Ti stendo, ma con eleganza!

di ERCOLE GIAP PARINI 

Il ritiro di Roger Federer.

Posizionato di fianco rispetto al campo, il giocatore si appresta a disegnare un cerchio con la racchetta; la gamba, avanzata verso la rete, si flette per accogliere il peso di quel corpo che, in sensibile morsa, stringe il manico con la mano destra, facendo alzare lo strumento; la mano sinistra con due dita afferra la ‘gola’, come si chiama tecnicamente le parte appena sotto il piatto corde; a questo punto le due mani, insieme, portano la racchetta sin sopra la testa del giocatore, con la punta rivolta al cielo; e poi scende,  questa unione di braccia e racchetta, in dolce parabola dietro le spalle, percorrendo il fianco e poi la gamba fino al polpaccio, e ora il piatto si trova con la punta a sfiorare la terra rossa; è il momento in cui la mano sinistra si stacca da quella “gola” e la racchetta, trattenuta solo dalla mano destra, con fluida accelerazione prende a salire, facendo impattare le corde contro la palla, che schizza via liberata dalla tensione; il braccio destro, non domo dell’opera compiuta, prosegue teso verso l’alto, portandosi fin sopra la spalla del tennista, in un gesto fluido e doloroso che evoca una lussazione che si libera nell’eleganza.

Guardare in slow motion il rovescio di Roger Federer è una esperienza che lascia un segno anche su chi poco sa del tennis: perché si tratta di un gesto assoluto, che intercetta elementi estetici universali: si comprende quella famosa espressione che vuole il tutt’uno tra corpo e strumento, che diventa, quest’ultimo, naturale estensione del primo e che celebra il trionfo dell’idea di uomo che si definisce, e declina la sua attività nel mondo, attraverso la tecnica. Ma bisogna fare attenzione quando si parla di un tennista come Federer, perché mai l’eleganza è fine a sé stessa, il gesto non cerca completezza in sé ma è sempre teso alla vittoria, attraverso una meticolosa intessitura di efficacia.

Pochi altri tennisti possono vantare un rovescio simile: Gasquet, il cui colpo è definito “divino”, e forse Wawrinka e Thiem. Ma Federer, che magari in carriera ha preso qualche rischio in più, non lesinando ai cronisti la possibilità di formulare la parola “stecca”, ha una capacità competitiva irraggiungibile per molti altri, pur tecnicamente simili. E completezza. Perché Federer oltre a quel colpo di agonismo plastico e artistico, possiede un dritto esplosivo, caratterizzato da una impugnatura eastern non troppo accentuata e da una capacità di modulazione del polso che riesce a imprimere alla palla una rotazione precisa e sempre adatta alla situazione; il servizio poi è di estrema precisione, sempre teso alla ricerca della potenza, dell’equilibrio e del ritmo, con una cura della posizione a “trofeo” che ne sottolinea la giustezza esecutiva; ma, soprattutto, il suo gioco è caratterizzato da una capacità insuperata di dominare il campo, di stare sempre nella parte giusta per mettere in crisi l’avversario, che raramente compete con lui nel modo di mettere i piedi là dove dovrebbero stare.

Roger Federer ha dichiarato il suo ritiro dall’agonismo. Lo ha fatto qualche giorno fa, lasciando sconsolati non soltanto i milioni di fan che amano quei gesti e quella capacità competitiva, ma tutti gli amanti del tennis e in generale dello sport. Alcuni hanno provato persino rabbia. Come il mio bravissimo maestro di tennis Fabio Aloe, che raramente ho visto con la faccia più cupa: l’altra sera, sul campo del club, era nervoso e scuro in volto, o almeno più del solito mentre si affannava a correggere i miei recalcitranti errori di posizionamento con il dritto e la mia goffa gestione dei tempi di apertura di quello stesso colpo. Il mio maestro, da quando Federer ha limitato le sue presenze nel circuito, ha cercato di farsi piacere altri, Rafael Nadal su tutti, un poco Matteo Berrettini e Jannik Sinner; ma la luce negli occhi quando parla di Federer, della sua classe, del suo stile, proietta ben altre sfumature. Una luce che è ora quella del partner tradito: “Ma ti rendi conto?!? Per concludere la sua carriera vuole giocare solo la Laver Cup, poco più che una esibizione!”.

La grandezza di Federer è certamente questione di numeri. In carriera ha vinto tutto: 103 tornei Atp e 20 Grandi Slam; è stato per ben 237 settimane consecutivamente il numero uno al mondo, e nella top-ten dei migliori tennisti mondiali ha trascorso complessivamente più di 18 anni. In carriera ha guadagnato come pochi altri, superando il miliardo di dollari tra sponsor e monte premi. Ma sono numeri, numeri soltanto che non bastano a comprendere l’enorme carisma esercitato da questo tennista. Prima di scrivere la parola “carisma”, mi sono arrovellato per qualche minuto. Il termine che l’automatismo della mente suggeriva a questo punto della descrizione era “popolarità”. Ma risuonava nella testa come una nota stonata, pigro riflesso, appunto, di un automatismo semantico. La popolarità ha a che fare certamente con il riconoscimento di doti e di capacità acquisite superiori, ma il magnetismo che esercita chi è davvero popolare ha qualcosa di profano, tipico dell’eroe a cui ti illudi di potere dare la pacca sulla spalla.

Federer non è così: la sua eleganza formale in campo (che ho detto – e lo sottolineo – sempre al servizio dell’efficacia agonistica) incute, su chi per più di un paio di volte si ostina a impugnare una racchetta, una sorta di timore reverenziale: meta utopica che, inarrivabile, non può che perennemente ispirare … e frustrare. Così come il suo aspetto fisico, qualcosa a metà tra il bravo ragazzo e un attore francese dei tempi in cui gli attori francesi dovevano essere belli, lo rende differente nel mondo sportivo e tennistico. Aspetti sottolineati anche da una deliziosa goffaggine, piccolo stridore stilistico rispetto ai suoi tratti e portamento: la fascia che porta sulla testa mentre gioca, con la pretesa di darsi qualcosa di zingaresco che però si addice di più a un Nadal.

Federer, definito sorta di ponte tra il gioco classico e quello più moderno, eroe di più generazioni per longevità, tra i pochissimi per competitività sfiorando gli “anta”, riesce come pochi a tenere insieme diverse generazioni di tennisti e di amanti dello sport; con il suo ritiro si appresta a diventare una icona della modernità che guarda al passato, ma con competitiva eleganza. E riesce quasi a rompere il mio personale reliquiario tennistico, dove al primo posto c’è sempre Bjorn Borg, eroe della mia adolescenza tennisticamente catodica.

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