La psicoanalisi è «un atto di fede singolare» (Lacan, 2025, p. 140). È probabilmente questa la formula che meglio riassume la traiettoria del quindicesimo seminario di Jacques Lacan, recentemente tradotto da Einaudi e intitolato non a caso L’atto psicoanalitico (1967-1968). Una formula in apparenza ermetica, come capita spesso con gli aforismi lacaniani, ma che una volta decriptata ci fornisce una delle definizioni più profonde mai concepite su cosa significhi praticare la psicoanalisi.
Partiamo dall’atto allora, e fughiamo subito un equivoco: se vi interessa conoscere il significato della parola “atto”, avete tra le mani il testo sbagliato, perché il vero seminario dell’atto non è il quindicesimo volume, bensì il suo predecessore, La logica del fantasma (1966-1967). Lo conferma Lacan in persona, quando nella lezione inaugurale del Seminario XV ci ricorda che per reperire la sua concezione dell’atto occorre tornare indietro di un anno. Il Seminario XV non è il seminario dell’atto, dunque. È piuttosto il seminario dell’atto psicoanalitico, e cioè di una declinazione particolare dell’atto che definisce i presupposti della psicoanalisi in quanto tale. Mai come in questo caso Lacan terrà un seminario così esclusivo, sugli psicoanalisti e per gli psicoanalisti. E difatti, un altro suo possibile titolo avrebbe potuto essere “L’etica dello psicoanalista”: non una meditazione sul concetto di etica a partire dalla psicoanalisi, ma la sua applicazione al trattamento stesso; non “cosa è bene fare secondo la psicoanalisi”, ma cosa dovrebbe fare uno psicoanalista, cosa dovrebbe accadere durante un’analisi affinché quest’ultima sia all’altezza del suo nome. Lacan nota subito che la psicoanalisi sembra mostrare una particolare resistenza nell’interrogare le sue condizioni di possibilità. Ammette che, in effetti, la questione su cosa renda tale uno psicoanalista sia sempre stata una domanda scomoda, puntualmente glissata dalle stesse Società di psicoanalisi. E che le regole, le procedure istituzionali e le capriole burocratiche non sono che sintomi a difesa di questa resistenza (ivi, pp. 148-149, 210-211).
Ma facciamo prima un passo indietro e chiediamoci: cos’è l’atto secondo Lacan? Diciamo che è un evento attraverso cui il registro simbolico arriva a produrre effetti nel reale. Quando Lacan parla di “evento” intende sempre “evento di discorso”. Non perché (come gli si imputa spesso) i soli eventi concepibili siano vincolati al registro della parola, quanto perché l’idea stessa di evento, e dunque di differenza, è subordinata all’azione del significante. Un atto è un evento di discorso in cui un significante si impone in modo nuovo, trasformando radicalmente il soggetto e ciò che lo circonda. Rispetto all’azione in senso lato, che è intenzionale, oppure al riflesso, che è reattivo, l’atto è inconscio e si autorizza da sé. Non consegue da una causa e non tende direttamente a uno scopo. È un evento di rottura che ridistribuisce le carte, che scrive un nuovo inizio modificando alla radice il rapporto tra i significanti che lo precedono. L’atto, in altre parole, trasforma chi lo compie introducendo una discontinuità che riformula in modo inedito la posizione del soggetto.
A voler essere precisi, dunque, persino un’azione o un riflesso possono valere come atto, se le loro conseguenze scavalcano le aspettative dell’io del soggetto. Persino un colpo di tosse, una caduta, un sorriso o una parola pronunciata frettolosamente sono in grado di scatenare un cataclisma, di produrre conseguenze incalcolabili che ridefiniscono la cornice attraverso cui la soggettività esperisce se stessa e il mondo. Allo stesso tempo però, e qui la psicoanalisi ribadisce la sua presa inesorabile sul destino degli esseri parlanti, «ogni atto è etico», perché mette in gioco la responsabilità del soggetto anche quando quest’ultimo è ignaro di cosa stia effettivamente facendo (Lacan 2024, p. 168). Ciascuno di noi è responsabile dei propri sogni, dei propri sintomi e persino dei propri lapsus, in quanto ogni formazione dell’inconscio è iniettata dal medesimo, indistruttibile desiderio. Per Lacan, non solo l’atto non fa eccezione alla regola, ma ne è anche la manifestazione più pura, il momento etico per eccellenza in cui l’io si fa da parte per lasciar parlare il soggetto dell’inconscio. Non sorprende allora che, come chiosa lo psicoanalista francese, gli atti mancati (le sviste o gli inciampi della coscienza) siano per la psicoanalisi il prototipo dell’atto veramente riuscito, quello in cui il desiderio inconscio riesce a divincolarsi dai freni della coscienza e a recapitare al soggetto il proprio messaggio (cfr. Lacan 2025, p. 65).
Per averne un’idea, prendiamo l’atto più celebre della storia umana, il passaggio del Rubicone di Giulio Cesare. Lacan lo cita soprattutto per due ragioni. Innanzitutto, per dimostrarci come un’azione a prima vista semplice possa rivelarsi stravolgente: concretamente, l’attraversamento del Rubicone è stato un gesto quasi insulso (passare oltre un piccolo fiume con la propria legione); dal punto di vista simbolico, però, le sue conseguenze hanno superato persino i calcoli di Cesare, ribadendo così che l’atto in sé e per sé non rafforza l’io di chi lo compie, ma lo sospende. L’atto dissolve l’io e riscrive in modo inedito la storia del soggetto. Per questo, il verbo che lo inaugura non è “faccio”, ma “perdo”: “perdo il filo”, perdo l’orientamento, perdo le coordinate che definiscono ciò che sono stato fino a un attimo prima (ivi, p. 64). In secondo luogo, si domanda Lacan rievocando le gesta di Cesare, l’atto è imitabile? È possibile, una volta che l’atto ha già avuto luogo, replicarlo? E, in tal caso, possiamo ancora ritenerlo un atto nel senso forte del termine?
La risposta è abbastanza spiazzante perché, in base a quanto detto sinora, l’atto dovrebbe rimanere per sua natura inimitabile. Dovrebbe corrispondere a un evento unico, irripetibile, a qualcosa che risulta sconcertante proprio perché inatteso. Ciascuno di noi potrebbe rimettere in scena il passaggio del Rubicone. Basterebbe “prendere il treno a Cesena” e proseguire “nella direzione giusta”. Eppure, è proprio perché le conseguenze di un atto sono fuori scala che la sua imitazione può (paradossalmente) valere anch’essa come un atto: varcare il Rubicone dopo Cesare «non è un atto, ma può anche esserlo», dal momento che l’atto non si definisce in base alle sue motivazioni o ai suoi scopi, quanto per i suoi effetti (Lacan 2024, p. 170). Ogni atto è inconscio, e pertanto rimane sempre un mistero per chi lo compie. È ciò che, in maniera simile, aveva intravisto anche Marx, quando diceva che la storia si ripete, certo, ma mai uguale a se stessa: uno stesso evento avviene la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. Il soggetto potrebbe allora limitarsi a replicare l’atto di Cesare, ripeterlo come da copione, arrivando a produrre comunque, e a sua insaputa, effetti esorbitanti.
Che dire allora dell’atto psicoanalitico? Intanto che non è l’atto secondo la psicoanalisi (il suo concetto, il modo in cui la psicoanalisi intende la nozione di atto), bensì l’atto della psicoanalisi, il taglio che istituisce lo svolgimento della pratica analitica. Su questo, però, la riflessione di Lacan è più perentoria della precedente: laddove l’atto può scaturire anche (involontariamente) dall’azione, l’atto psicoanalitico è il rovescio o addirittura la negazione dell’azione. La soggettività può trovare espressione anche in un gesto abitudinario, può tramutare un’inezia nell’evento sovversivo dell’atto. Nel caso dello psicoanalista, invece, il divario tra le due concezioni è radicale. “Psicoanalista” non è chi pratica il mestiere della psicoanalisi, non è chi compila il calendario delle sedute, un intenditore di Freud o un professionista che, essendosi formato presso una Scuola, è autorizzato a ricevere pazienti. Lacan lo dice chiaro e tondo, l’atto psicoanalitico riguarda «coloro che non ne fanno professione», e cioè che non si identificano nell’immagine sociale dello psicoanalista, che non confondono la loro funzione con la loro occupazione professionale (Lacan 2025, p. 25).
Un atto, quello psicoanalitico incluso, realizza la sua «pienezza di atto» soltanto «a posteriori» (ivi, p. 31). Il senso di un sintomo, per esempio, ci verrà rivelato solo quando il sintomo non sarà più fonte di sofferenza; il significato di un lapsus ci apparirà cristallino solo quando non avrà più l’aspetto di un errore. Gli eventi, in psicoanalisi, si soppesano sempre una volta che la loro portata si è esaurita, quando cioè non hanno più nulla da dire per il soggetto. In modo simile, non è lo psicoanalista a inaugurare una psicoanalisi ma, semmai, è l’atto psicoanalitico (l’evento che certifica che c’è stata psicoanalisi) ad aver reso uno psicoanalista tale. È il modo lacaniano di dire che si è psicoanalisti esclusivamente post-facto, rispetto a un singolo, particolare trattamento portato a termine. E che ciascuna analisi, anche se condotta con il medesimo analizzante, è diversa dalle altre, costretta di volta in volta a ristabilire le proprie condizioni di possibilità. Non si finisce mai di diventare psicoanalisti, così come non si è mai certi che quella che si sta praticando possa essere effettivamente definita una psicoanalisi. Questa incertezza, per inciso, è ciò che per Lacan distingue la psicoanalisi dalle altre psicoterapie, nel senso che la psicoanalisi è un tipo di trattamento che non nasconde il proprio carattere aleatorio, che non fa mistero della propria incertezza (ivi, p. 195). Lo psicoanalista che ha portato a termine una cura non è né un guaritore d’anime né un esperto dell’inconscio. Ciò che circoscrive al meglio la sua funzione è l’oggetto piccolo a, l’oggetto-osso, il «residuo», la «cosa rigettata» che incarna «lo stesso Non esserci» dell’inconscio (ivi, p. 93).
Parole suggestive, senza dubbio, ma di cui è bene valorizzare l’impegnativa portata teorica. Di norma, il soggetto si rivolge a un analista perché qualcosa nella sua vita non funziona. Così facendo, suppone che l’analista possieda un sapere sul proprio sintomo, gli imputa di conoscere (magari dopo essersi informato sul suo conto o averne letto i libri) la verità delle proprie miserie. L’imputazione di questo sapere è necessaria per instaurare l’atto analitico. Il soggetto deve credere che l’analista custodisca l’oggetto in grado di colmare la mancanza che lo affligge, deve presumere che la messa a nudo della propria “vita privata” gli permetterà di colmare lo scarto tra sé e il sintomo – una tensione che Lacan scrive attraverso la formula del fantasma ($<>a). È a questo punto che si rivela la funzione dell’analista, “la più scabrosa di tutte”: reggere il gioco dell’analizzante, assecondare la sua aspettativa, finché quest’ultimo non riuscirà ad assumere la propria divisione come un dato strutturale, a soggettivare la condizione privativa della mancanza nel destino singolare della castrazione.
Il soggetto si «realizza» venendo a patti con l’idea che l’analista non possiede l’oggetto che gli manca, né un sapere universale sui suoi sintomi (ivi, pp. 250, 102). Quando ciò accade, l’analizzante non ha più bisogno dell’analista, né dell’oggetto supposto guarire i suoi mali. Il primo è tutt’uno con la propria castrazione, all’analista invece resta a, l’oggetto perduto da cui il soggetto si è ormai separato, e che nondimeno è stato essenziale per sorreggere l’atto di fede analitico. La sola garanzia dell’atto, nonché la prova tangibile che c’è stata psicoanalisi, è dunque la trasformazione dell’analista in oggetto a, il passaggio di quest’ultimo da soggetto supposto sapere a scarto, a oggetto di troppo. L’unico vero “vantaggio” che lo psicoanalista ha sul paziente, alla fine, è di sapere in anticipo che il soggetto supposto sapere si ridurrà a un oggetto obsoleto, allo «scarto della propria impresa» (ivi, pp. 117, 216).
Se vogliamo, è il peso etico dell’estrema solitudine scrutata anni prima da Freud, quando diceva che per praticare la psicoanalisi bisogna saper tollerare «il soggiorno negli inferi», o quando sovrapponeva la figura dell’ebreo e del clinico, entrambe votate allo stesso «destino»: quello di stare «all’opposizione da solo» (Freud 1975, p. 438; Id. 1978, p. 58).
Riferimenti bibliografici
S. Freud, Per la storia del movimento psicoanalitico (1914), in OSFVII, a cura di C.L. Musatti, Boringhieri, Torino 1975.
Id., Le resistenze alla psicoanalisi (1924), in OSF X, a cura di C.L. Musatti, Boringhieri, Torino 1978.
J. Lacan, Il seminario. Libro XIV. La logica del fantasma (1966-1967), a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2024.
Id., Il seminario. Libro XV. L’atto psicoanalitico (1967-1968), a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2025.
Jacques Lacan, Il seminario. Libro XV. L’atto psicoanalitico (1967-1968), Einaudi, Torino 2025.