Resistere alla tentazione immunitaria

di FELICE CIMATTI

Immunità comune. Biopolitica all’epoca della pandemia di Roberto Esposito.

Il problema di ogni dualismo è che non lascia spazio al pensiero. Se si tratta solo di scegliere fra A e B, non c’è proprio niente da pensare, la “scelta” è già stata fatta, e non rimane che stare dalla parte di A oppure di B. In questo senso ogni dualismo è in fondo fascista, e non tanto perché costringa a scegliere in un certo modo, ma perché non prevede altra possibilità che scegliere fra alternative che sono già state scelte. Al contrario pensare non vuol dire altro che, invece, inventare una via di fuga dal dualismo anche e soprattutto quando una via di fuga non sembra esserci. È merito di Roberto Esposito, in Immunità comune. Biopolitica all’epoca della pandemia (Einaudi), provare a individuare una simile via di fuga. Il dualismo in cui siamo precipitati da quando è scoppiata la pandemia è quello fra immunità da un lato, e comunità dall’altro. Immunità significa bisogno di protezione, preoccupazione per l’altro (il virus, ma prima era stato lo straniero) che porta l’infezione, richiesta di sicurezza portata all’estremo. Questo è forse il punto più rilevante, pur di essere rassicurati. Cioè appunto immunizzati rispetto ai pericoli esterni. Si è rinunciato ad alcune delle libertà fondamentali, da quella di spostamento per arrivare fino a quella di non subire trattamenti medici non voluti. Per questa ragione per molti l’obbligo vaccinale, più o meno esplicito, ha significato il superamento di una soglia molto pericolosa, perché ora l’invadenza dello stato non si arresta neanche di fronte all’inviolabilità del corpo. Dall’altro lato c’è la comunità, che invece si basa costitutivamente sull’apertura verso l’altro. In effetti una comunità si può costituire solo se è inclusiva, ossia appunto se non è una comunità immunitaria, chiusa al suo interno e ostile verso ciò che arriva da fuori. Se immunità significa chiusura, comunità, invece, significa libertà. A questo punto scatta il dispositivo dualistico, e quindi siamo costretti a scegliere fra protezione e libertà, tertium non datur.

La filosofia, al contrario, comincia solo quando il dualismo viene disattivato. Ecco che allora Esposito che osserva che, in realtà, «non esiste comunità priva di dispositivi immunitari. Come nessun corpo umano, così nessun corpo sociale avrebbe resistito nel tempo ai conflitti che lo attraversano senza un sistema protettivo capace di assicurarne la permanenza nel tempo» (Esposito 2022, p. 6). Al posto della disgiunzione esclusiva (che è valida solo quando, in un dualismo, è vero soltanto uno dei due termini dell’esclusione, e falso l’altro), Esposito contrappone la disgiunzione inclusiva, che invece è valida anche quando sono veri entrambi i termini del dualismo (l’unico caso di non validità è quando sono entrambi falsi). Non esiste una comunità che non incorpori qualche elemento immunitario. E così la contrapposizione netta fra immunità e libertà viene meno. Certo, aggiunge subito dopo Esposito, «tutto sta nella tenuta dell’equilibrio [fra immunità e comunità] che lo contiene entro confini compatibili con la società che intende salvaguardare? Superati i quali, come in una sorta di malattia autoimmune, rischia di produrre il collasso» (ibidem). La questione è tutta intorno all’individuazione del punto di equilibrio fra le due esigenze, apparentemente contrapposte, di protezione e libertà. Esposito è affatto consapevole che questo punto non è scontato, anzi. È evidente che la tentazione immunitaria è sempre più forte, e che in nome della sicurezza sempre più persone sono disposte a rinunciare a porzioni molto ampie della propria libertà personale: «Ma se […] si tratta di porre un limite a un dispositivo [immunitario] peraltro necessario, come si fa a individuarlo? Da cosa dipende la sua tenuta? E perché è così difficile individuarlo?» (ivi, p. 7).

Il primo rischio che Esposito mette in evidenza è quello della reazione autoimmune, cioè di una reazione distorta ed eccessiva del sistema immunitario che, non riconoscendo più come proprî i tessuti e le cellule di cui è composto il suo stesso corpo, li aggredisce come se fossero invece tessuti e cellule estranei. Il corpo finisce così per autodistruggersi. Pensiamo ad una comunità isolata che considera ogni contatto con l’esterno un pericolo. Una comunità del genere vive in uno stato di perenne sospetto reciproco perché basta un niente per incrinare lo stato di autoisolamento. Solo un continuo esercizio di controllo, su di sé quanto sull’esterno, può garantire la tenuta della condizione immunitaria. Uno sforzo che finisce per logorare dall’interno la stessa comunità, che riesce a proteggersi solo al prezzo di impedire la propria stessa vita. Ma per Esposito il rischio autoimmunitario si accompagna al rischio contrario della dissoluzione della comunità, perché la difesa ad oltranza della libertà individuale finisce per annullare la stessa dimensione comunitaria:

Interpretazioni riduttivistiche, se non addirittura complottiste, della pandemia in corso, sono crollate rapidamente davanti ai milioni di morti in tutto il mondo. Già nella primavera del 2021 è apparso evidente a chiunque avesse un grano di buon senso che erano semplicemente sbagliate. Non perché evidenziavano le potenziali derive del paradigma immunitario, diventato nel frattempo il lessico peculiare del nostro tempo. Ma perché ne perdevano la complessità interna, il suo carattere necessario e altamente rischioso. Necessario perché, mai come nel caso in questione, quello di una devastante malattia virale, l’immunizzazione, nelle sue varie configurazioni, è l’unica prospettiva possibile di difesa. Rischioso perché la sua intensificazione può dare luogo a effetti perversi di cui più volte abbiamo fatto esperienza. Quello che spesso è mancato ai governi, nelle politiche della pandemia […] è stata la capacità di discernimento e distinzione tra modalità protettive e modalità costrittive della vita individuale e collettiva (ivi, p. 13).

Esposito, proprio per non cadere nella trappola del dualismo, e quindi per non abdicare al pensiero, cerca così di allargare lo spazio per un ragionamento congiuntivo che prova a tenere insieme comunità e immunità, società e libertà individuale. Il primo punto su cui insiste è che il meccanismo immunitario, in realtà, non ha affatto la forma di una barriera impenetrabile (come il lazzaretto in cui si rinchiudevano gli appestati), al contrario «il sistema immunitario risulta, piuttosto che una rigida barriera protettiva dell’identità individuale, un filtro dialettico nei confronti dell’ambiente esterno che fin dall’inizio lo abita» (ibidem). Se il corpo è da sempre anche un corpo infetto (si pensi solo al fatto che il corpo di ogni essere umano è composto per più della metà da cellule batteriche, cioè di cellule non umane), questo vale a maggior ragione per il corpo sociale, la cui vitalità è direttamente proporzionale alla sua diversità interna: «Nulla come il nostro sistema immunitario mostra come si possa, e si debba, accogliere l’esterno dentro di sé, facendo del nostro organismo un continuo luogo di scambio e di passaggio fra dentro e fuori» (ivi, p. 14).

 

Esposito, tuttavia, si rende pienamente conto che mai come al tempo della Covid-19 questo precario equilibrio fra immunità e comunità sia a rischio, e come la tentazione immunitaria si stia imponendo. Una tentazione che, come abbiamo appena visto, ha come esito finale la malattia autoimmune, cioè il paradosso di una protezione talmente radicale che finisce per uccidere lo stesso corpo che vorrebbe proteggere. Tutto il libro di Esposito, in fondo ruota attorno al tentativo di stabilire il confine fra «un’immunizzazione necessaria» da un lato, e «una malattia autoimmune» (ivi, p. 152) dall’altra. È dall’inizio della pandemia, in effetti, che si prova a tracciare questo confine, un confine che deve esserci se si vuole sfuggire alla trappola dualistica che costringe a scegliere fra immunità e libertà. Si pensi alla questione della distinzione fra stato di emergenza e stato di eccezione. Si tratta di una distinzione fondamentale e molto dibattuta anche con argomenti tecnici, ma che si può ridurre alla distinzione fra qualcosa che esiste in modo oggettivo (come l’emergenza di un terremoto, ad esempio) e qualcosa che invece esiste perché una qualche autorità ha deciso che sia così, cioè come risultato di una decisione politica e giuridica. Su questo punto la posizione di Esposito è netta: «Se, insomma, è vero che la proclamazione di una necessità [di un’emergenza] è anche l’esito di una decisione, esistono parametri oggettivi in base ai quali si può misurarne la legittimità e la proporzione rispetto alla situazione» (ivi, p. 162). Se si pensa, per fare un solo esempio, a quante notizie diverse e fra loro contrastanti, provenienti da fonti assolutamente attendibili, sono state date sull’epidemia e sul tasso di letalità dell’infezione da SARS-CoV-2, la certezza che si possano individuare dei “parametri oggettivi” per valutare le decisioni medico-politiche prese per contrastare la pandemia forse non è così certa come ci piacerebbe che fosse.

Esposito, assolutamente fedele al suo cocciuto impegno di provare a pensare il tempo presente, e quindi di sfuggire alla trappola dualistica, cerca di costruire uno spazio di pensiero e di azione in cui comunità e immunità possano dialogare e non escludersi a vicenda. In questo senso la nozione di “immunità comune”, che dà il titolo al libro, vuole appunto mettere insieme le due esigenze che per Esposito non sono, e non devono mai opporsi fra loro: salvare la comunità e salvare la libertà. Tuttavia, per Esposito i due piani non sono del tutto equivalenti: infatti “la libertà è nel comune” come ha ribadito in un’intervista recente, ossia, la dimensione della libertà individuale non solo non è in contrasto con la dimensione comunitaria, in realtà non c’è alcuna libertà al di fuori dell’orizzonte del comune. Ancora una volta quello che Esposito cerca ostinatamente di fare è trovare un modo per aiutarci a non cadere nella trappola della contrapposizione dualistica, la trappola che produce, ad esempio, il culto immunitario delle misure di sicurezza, anche di quelle più cervellotiche e meschine da un lato, e il delirio libertario di quella frangia no-vax (una categoria che non esiste, e che serve solo a bloccare un vero dialogo democratico sulle misure da prendere per prevenire la diffusione dell’infezione) che crede nel complotto planetario delle multinazionali dei vaccini dall’altro:

Fin quando la procedura immunitaria non supera un dato limite, svolge la propria funzione protettiva, riparando e rigenerando i tessuti. Ma se, nel suo stesso funzionamento, perde la misura, causa un danno superiore a quello che dovrebbe contrastare, potenziandolo. La stessa febbre, inizialmente utile a porre in allarme l’organismo, oltre un dato grado destabilizza il corpo e lo espone al rischio di implosione (ivi, p. 169).

Proprio per evitare questo rischio, che è affatto evidente, il libro si chiude con un appello al ritorno in campo della politica, affinché non sia messa a tacere, come ogni giorno di più succede, da istanze di potere e tecno-scientifiche che decidono senza rendere conto delle proprie stesse decisioni: «Mai come oggi, in pieno regime biopolitico, la politica ha a che fare con la protezione e lo sviluppo della vita. Non solo delle singole popolazioni, ma del genere umano nel suo complesso. Quando comunità e immunità ritrovano un’estrema linea di tangenza, la vita di ciascuno è protetta solo da quella degli altri» (ivi, p. 180).

 

Roberto Esposito, Immunità comune. Biopolitica all’epoca della pandemia, Einaudi, Torino 2022.

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