«Poe, Conrad e Melville valgono per la mente tragica, infinitamente più di tanti trattati di scienza politica»: così Roberto Esposito in uno dei paragrafi più belli, “La mente tragica”, del saggio Geopolitica e metafisica – che insieme a Il mito del globo di Massimo Cacciari compone un volume significativo come Kaos, appena uscito per Il mulino.
Il saggio di Esposito, rileggendo pensatori del realismo politico americano, porta ad esplicitezza quello che sembra essere il cuore dell’intero libro, cioè l’idea che se «la politica resta il dominio delle passioni e della volontà di potenza» (2026, p. 97), se è dominata dall’animus dominandi di Agostino, allora per comprenderla, per comprendere passioni e desiderio di potere, serve la conoscenza delle grandi forme di “fabulazione” dell’umano, per dirla con l’ultimo Bergson. Queste ultime vanno dalla forma tragica – dagli Antichi fino almeno a Shakespeare (e non è un caso che Schmitt, uno degli autori più citati nel libro, dedica uno studio all’Amleto) –, ad una “Mythologica”, che diventa, per Cacciari, l’orizzonte di comprensione dell’organizzazione stessa dello spazio, che passa dal “luogo” alla “contrada” alla sua espansione fino alla illimitatezza dello Spazio: «Il luogo “sta” nella contrada, ma la contrada si staglia contra lo spazio cosmico, Weltraum» (ivi, p. 17). Ciò trova riscontro nell’opposizione-passaggio Terra-Mare che giunge fino all’Aria, «su cui nessun confine può valere e che appare allora, più che Weltraum, Spazio cosmico» (ivi, p. 31)
Se nel saggio di Cacciari lo spazio diventa allora la categoria attraverso cui pensare l’effettività dell’esercizio del potere, perché di fatto lo Stato è «quel luogo che vuole generare da sé stesso lo spazio» (ivi, p. 21), Roberto Esposito individua nell’«l’incombenza del chaos» (ivi, p. 57) il presupposto istitutivo della geopolitica, che differisce dalla politica, che presuppone invece «la priorità dell’ordine» (ibidem). Dopo aver sottolineato il ruolo importante dello Spatial Turn e della dimensione geografica nella scena e nel pensiero politici, Roberto Esposito giunge ad affermare senza mezzi termini che questa dimensione spaziale in assenza di quella temporale permette di spiegare poco o nulla. Soltanto proiettando sull’asse geografico una prospettiva “psico-antropologica”, quindi temporale e storica, possiamo comprendere ciò che accade e portare a leggibilità il presente: «Come il tempo non esclude l’incidenza dello spazio, così questo è soggetto al mutamento temporale. […] Se la storia senza geografia sfuma nella semplice geografia, la geografia senza storia è un foglio senza spessore» (ivi, p. 86).
La storia non ha nulla di razionale né porta con sé alcuna vera logica. Parlare di storicità significa in primo luogo parlare di temporalità, cioè della condizione radicalmente temporale e limitata, e dunque tragica, dell’uomo. È da qui che bisogna partire. Non invece, come spesso accade, dalla proiezione di logiche causali o di schemi ideologici sulle vicende umane.
La pretesa controllabilità dell’umano attraverso la prassi politica, la discorsività storica e ideologica, o addirittura l’individuazione di leggi è destinata al fallimento. Nella parte seconda dell’Epilogo di Guerra e pace, Tolstoj è poeticamente esplicito su questo, quando afferma che se il fondamento della storia è nel libero arbitrio degli uomini, «le è impossibile formulare delle leggi, giacché per quanto limitiamo la libertà degli uomini, non appena l’abbiamo riconosciuta come una forza sottratta alle leggi, l’esistenza di una legge diventa impossibile» (2018, p. 802).
Solo riconoscendo fino in fondo l’angoscia come esistenziale fondamentale dell’uomo, che contrassegna la sua libertà, e la sua condizione tragica, possiamo attenuare l’impatto delle “tragedie della storia”. Esposito cita Morgenthau – famoso politologo americano – e il suo Sul senso della scienza nella nostra epoca e la missione dell’essere umano (1934): «Riconoscendo l’angoscia esistenziale come suo destino, l’essere umano guadagna proprio quella forza che gli permette di essere all’altezza del destino» (cit. in Cacciari, Esposito 2026, p. 101).
Se il motore interno della politica e della storia è quella dimensione psico-sociale inscindibile dal sentimento angoscioso e inestirpabile della condizione tragica dell’umano, allora l’iniziativa politica deve tener conto di questo, riconoscendo il “limite” della sua azione e l’impossibilità di assurgere ad una ideale virtuosità morale: «Non potendo escludere il male, il politico è costretto – afferma Esposito – a negoziare con esso per trattenerlo entro certi confini. Non può mai scegliere tra Male e Bene, ma solo tra male maggiore e male minore» (ivi, p. 105).
Tale consapevolezza deve restituire un limite e una misura all’azione politica, un containment, che ne può determinare anche la sua efficacia, il suo realismo. Per questo come non può esserci «politicizzazione del sacro» non deve neanche esserci «sacralizzazione del politico» (ivi, p. 97).
In questo senso, la tradizione del realismo politico americano può costituire un esempio per pensare oggi l’azione politica, sottraendola a ogni idealizzazione, pretesa virtuosa e mero abuso di potere. Qui è Reinhold Neibhur ad illuminare il pericolo dell’idealizzazione: «Our idealists are divided between those who would renounce the responsabilities of power for the sake of preserving the purity of our soul and those who are ready to cover every ambiguity of good and evil in our actions by the frantic insistence that any measure taken in a good cause must be unequivocally virtuous» (2008, p. 5).
Tale realismo, la cui linea Esposito ricostruisce con efficacia, sintetizzandola nell’idea di «assunzione di precisi limiti all’azione umana» (2026, p. 95), è distante da ogni scetticismo, anzi apre proprio una “trascendenza”, come ciò che pur non accadendo di fatto, potrebbe accadere. Questa possibilità inattuata costituisce comunque un orizzonte (anche se consapevolmente irraggiungibile) al compiersi delle azioni.
Esposito, dunque, sembra prospettare – e a ragione – nel “realismo” una possibile direzione per uscire dalla tragedia del presente, che parta proprio dal riconoscimento della “condizione tragica” dell’uomo, di cui già gli Antichi erano ben consapevoli. L’inesorabile carattere sovrastante della forza – che Simone Weil ritrovava nell’Iliade – può essere contrastato non contrapponendogli una forza contraria, determinando così un sommarsi di forze catastrofiche, ma ponendo realisticamente un limite alla forza e al suo abuso.
E allora forse dobbiamo fare ancora un passo in avanti, ed interrogarci su cosa realisticamente sia possibile fare oggi per immaginare una possibile pace, o anche solo un armistizio duraturo. Ancora gli Antichi ci possono guidare, quando per esempio ad Atene, dopo la cacciata dei Trenta “tiranni”, gli ateniesi nel 403 giurano di «non rievocare i mali del passato» (su questo cfr. il magnifico testo di Nicole Loraux, 2025). Ciò non significa dimenticare, ma incorporare il ricordo della guerra civile, dell’evento lacerante, nell’“amnistia”, cioè in un perdono che non è cancellazione del “fatto” ma liberazione dal vincolo tragico con esso, con un passato che perennemente aspirerebbe rendendo impossibile vivere. Tale perdono prende la forma dell’oblio. Per la pace, l’oblio è più importante della memoria. Alimentare la memoria significa spesso tener viva la ragione della frattura e l’esercizio di un potere: quello delle vittime o quello dei vincitori. In entrambi i casi, tale potere diventa un ostacolo insuperabile alla pacificazione.
Il passo da fare oggi – e proprio da sinistra – sarebbe trovare le condizioni per una pacificazione, per un sano realismo politico, che sospenda la pretesa di una parte di aver ragione sempre e a tutti i costi, sul presente e sul passato, continuando a generare lacerazioni e morti, alimentando con la memoria i fantasmi di una storia di vittimizzazione per meglio usarli nell’esercizio del potere presente. Per limitarci alla situazione tra Israele e Palestina, tale situazione alimenta nell’opinione pubblica occidentale sentimenti e ragionamenti polarizzati tra “giorno della memoria” e Nakba, “antisemitismo” e “genocidio in atto”. Tale polarizzazione, costruita usando il passato e la sua memoria per dimostrare di avere ragione, e di incarnare una posizione assolutamente e moralmente giusta, salverà forse le nostre coscienze ma non risparmierà violenza e morte che non avranno fine.
Riferimenti bibliografici
N. Loraux, La città divisa. L’oblio nella memoria di Atene, Neri Pozza, 2025
R. Niebuhr, The Irony of American History, University of Chicago Press, Chicago 2008.
L. Tolstoj, Guerra e pace, Einaudi, Torino 2018.
Massimo Cacciari, Roberto Esposito, Kaos, il Mulino, Bologna 2026.