Le etichette di “Hollywood legend”, “attore gentile” e “sex symbol” – utilizzate nei numerosi epitaffi apparsi sul web in questi giorni – non possono riassumere adeguatamente l’immagine prismatica di Robert Redford, forse una delle figure più complesse e stratificate del celebrity system contemporaneo. Nel corso di oltre mezzo secolo di attività, riconosciuta con onorificenze prestigiose tra cui l’Oscar alla carriera (2002), la Presidential Medal of Freedom (2016) e l’inserimento della lista Time 100, l’ex fuorilegge di Butch Cassidy (Butch Cassidy and the Sundance Kid, G. Roy Hill, 1969) ha infatti incarnato un modello di divismo in cui l’immagine pubblica si intreccia costantemente – fuori e dentro lo schermo – con la costruzione di un discorso volto a evidenziare le crepe e soprattutto le zone d’ombra del sogno americano.
Gli inizi non sono facili. Fama e successo arrivano solo al termine di un apprendistato lungo e faticoso, fatto di studi (Accademia Americana di Arti Drammatiche) e formative esperienze televisive (Ai confini con la realtà, The Twilight zone, 1962). Le chiavi d’ingresso nell’industria hollywoodiana sono sostanzialmente due: la prestanza fisica, costruita anche attraverso la grande passione per lo sport, e una naturale fotogenia, esaltata – agli esordi – dai ruoli interpretati in Questa ragazza è di tutti (This Property is Condemned, S. Pollack, 1966) e A piedi nudi nel parco (Barefoot in the Park, G. Saks, 1967), che incasellano Redford nel tipo del golden boy romantico, educato e solare, dai tratti morali puliti come le linee del volto. La New Hollywood ha bisogno di nuovi corpi e il biondo ex studente del Pratt Institute incarna alla perfezione l’ideale maschile della middle class bianca: virile ma non duro, aitante ma non corpulento, leggero ma non superficiale.
Il salto di qualità (e di popolarità) avviene con Butch Cassidy, dove – nei panni del bandito Sundance Kid – Redford definisce non solo la propria mascolinità, arricchendola con i colori del villain, ma anche la propria cifra stilistica, contraddistinta da un perfetto equilibrio tra underacting e naturalismo. Penso, ad esempio, al lungo primo piano con cui l’attore – illuminato da una luce crepuscolare che rivela la nota nostalgica dell’operazione – sostiene la scena iniziale della partita a poker, offrendo alla cinepresa il grado zero di un’espressività tanto intensa quanto trattenuta.
Più che di parole, la recitazione di Redford si compone di silenzi, sguardi, posture. A differenza dei quasi coetanei Pacino, Nicholson e De Niro, che rappresentano il volto nevrotico della New Hollywood, il futuro Leone d’oro alla carriera costruisce i suoi personaggi attraverso un controllo minimalista, finalizzato a restituire sul piano performativo quell’insieme di significati simbolici che caratterizzano una star image sospesa tra azione e riflessione, tradizione e modernità, illusione e disincanto. Quando – per restare a Butch Cassidy – Butch (Paul Newman) lo invita a saltare da un dirupo per sfuggire alla cattura, Sundance Kid oppone un secco rifiuto, dichiarando in modo quasi scanzonato la propria paura di morire.
Negli anni ‘70 Il candidato (The Candidate, M. Ritchie, 1972), Come eravamo (The Way We Were, S. Pollack, 1973) e I tre giorni del Condor (Three Days of the Condor, S. Pollack, 1975) rafforzano quest’immagine lasciando trasparire, sotto la patina del carisma virile, una non velata critica all’America contemporanea (e alle sue istituzioni). Le maschere del politico naif, dello scrittore opportunista e dell’analista della CIA, indossate senza enfasi drammatica, riflettono infatti le ambiguità di una società tesa tra idealismo e cinismo nonché segnata dallo scandalo Watergate, narrato in Tutti gli uomini del presidente (All The President’s Men, A. Pakula, 1976) con un rigore e con una misura che rispecchiano perfettamente lo stile dell’attore. I panni di Bob Woodward, il coraggioso giornalista co-autore dell’inchiesta che portò alle dimissioni di Richard Nixon, consentono a Redford di smettere di essere soltanto una star per diventare il simbolo di un’America disposta a tutto pur di smascherare il marcio delle istituzioni; fu proprio il divo, infatti, a spingere Woodward a scrivere un libro sulle indagini condotte per il Washington Post, utilizzando poi la propria «bancabilità» (McDonald 2020) per conferire appeal e garanzia di qualità a quella che resta – assieme al successivo Brubaker (S. Rosenberg, 1980) – una delle più importanti opere di denuncia del cinema americano.
Non è forse un caso che quattro anni dopo, deluso dall’insuccesso di Il cavaliere elettrico (The Electric Horseman, S. Pollack, 1979), l’ex golden boy passi dietro la macchina da presa, per raccontare – con una sensibilità e una delicatezza conservate anche negli ultimi lavori – le cicatrici interiori di una famiglia alto-borghese segnata da un inconsolabile lutto. Gente comune (Ordinary people, 1980) segna l’inizio di una carriera autoriale contrassegnata, sotto il profilo stilistico, da una regia sostanzialmente classica, attenta alla linearità narrativa e alle dinamiche psicologiche insite nelle relazioni tra i personaggi. Quello del Redford regista è, nel complesso, uno sguardo profondamente umanista, marcato non solo dall’impegno civile, evidente nell’impietosa analisi del potere dei media (Leoni per agnelli, Lions for Lambs, 2007), ma anche da una riflessione profonda sul rapporto tra uomo e natura, filmata come un microcosmo incontaminato in grado di offrire una connessione con la dimensione spirituale dell’esistenza. Si veda ad esempio, nella prima parte di In mezzo scorre il fiume (River Runs Through it, 1992), l’ampio uso di dolly e carrellate aeree che accompagnano la corsa nei prati dei due fratelli, elementi di un paesaggio protagonista del racconto quanto i corpi che lo abitano.
Il paesaggio è un personaggio anche nel fortunato L’uomo che sussurrava ai cavalli (The Horse Whisperer, 1998), melodramma farcito di sentimento ma anche di una sincera attenzione all’altro grande amore di Redford dopo lo storytelling e la politica: l’ambiente. Inaugurato nel 1977 con la pubblicazione di The Outlaw Trail (una contro-narrazione del mito della frontiera che denuncia l’espansione verso il West), l’attivismo ecologista della star ha raggiunto presto una dimensione internazionale, come dimostra la collaborazione con il Natural Resources Defense Council (2013), volta a sollecitare l’amministrazione Obama sulla riduzione delle emissioni nocive.
Tra le manifestazioni più interessanti dell’impegno redfordiano spiccano però il sostegno alla Sea Shepherd Conservation Society e, soprattutto, la produzione della serie tv Ocean Warriors (2016, S1), esempio perfetto di ecocinema documentario (Rust, Monani, Cubitt 2012) capace di favorire la costruzione di un immaginario di resistenza ecologica. Resistenza, del resto, è una parola chiave nella parabola di questo divo engagé, che con la fondazione del Sundance Film Festival ha contribuito in maniera decisiva alla promozione del cinema indie, incoraggiando pratiche alternative di produzione e offrendo ai giovani emergenti uno spazio di resistenza culturale all’egemonia dell’impero hollywoodiano.
Decisamente più debole, e per questo forse ancora più seducente, è invece la resistenza che Redford ha offerto all’invecchiamento del proprio corpo, mostrato senza pudore nell’elegiaco The Old Man & the Gun (D. Lowery, 2018): più che un biopic, un film-testamento. Nell’impersonare Forrest Tucker, celebre rapinatore gentiluomo, l’ottuagenario performer riscrive infatti pose, sguardi e movenze degli outlaw interpretati in gioventù filtrandoli attraverso la lente della vulnerabilità, tanto fisica quanto emotiva. Sotto le infinite rughe, evidenziate da inquadrature ravvicinate nei duetti con Jewel (Sissy Spacek), affiora però il sorriso sereno di chi, come dice il suo personaggio, è in pace con sé stesso perché «sa esattamente dove dovrebbe essere».
Che cosa è stato, in conclusione, Robert Redford? Un’icona della maschilità bianca, un modello di underacting ma anche – e soprattutto – un punto di convergenza tra celebrità, autorialità e impegno civile: dove la fama non è solo capitale simbolico, ma anche responsabilità politica.
Riferimenti bibliografici
P. McDonald, Hollywood Stardom. Il commercio simbolico della fama nel cinema hollywoodiano, a cura di A. Minuz, CuePress, Imola 2020.
S. Rust, S. Monani, S. Cubitt, a cura di, Ecocinema Theory and Practice, Routledge, Londra 2012.
Charles Robert Redford Jr., detto Robert Redford, Santa Monica, 18 agosto 1936 – Sundance Mountain Resort, 16 settembre 2025.