L’estetica americana

di DARIO CECCHI

Il senso della bellezza di George Santayana.
L'estetica americana

Automat (Hopper, 1927)

L’estetica ha una sua vicenda peculiare all’interno della storia della filosofia. Fondata in piena età moderna, a metà del XVIII secolo, l’estetica eredita tuttavia dalla retorica, dalla poetica e dalla tradizione filosofica ampiamente intesa una seria di problemi, dalla questione relativa allo statuto dell’arte a quella sulla natura della bellezza. Fin dall’antichità, poi attraverso il cristianesimo, l’umanesimo e le varie correnti della modernità, tali questioni sono state a lungo e ripetutamente dibattute, finendo per confluire in questa disciplina. L’estetica stessa, fin dalla sua nascita, è stata poi caratterizzata da continue rifondazioni e dall’insorgere di paradigmi alternativi tra loro. Così, molti studiosi, eminentemente in Italia Emilio Garroni, hanno considerato la Critica della facoltà di giudizio di Kant, che data al 1790, il luogo di rifondazione critica della riflessione estetica rispetto alla prima formulazione, di pochi decenni precedente, avanzata dal filosofo razionalista Alexander Gottlieb Baumgarten. E Hegel, nelle Lezioni di Estetica che tenne a più riprese all’Università di Berlino negli anni venti del XIX secolo, afferma la centralità dell’arte rispetto al peso eccessivo dato a suo dire dall’estetica settecentesca al bello naturale e all’elemento soggettivo del gusto e del sentimento individuali.

Nel suo affermarsi, insieme al complesso delle teorie e delle discipline filosofiche, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, l’estetica americana non fa eccezione. Nella varietà dei suoi approcci e degli orientamenti di scuola, l’estetica americana ha tanto imposto da subito temi e problemi affatto nuovi, quanto ha proposto riformulazioni originali delle questioni ereditate dalla tradizione filosofica europea. È perciò con buone ragioni che la collana dei Classici delle edizioni di Aesthetica ha accolto, già ai tempi della guida di Luigi Russo, il saggio di George Santayana Il senso della bellezza, impeccabilmente curato, tradotto e introdotto da Giuseppe Patella. Negli ultimi decenni l’interesse degli studiosi italiani verso l’estetica americana è molto cresciuto, grazie al contributo, tra gli altri, di Tiziana Andina, Paolo D’Angelo, Roberta Dreon, Luca Marchetti, Giovanni Matteucci e Stefano Velotti. Quella americana è un’estetica tutt’altro che monolitica e riproduce anzi al suo interno quei dibattiti e quelle contrapposizioni che connotano già la discussione in Europa. Un contributo che la filosofia americana ha indubbiamente dato agli studi estetici è consistito nel rileggere vecchie questioni e diatribe «in una nuova chiave», per citare il titolo di un celebre saggio di Susanne Langer, altra importante filosofa e studiosa di estetica americana, oltre che ad allacciare teorie e concetti filosofici alla nuova temperie critica e artistica che è andata emergendo negli Stati Uniti a partire dal Secondo dopoguerra.

Rileggere oggi, a venticinque anni dalla prima edizione italiana, Il senso della bellezza, il “capolavoro estetico” di Santayana, è una buona occasione per mettere in prospettiva storica l’evoluzione dell’estetica americana. Singolare è innanzitutto la figura dell’autore. Santayana è spagnolo di nascita e approda negli Stati Uniti all’età di nove anni, al seguito della madre. Conduce gli studi universitari tra gli Stati Uniti e la Germania. Va anche detto che in quegli anni la filosofia praticata nelle università americane è ancora piuttosto eclettica e risente delle influenze europee, sebbene stia prendendo forma il pragmatismo, la prima corrente filosofica di origine americana. Ma molto autorevole è ancora la voce di un pensatore hegeliano come Josiah Royce, con cui si sono formati il poeta Eliot e lo stesso Santayana. Non bisogna nemmeno dimenticare che l’eredità del pensiero hegeliano è ancora presente in un filosofo pragmatista come John Dewey.

L'estetica americana

Men of the Docks (Bellows, 1912)

Santayana è dunque un pensatore sospeso tra due mondi, il vecchio e il nuovo, così come tra l’idealismo del primo e il pragmatismo del secondo. Va aggiunto che sono anni in cui il bello e l’arte sono percepiti da critici e amatori quasi con un’intensa sensualità, ma sono allo stesso tempo idealizzati come un valore assoluto della vita umana. Sono insomma, su entrambe le sponde dell’Atlantico, gli anni del trionfo dell’estetismo, della rivalutazione dell’arte dei “primitivi” e del Rinascimento italiano, dell’emergere della corrente preraffaelita. Per comprendere appieno il gusto di quegli anni, visto dal punto di vista non dei suoi teorici ma di coloro che lo hanno vissuto come una nuova poetica della vita prima ancora che della creazione artistica, bisogna allora rileggere i romanzi e i racconti, spassosi e a tratti tragici, che due americani europei come Henry James ed Edith Wharton hanno dedicato a queste figure di estetizzanti d’oltreoceano.

Santayana faceva parte di questo mondo. D’altronde, dopo la morte della madre, nel 1911 lascia definitivamente l’insegnamento universitario a Harvard e torna in Europa. Muore a Roma nel 1952, dopo anni di vita appartata, ospite di un convento di suore irlandesi al Celio. Il senso della bellezza era stato il risultato dei corsi di estetica tenuti a Harvard tra il 1892 e il 1895. La duplicità dello spirito filosofico di Santayana andrebbe considerata a partire dalla stessa ambiguità del termine “senso”, che compare nel titolo della sua opera. In inglese, in modo ancora più immediato ed evidente che in italiano, sense vale tanto per il sentimento, intenso nel suo spettro più ampio, che comprende anche la sensibilità e la sensazione, quanto per il significato astratto che attribuiamo alle cose. L’argomentazione di Santayana sul senso della bellezza oscilla quindi tra l’empirismo della tradizione anglosassone e l’idealismo della tradizione continentale, tra lo scetticismo radicale e lo slancio metafisico.

È meritevole di attenzione l’originale soluzione cui arriva Santayana, in quanto tale soluzione riconfigura il modo in cui la riflessione filosofica precedente aveva concepito il sentimento del bello. Questo sentimento non è più un affare puramente soggettivo – per quanto va detto che in Kant la soggettività del giudizio estetico poteva pur sempre rivendicare una validità esemplare – né è possibile derubricare l’elemento sentimentale dell’esperienza estetica a una mera appendice esteriore dell’oggettività dell’opera d’arte. La bellezza è piuttosto “oggettivazione” della vita sensibile del soggetto. La tesi di Santayana è importante, perché si rivela essere anticipatrice non solo di teorie filosofiche successive ma anche di momenti salienti della storia dell’arte contemporanea. Questa tesi torna infatti nell’estetica di Langer, la quale chiarisce che non si tratta affatto di una semplice proiezione all’esterno della disposizione interiore del soggetto: l’oggettivazione è un processo e come tale implica una strutturazione del sentimento e richiede sia la partecipazione attiva del soggetto sia la costruzione, reale o virtuale, di una configurazione dinamica dell’esperienza, di cui l’opera d’arte è esibizione esemplare. Guardando proprio all’arte contemporanea, va riconosciuto che le prime a raccogliere la sfida di pensare la dinamica del sentimento sono state proprie le nuove correnti dell’arte americana: cos’è l’action painting di Jackson Pollock se non proprio il tentativo di rendere oggettivo il pathos espressivo dell’artista?

L'estetica americana

Convergence (Pollock, 1952)

Riferimenti bibliografici
J. Dewey, Arte come esperienza, a cura di G. Matteucci, Aesthetica, Palermo 2020.

S.K. Langer, Problemi dell’arte, a cura di G. Matteucci, Aesthetica, Palermo 2013.

George Santayana, Il senso della bellezza, a cura di Giuseppe Patella, Aesthetica, Palermo 2021.

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