Jessica Fletcher ha ucciso Sherlock Holmes?

di VALENTINA RE

Nostalgia e critica femminista nel commiato dalla signora del giallo.

La notizia della scomparsa di Angela Lansbury è stata accolta sui social media da ondate di affetto e nostalgia. Se certamente non sono mancate le puntuali rievocazioni di una carriera imponente, brillante e versatile (si veda a titolo di esempio The Guardian), l’Italia dei social si è raccolta in particolare intorno alle immagini di Eglantine Price in Pomi d’ottone e manici di scopa (R. Stevenson, 1971) e, soprattutto, di Jessica Fletcher, vedova del Maine, insegnante di inglese in pensione divenuta scrittrice di successo di romanzi gialli e talentuosa detective amatoriale suo malgrado.

Gli innumerevoli post testimoniano un affetto sincero e malinconico per la protagonista di La signora in giallo (Murder, She Wrote, 1984-1996), dodici stagioni, trasmessa regolarmente in Italia dal 1988 al 1997, e poi regolarmente replicata in palinsesto fino ad oggi. Gli innumerevoli post, potremmo dire, relegano o, più precisamente, custodiscono Jessica Fletcher, Cabot Cove (la cittadina immaginaria in cui la serie è ambientata) e La signora in giallo in un passato rassicurante di pranzi appena tornati da scuola, spesso a casa dei nonni. Cabot Cove e La signora in giallo diventano anzi, essi stessi, luogo di regressione infantile, rifugio consolante e confortante in compagnia di una nonna e di un’amica.

Quest’ondata di commozione non è solo questione di nostalgia, e dice molto altro. Ci parla, per esempio, della forza e del radicamento sociale e culturale di una televisione lineare, del palinsesto, raccordata sui tempi della vita quotidiana, e che anzi scandisce, accompagna e caratterizza questi tempi. Ci parla delle sedimentazioni sentimentali della lunga serialità, e delle reti di rapporti rassicuranti e familiari che gli ecosistemi narrativi sanno costruire. Ci parla, infine, della solidità narrativa e della capacità di coinvolgimento (intellettuale ma anche emotivo) di uno dei modelli più tradizionali della crime fiction, quello del “whodunit” (“Who [has] done it?”, il classico giallo ad enigma), e della forza (anche commerciale) del modello seriale episodico del “mystery of the week”, modello ormai praticamente scomparso (o che sopravvive solo in forme radicalmente ibridate) nella complex tv.

Una volta che siano stati riconosciuti questi aspetti nella commossa e appassionata ricezione che ha ricordato e omaggiato La signora del giallo, diventa però interessante andare a verificare se la chiave della nostalgia ha narcotizzato alcune altre caratteristiche della serie e della sua protagonista, che possono essere “sottratte” al passato accogliente dei ricordi e ricollocate in una prospettiva che allarghi lo sguardo al poliziesco televisivo degli anni Ottanta e percorra il successo duraturo del genere crime fino all’epoca contemporanea.

Se prendiamo come riferimento “simbolico” la prima stagione della serie danese Forbrydelsen (2007-2012), le produzioni televisive degli ultimi quindici anni ci hanno progressivamente abituati a un rinnovato protagonismo femminile nel genere che, sotto la spinta del prestigio internazionale delle detective del Nordic Noir (prime fra tutte Sarah Lund e Saga Norén di Bron/Broen) ha preso forma e si è consolidato anche nella televisione italiana, almeno dal 2015 (Non uccidere, 2015-2018) in poi. Le nuove protagoniste del crime italiano, nelle loro differenze, hanno avuto sicuramente il merito non solo di rinnovare la rappresentazione femminile, mostrando per esempio i cambiamenti nei comportamenti sessuali e nella divisione dei ruoli in famiglia, così come gli avanzamenti e i residui pregiudiziali negli ambienti di lavoro, ma anche di far vedere, per differenza, le trasformazioni nelle identità maschili, attraverso i personaggi con cui le protagoniste interagiscono.

Questo rinnovato protagonismo ha avuto peraltro luogo in un più ampio contesto sociale e culturale che ha visto radicali mutamenti nella sensibilità rispetto al contrasto agli stereotipi nella rappresentazione di genere e al valore di narrazioni capaci di includere gruppi tradizionalmente sottorappresentati – per esempio per età, orientamento sessuale, razza ed etnia. Colpisce dunque che, nel commiato dalla nostra amata Jessica Fletcher, oltre alla distanza della nostalgia non ci sia spazio anche per una distanza “critica”, che storicizzi il personaggio e lo posizioni in un percorso di più ampio respiro, pur senza rinnegare quell’affetto che al personaggio ci lega.

In effetti, se guardiamo alla tradizione di studi femministi che negli anni ha evidenziato l’importanza della rappresentazione delle detective femminili nella cultura popolare per comprendere i mutamenti più generali del ruolo sociale della donna, troviamo ben poca tenerezza per Jessica Fletcher, e decisamente nessuna nostalgia.

Se a serie come New York New York (1982-1987), di cui si sottolinea per esempio la rilevante presenza femminile in ruoli creativi e produttivi, nonché il coraggio di ritrarre due donne poliziotto sulla quarantina («non tradizionali oggetti del desiderio televisivo com’erano le Charlie’s Angels», scrive Lisa Dresner), oppure come Mai dire sì (1982-1987), che secondo Sue Turnbull associa a una consapevolezza postmoderna delle regole del genere crime una forte attenzione ai dibattiti coevi sui gender roles, vengono riconosciuti elementi di innovazione, La signora in giallo viene perlopiù aspramente criticata (se non addirittura omessa, come nel caso di Turnbull).

Quello che qui vogliamo provare a fare, invece, è mettere in evidenza la produttività delle ambivalenze e “imperfezioni” che caratterizzano il personaggio di Jessica Fletcher. Nelle dure pagine che dedica alla serie, Dresner si chiede:

Qualcuno potrebbe suggerire che la messa in onda di La signora in giallo dopo il seguitissimo programma 60 Minutes abbia praticamente garantito un’audience alla serie. Se questo fosse vero, però, che cosa ha reso facile, per il pubblico più anziano e in gran parte maschile di 60 Minutes, identificarsi con Jessica?

Delle motivazioni fornite da Dresner, ne vogliamo qui discutere un paio.

In primo luogo, sostiene Dresner, «Jessica è codificata come non-femminile per il fatto che non corrisponde alla descrizione del tipico oggetto del desiderio maschile, né esprime alcun desiderio sessuale. È una donna vedova in post-menopausa, sebbene abbia diversi amici intimi di sesso maschile e qualche ammiratore occasionale leggermente civettuolo. […] Inoltre, sostiene la bandiera del patriarcato con la sua indiscutibile devozione alla memoria del marito defunto, Frank». A una prima analisi, Jessica sembrerebbe confermare la rappresentazione stereotipata della donna investigatrice e in particolare la figura dell’anziana zitella, topos tra i più consolidati insieme a quelli della giovane donna ingenua e della casalinga annoiata – e sono certo noti i molteplici legami con la Miss Marple di Agatha Christie.

Nella variante della vedovanza, lo stereotipo dell’investigatrice anziana ne conferma un altro, ovvero quello dell’incompatibilità tra professione investigativa e realizzazione personale, che per una donna si è storicamente misurato in rapporto all’(in)abilità di incarnare i ruoli (socialmente prescritti ma percepiti come “naturali”) di moglie e madre – e in effetti, Jessica non è più moglie e non è mai stata madre. Come ci ricorda Philippa Gates:

La donna detective ha lottato per essere sia una detective di successo che una donna di successo. Alla donna detective non è mai stato permesso di fondere efficacemente i due ruoli di donna e di detective. Le uniche che sembrano aver evitato questo dilemma sono quelle troppo vecchie (Miss Marple o Jessica Fletcher) o troppo giovani (Nancy Drew) per le relazioni sentimentali.

Troppo vecchia per una relazione sentimentale? Angela Lansbury non ha ancora compiuto 60 anni quando la prima stagione va in onda. In relazione ai processi di aging, l’episodio pilota (ironicamente intitolato The Murder of Sherlock Holmes) sembra voler mettere in chiaro due cose: no, Jessica non è “troppo vecchia”, come ben dimostrano (nella sigla ma anche nell’incipit dell’episodio) le variegate attività fisiche che la vedono allegramente impegnata mentre corre in abbigliamento sportivo, va in bicicletta, o pulisce le grandi vetrate della sua bella casa arrampicata in cima a una scala; ma sì, Jessica è “troppo vecchia” per una relazione sentimentale, come sancisce l’epilogo dell’episodio, che riconosce colpevole (seppur un colpevole a sua volta vittima) l’uomo per cui aveva cominciato a nutrire un interesse amoroso – “I could always come as Lady Godiva”, gli risponde maliziosa quando lui la invita senza preavviso a una festa in maschera.

Si potrebbe obiettare che il successo di Jessica Fletcher non vada misurato sul versante personale ma su quello professionale, che la vede affermarsi come scrittrice di romanzi gialli (grazie all’iniziativa del nipote, certo). E tuttavia, va pur sempre ricordato che è sulla professione investigativa che la serie concentra l’attenzione, e che da questo punto di vista Jessica rimane, come molti altri personaggi femminili (da Laura Storm ad Alice Allevi, per restare in Italia), una detective amatoriale. «Fino agli anni Novanta», spiega Kathleen Klein, «la maggior parte delle donne detective di Hollywood sono investigatrici dilettanti che indagano per interesse personale piuttosto che come in qualità di professioniste con una carriera. […] Alla dilettante sono concessi straordinari margini di errore, follia e fortuna nel risolvere un mistero. Non ha un cliente, non ha responsabilità e non si impegna nell’indagine come professione. I lettori non hanno alcuno standard con cui confrontarla».

La seconda ragione che permette a Dresner di motivare il successo di Jessica Fletcher presso un pubblico prevalentemente maschile e di età avanzata è la sua “impotenza” in un ambito all’epoca ancora preminentemente maschile: i trasporti.

Jessica, l’autrice consumata che controlla i destini di molti uomini, non usa mai un veicolo a motore. Anche se va in bicicletta e fa jogging, questi mezzi di trasporto poco tecnologici sono del tutto inadatti alla caccia ai criminali, quindi Jessica si riduce a prendere passaggi da altri (di solito uomini) quando vuole confermare un sospetto. Questa mancanza di indipendenza fa sì che Jessica non sia mai veramente sola quando riesce a strappare una confessione a un assassino, e quindi non sia mai l’unica responsabile della sua cattura.

Vedova di un paesino del Maine e scrittrice di talento e di successo; donna energica e sana e anziana zia che vive nella memoria del marito scomparso; investigatrice (amatoriale) intelligente e intraprendente ma inseparabile dalla convivialità bonaria di Cabot Cove… Come ricorda Dresner: «La donna detective è sempre imperfetta, non è mai una figura onnipotente». E sono queste imperfezioni che dobbiamo “salvaguardare” anche nella nostalgia, e su cui dobbiamo continuare a riflettere per capire che cosa sa raccontarci il giallo della condizione femminile nella società che abitiamo.

Riferimenti bibliografici
L. Dresner, The Female Investigator in Literature, Film and Popular Culture, Jefferson: McFarland, 2007.
P. Gates, Detecting Women: Gender and the Hollywood Detective Film, State University of New York Press, Albany: 2011.
J.H. Kim, a cura di, Murdering Miss Marple, McFarland, Jefferson 2012.
J.H. Klein, The Woman Detective: Gender & Genre, University of Illinois Press, Urbana and Chicago 1995.
S. Turnbull, Crime. Storia, miti e personaggi delle serie TV più popolari, Minimum Fax, Roma 2019.

Angela Lansbury, Londra 1925 – Los Angeles 2022. 

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