votata all’irrealizzabilità e insoddisfazione, e il soggetto misura il fallimento di ogni illusione con un sentimento malinconico che sopravviene, e che può finire con la morte stessa (il suicidio di Treplev); ne L’anitra selvatica, il soggetto è definito dalla struttura familiare, che divide coloro che esercitano in modo cinico il potere, anche economico, come l’industriale Werle, e coloro che di questo potere sono succubi, in parte senza saperlo, come la famiglia Ekdal. È quello che fa emergere in una messa in scena significativa del testo di Ibsen di Tomas Ostermeier, vista al Teatro Argentina di Roma.
La struttura familiare diviene un dispositivo di potere, che utilizza l’altro, mascherando tale esercizio di sopraffazione. Werle aveva come amante la serva Gina, poi diventata moglie di Hjalmar Ekdal, figlio del vecchio socio di Werle, caduto in disgrazia per affari comuni mal condotti. Werle, rimasto illeso dai problemi societari, per compensare un senso di colpa aiuta gli Ekdal, e soprattutto Hjalmar. Lo sostiene nella formazione e nel lavoro (fotografo), nell’acquisto di una nuova casa, e favorisce il suo matrimonio con Gina, rimasta molto probabilmente incinta dello stesso Werle. Sostiene a distanza una intera famiglia e una intera vita.
Quando la “verità”, su cui insiste in forma ripetuta e fastidiosamente esaltata Gregor, emerge, esplode la catastrofe. Il passaggio dall’ignoranza alla conoscenza non determina alcun felice riconoscimento, alcun nuovo inizio, ma dissolve la quiete illusoria in cui Hjalmar, un personaggio inane la cui debolezza è pari solo alla presunzione, viveva. Quando ha il dubbio che la figlia Edvig non sia veramente sua, la allontana, disdegna la sua presenza, vuole andarsene da casa.
La verità rivelata di una dipendenza così radicale dall’altro smaschera le pretese ideali di una rivendicata ma ridicola autonomia (sei un “fallito”, gli dice la moglie), e a quel punto Hjalmar – come dice Claudio Magris – diventa quasi una caricatura: «Hjalmar Ekdal, lo sdegnoso intellettuale di misera condizione sociale e di orgogliose ambizioni culturali, è la figura più ignobile uscita dalla penna di Ibsen. Egli è insieme una vittima, un profittatore, un prevaricatore e un ribelle: questa confusa mescolanza di ruoli antitetici fa di lui una maligna caricatura» (Magris 2006, p. XXI).
Edvig, che ama profondamente il padre, rimane sconvolta dal suo cambio di prospettiva e di sentimenti. Spinta da Gregor – anima bella e paladino di una verità che lo vede manipolatore tragico delle vite degli altri – a sacrificare l’anitra selvatica per il ripristino dell’equilibrio familiare, Edvig invece si spara nel “mondo a parte” (Ibsen 2023, p.269) della soffitta (in scena diventata una stanza con alberi), con la stessa pistola con cui poco prima Hjalmar aveva simulato di farlo.
Lo spettacolo di Ostermeier restituisce il mondo senza “fuori” ibseniano – dove l’unica via d’uscita sembra il suicidio – con forza e originalità, attraverso l’invenzione di un palcoscenico girevole, usato non solo per agevolare i cambi di scena, ma soprattutto per restituire il senso di un mondo che si tiene insieme girando su se stesso (a ritmo di musica rock), dove il sentimentalismo dei poveri, diviso tra patetismo e ridicolaggine, non è migliore del cinismo dei ricchi. E dove chi esercita il potere non è molto peggio di chi a quel potere di fatto è assoggettato, pur ritenendosi indipendente.
Una disomogeneità d’arredo identifica una scena calata in un contemporaneo non definito, un mondo ordinario segnato da un sentimento antiquario. In questo mondo, Hjalmar si muove in maniera agitata e convulsa, Gregor con passo e fare mellifluo, Werle con cinico pragmatismo, Gina con fare ordinario, sicura solo di essere migliore del marito, e poi Edvig con movimenti e sguardi dolci e smarriti allo stesso tempo, il cui amore per il padre e per la vita si fa disperato non trovando corrispondenza. Personaggi interpretati in scena da attori di grande qualità.
Nessuno uccello sarà sacrificato, ma ci sarà solo il doloroso sacrificio di Edwig, che ricompatterà mostruosamente il resto della famiglia (finale espunto dallo spettacolo), che farà dire al medico, sopraggiunto per constatare la morte della ragazza, riferendosi a Hjalmar: «Fra tre mesi la piccola Edvig non sarà altro per lui che un bel tema per declamazioni» (Ibsen 2023, p. 327).
Riferimenti bibliografici
H. Ibsen, L’anitra selvatica, Garzanti, Milano, 2023.
C. Magris, Introduzione a H. Ibsen, Spettri/Un nemico del popolo/L’anitra selvatica/Rosmersholm, Garzanti, Milano, 2023.
L’anitra selvatica. Testo: Henrik Ibsen. Regia: Thomas Ostermeier; scenografia: Magda Willi; costumi: Vanessa Sampaio Borgmann; musiche: Sylvain Jacques; luci: Erich Schneider; drammaturgia: Maja Zade; produzione: Schaubühne Berlin; coproduzione: Festival d’Avignone, Teatro di Roma – Teatro Nazionale.
Foto: THE WILD DUCK, Thomas Ostermeier, 2025 © Schaubühne.