C’è un cuore che batte sotto le immagini di Mission: Impossible, ed è il ritmo sincopato di Lalo Schifrin. La sua musica ha infatti definito, come poche altre, l’essenza del cinema di spionaggio, trasformando il commento musicale in un elemento strutturale della narrazione: il celebre tema in 5/4 non è solo un motivo orecchiabile, ma un dispositivo ritmico che organizza la percezione della suspense, suggerendo fin dalle prime battute un universo di complotti, inganni e tensioni latenti.
Eppure ridurre Schifrin a quel solo tema significherebbe ignorare la profondità di una carriera che ha reinventato i codici sonori di generi molto diversi tra loro. Già dalla collaborazione con Dizzy Gillespie, Schifrin mostrava come il jazz potesse diventare lingua condivisa tra mondi musicali e culturali differenti, e che il ritmo rappresentasse un fattore decisivo nello sviluppo del racconto, come si può evincere da questa sua dichiarazione: «La mia decisione fu presa riguardo all’esplorare le relazioni tra i diversi suoni tra loro, a penetrare la densità degli accordi e a indagare le possibilità delle combinazioni ritmiche. Cominciava a cristallizzarsi in me una ferma determinazione sul mio futuro nella musica. Non era un’ambizione, ma piuttosto un bisogno di imparare, scoprire ed espandere i miei orizzonti musicali» (Schifrin 2008, p. 15).
Schifrin, insieme a Henry Mancini, Quincy Jones, Dave Grusin e al primo Elmer Bernstein di L’uomo dal braccio d’oro (1955), ha rappresentato una svolta radicale nell’uso del jazz per il cinema, aprendo la strada a un linguaggio musicale fino ad allora distante dalle convenzioni hollywoodiane, dominate dal sinfonismo di autori come Max Steiner, Bernard Herrmann, Franz Waxman, Dimitri Tiomkin, Alfred Newman e Miklós Rózsa.
Ma oltre alla potenza ritmica, la scrittura orchestrale di Schifrin rivela un’eleganza spesso poco riconosciuta. Pensiamo, in particolare, a un certo uso degli archi, capace di esercitare una seduzione timbrica raffinata, di avvolgere la scena con la morbidezza di linee melodiche sospese, di creare atmosfere ambigue e, al contempo, affascinanti. Gli archi – così come gli ottoni – non sono mai ridotti a mero tappeto armonico, ma partecipano attivamente alla costruzione di una tensione, alternando momenti di lirismo a improvvise cesure.
Nel cinema, ha firmato alcune delle colonne sonore più potenti degli anni sessanta e settanta, tra cui Nick mano fredda (1967) di Stuart Rosenberg, dove fonde blues, jazz e un articolazione suggestiva della strumentazione per accentuare il senso di alienazione e ribellione del protagonista; Bullitt (1968) di Peter Yates, dove la sua musica diventa l’architettura invisibile che regge la celebre sequenza dell’inseguimento a San Francisco, un momento che ha riscritto le regole dell’action movie, con il contrabbasso e la batteria che amplificano la concitazione prima di lasciare spazio al rombo dei motori; Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! (1971) di Don Siegel dove esplora territori più oscuri e urbani, con un sound che mischia jazz, funk e sonorità spigolose, prefigurando l’estetica tesa e alienata del thriller metropolitano.
Come i migliori jazzisti, ha saputo scrivere per qualunque soggetto, comprese partiture sinfoniche complesse. Questa versatilità emerge in lavori come Che! (1969), Milady (1974), La notte dell’aquila (1976) o Il ponte di San Luis Rey (2004), dove affronta generi e atmosfere differenti, mantenendo sempre la capacità di modulare ritmo e orchestrazione quali imprescindibili vettori drammaturgici.
Schifrin, inoltre, resta il compositore che ha saputo coniugare dinamismo, inventiva e un’apertura alle influenze musicali della sua terra d’origine: argentino di nascita, americano di adozione, ha portato nel cinema, e soprattutto nella televisione, una estetica musicale in cui la contaminazione tra jazz, sinfonia, groove moderno, ritmi latinoamericani diventa una cifra espressiva distintiva. Questi elementi non rappresentano semplici “coloriture”, ma spinte dinamiche che animano le sue composizioni, conferendo loro un’energia unica, ben percepibile nei temi composti per serie come Mannix (1967-1975), Medical Center (1969-1976) e Squadra Most Wanted (1976-1977), esempi di come un commento musicale possa facilmente scolpirsi nella memoria collettiva: «Forse la funzione della musica nei temi televisivi è, ad esempio, che lo spettatore si trova in cucina a prendere una bibita, e il tema che arriva dal televisore gli fa sapere che il suo programma preferito sta per cominciare» (ivi, p. 114). È questa stessa dichiarazione di Schifrin, d’altronde, a evidenziare con chiarezza il ruolo cruciale della musica televisiva nel creare un’immediata connessione affettiva e un’identità sonora capace di richiamare lo spettatore all’appuntamento con il racconto.
Lalo Schifrin ha quindi lasciato un’eredità che va ben oltre i motivi più celebri. Ha mostrato come la musica possa essere non un semplice accompagnamento, ma un vero e proprio elemento costitutivo della progressione narrativa, capace di agire sulla percezione del tempo e sull’emozione dello spettatore. In un’epoca in cui il cinema d’azione tende a omologare le colonne sonore in un ruggito indistinto, il suo stile rimane un modello di eleganza e ritmica precisione.
Riferimenti bibliografici
L. Schifrin, Mission Impossibile. My Life in Music, Lanham, Scarecrow Press 2008.
E. Wennekes, E. Audissino, a cura di, Cinema Changes. Incorporations of Jazz in the Film Soundtrack, Turnhout, Brepols 2019.
Boris Claudio Schifrin, detto Lalo, Buenos Aires, 21 giugno 1932 – Los Angeles, 26 giugno 2025.