Basta immaginarlo

di VALENTINA VALENTINI

In ricordo di Giuliano Scabia.

Il lavoro di Giuliano Scabia ha rappresentato con ricchezza di proposte e di interventi culturali una particolare declinazione dell’istanza di riscoprire il teatro fuori dall’assetto convenzionale, sia d’avanguardia che di tradizione. Rappresenta la felicità della relazione io-altro, che non si dà come rinuncia della soggettività della pratica artistica, in nome dei bisogni del sociale; né il sociale medesimo si dà come mero paesaggio in cui riallestire i resti di un teatro fatto a pezzi. Nel lavoro di Scabia ascolto di sé e coralità, canto e danza fondano il luogo della vicinanza dei corpi, di una poesia che si fa corpo e voce ed è quindi capace di resuscitare Büchner, come il brigante Musolino, a condizione di avere ciascuno «coltivato un bosco dentro di sé».

Fra il ‘69 e il ‘70 Scabia interviene in alcuni quartieri periferici di Torino, come Le Vallette (attività promossa – e interrotta dopo poco tempo – dal teatro Stabile della città), mettendo in atto, attraverso il formato laboratorio, un processo di assemblea-dibattito volto a confrontare i vissuti degli abitanti: l’iso­lamento dei ghetti urbani, «l’alienante autobus 59», gli scioperi degli operai e gli scontri con la polizia, i problemi della scuola. Il suo teatro si fa per le strade, in forma di sfilata, processione, festa, come succede nel 1973 per le strade di Trieste dove Marco Cavallo, il pupazzo di cartapesta azzurra, impersonava la protesta e la lotta contro la reclusione nelle mura del manicomio della malattia mentale. La sua pratica rigenera antiche forme popolari (commedia dell’arte, teatro di pupi siciliani), dalle quali riprende il procedimento dell’improvvisare, il dialogo secondo il tipo del personaggio, la satira del potere, ricorrendo all’uso di maschere e pupazzi fatti di materiali trovati e riplasmati, il tutto innestato con «archetipi e figure linguistiche della tradizione, che rivisita e riadatta secondo le situazioni e le occasioni» (Belpoliti 2010, p. 304): non solo lo sperimentalismo fonetico, la scrittura visiva delle neoavanguardie, ma anche il plurilinguismo dell’Italia dei dialetti, le tradizioni orali, la cultura contadina.

In generale la figura di Giuliano Scabia è emersa fino a oggi dalla prospettiva teatrale anche laddove lo sguardo proviene dalla letteratura, come nel caso di Marco Belpoliti che lo include nel volume Settanta insieme a Calvino, Sciascia, Parise, Manganelli, Celati, Pasolini, Arbasino, Morante, ossia gli scrittori italiani del secondo Novecento. Eppure Scabia ha affiancato all’operatività nel sociale, scuola, fabbrica, teatro, università, una attività di scrittura letteraria (poesia e romanzi) e saggistica, di resoconto e documentazione, riflessione sul suo operare, affidata a case editrici  rappresentative come Einaudi (In capo al mondo, 1990; Nane oca, 1992; Il poeta albero, 1995; Lorenzo e Cecilia, 2000, per citarne alcuni), Ubulibri, (L’insurrezione dei semi: sentiero per attori ricercanti, 2000), Feltrinelli (Il gorilla quadrumàno. Fare teatro/fare scuola, il teatro come ricerca delle nostre radici profonde, 1974), ma anche veicolata da dispense universitarie.

Guardando unitariamente la sua produzione, lontani dal contrapporre la pratica teatrale a quella letteraria, emerge come la dimensione poetica del suo operare, la qualità innata di trasformare tutto in poesia, costituisca il dispositivo costruttivo dominante il suo fare e determini anche l’efficacia pragmatica della sua opera. In tutte le sue attività, è la poesia, con il suo ritmo che viene dal respiro, l’essenza che rende viva non solo la costruzione linguistica dei suoi testi, ma anche i mondi che il poeta Scabia immagina, costruisce e condivide con studenti, operai, anziani e giovani che incontra, convoca con il suo Teatro vagante. Questo produrre una poesia vivente proviene da un sentire le parole come dei semi che si depositano e germogliano – come scrive in Nane Oche, in cui il dialetto dell’infanzia, il pavano, si  intona con  il suo gesto e la sua voce in azione in piazze, strade, boschi abitati da paladini e da cavalieri erranti, da arcangeli e da diavoli. Questa immagine della poesia come germinazione è il motore che dà vita e sostiene costruttivamente il suo operare artistico, quando scrive Canto del Monaco Silvano, quando agisce come burattinaio-narratore nel suo a solo Teatro nello spazio degli scontri e della gentilezza (agosto 2020), quando conduce a Vicenza, Castiglioncello, Valdagno i laboratori per La commedia olimpica ovvero la fine del mondo (fra il 2019 e il 2020).

Il suo è un mondo animistico, come quello dei bambini che danno voce agli animali, alle piante, agli esseri inanimati, alle costellazioni e non separano le formiche, le oche dagli esseri umani e tutti convivono con fate, diavoli e angeli. È anche un mondo magico in cui la cronologia lineare non ha presa perché sono convocati simultaneamente i cavalieri intorno alla Tavola Rotonda, con re Artù,  insieme a Marco Cavallo, alle figure dei suoi romanzi come Lorenzo e Celeste, ai poeti amati come Majakovski, agli amici  con i quali ha condiviso il suo fare: Mario dell’Altopiano, Guido il violoncellista, Franco dei matti.

Immaginazione e visionarietà nell’opera di Giuliano Scabia si alleano per proporre una diversa realtà dove al posto di violenze, guerre, distruzioni, bombardamenti e sterminio ci sia madonna gentilezza, burattina, a prendere la parola: «Andiamo da tutti i capi del mondo e facciamo la commedia gentilezza e proponiamo che l’umanità venga sostituita dai burattini: non potreste diventare meno feroci?».

La proposta di Scabia non è consolatoria, poggia su una consapevolezza delle contraddizioni vissute in prima persona, dentro le avanguardie politiche e artistiche, dal gruppo ‘63, alle contestazioni del ‘68, ai manifesti tesi a rinnovare le istituzioni teatrali (il convegno di Ivrea), al movimento del ‘77. Prende atto che il Paradiso Terrestre è stato raso al suolo, ha coscienza che incorporare la poesia in un teatro vivente e vagante sia  marginale e centrale nel contempo, così come si rende conto che gli scontri e le lotte degli anni caldi della contestazione fanno riconsiderare l’efficacia di metodi non violenti. Scabia nel Canto del Monaco Silvano ci consegna  il dubbio: «Il dubbio che l’eterno esista…». E nel contempo afferma con pienezza: «Ma la mia gioia, per ora, è correre, passare, perdermi: inesorabilmente».

Riferimenti bibliografici
M. Belpoliti, Settanta, Einaudi, Torino 2010.

Giuliano Scabia, Padova 1935 – Firenze 2021

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