L’Altro addomesticato

di PIETRO RENDA

Il pensiero giapponese. Viaggio nello stile di vita del Sol Levante di Le Yen Mai.

Ormai più di vent’anni fa Karatani Kōjin pubblicava un articolo imprescindibile in cui ritornava a Orientalismo, celebre saggio di Edward Saïd sulle forme di rappresentazione dell’Oriente da parte di politici, storici e letterati occidentali. In quelle dense pagine l’autore, pur non lesinando critiche sia alla dominazione colonialista dell’Occidente sia al predominio della tradizione araba, non riusciva a evitare che il suo lavoro facesse apparire «l’Oriente come la “cosa in sé” kantiana – in altre parole, irrappresentabile» (Karatani 1998, p. 160). Ed è proprio in questa direzione che il pericolo di ricadere nell’esotismo – nel goût pour l’orientalisme dei salotti proustiani, nella riduzione dell’abitante dell’Oriente a orientale (ossia oggetto di studio da ricondurre solo in un secondo momento alla propria umanità) – continua a rimanere in agguato. Anziché portare all’adozione di metodologie comparatistiche più prudenti, la percezione di questo rischio potenziale ha condotto talvolta a un “integralismo saidiano” – certamente non auspicato dall’autore – confinante con un’epochè anomala, raggiunta sì sulla strada della decostruzione, ma condotta su culture in vitro e su oggetti artistici esangui.

Non desterà di certo stupore constatare che gli ultimi decenni siano stati caratterizzati da una crescente apertura – anche se relegata a specifiche aree d’interesse – verso le culture dell’Estremo Oriente, e in particolare a quella nipponica. Mentre in alcuni casi (manga e anime, e per certi versi letteratura) tale interesse ha creato un coinvolgimento sincero e totalizzante, in molti altri ha prodotto un’adesione leziosa e azzimata che induce a selezionare gli aspetti di una cultura che, grazie alle loro virtù rasserenanti, possano facilmente incontrare il gusto dei palati più “sofisticati”, provati dal grumoso e cacofonico panorama mediale della vecchia Europa. Di fatto se «l’amore e il rispetto per la cultura giapponese» possono manifestarsi soltanto attraverso «qualcosa di estetico» (ivi, p. 146), questo tipo di amore e di rispetto è inseparabile dal «bracketing [parentesizzazione] delle preoccupazioni del giapponese medio, il quale vive la propria vita reale e fronteggia problemi intellettuali ed etici insiti nella modernità» (ibidem).

Ma perché introdurre un volume dedicato al “pensiero giapponese” con una simile premessa? Il pensiero giapponese. Viaggio nello stile di vita del Sol Levante si propone di percorrere «i sentieri meno battuti, scoprendo gli itinerari più nascosti e inesplorati» nonché di «[c]onoscere da vicino la cultura locale, gli usi, i costumi, le tradizioni di un popolo», così da «scoprire una bellezza autentica che non è segnata su alcuna mappa» (Mai 2020, p. 27). Le Yen Mai ha il merito di introdurre concetti fondamentali della cultura giapponese (alcuni dei quali non immediatamente perspicui a un lettore occidentale), impiegando il motivo avvincente del viaggio, scandito nelle sue tappe da precise indicazioni geografiche e dagli interventi chiarificatori di una guida locale che è, innanzitutto, un caro amico dell’autrice.

Si è di fronte a un testo la cui struttura narrativa è pienamente riconducibile alla “letteratura di viaggio”. Assecondando il principio del kaizen, ossia del miglioramento ottenuto dedicandosi a un cambiamento continuo e progressivo (ivi, p. 41) , il volume si avvicina con molta gradualità a una cultura lontana (l’autrice è di origini vietnamite, ma è nata e cresciuta a Zurigo), concedendo maggiore spazio alla complessità e alla densità concettuale negli ultimi due (di quindici) concetti/capitoli – ossia yūgen e mono no aware – che punteggiano l’approssimarsi del viaggio alla conclusione, al momento della consapevolezza che acquisisce una forma narrabile.

Si alza il vento (Miyazaki, 2013)

A differenza di un caposaldo della letteratura di viaggio a tema Giappone come Ore giapponesi (1958) di Fosco Maraini che sposa l’approfondimento senza rinunciare alla divulgazione, il testo in questione non tergiversa di fronte al mistero dello sconosciuto, poiché in fondo si crede che pronunciare, enumerare e “denocciolare” i termini permetta di diradare la nebbia, mentre Maraini si arresta e, lentamente, si inabissa nella profondità viscosa di un pensiero che gli fa resistenza e non è subito proclive alla formulazione linguistica. I testi divergono già fin dalla copertina: mentre in Ore giapponesi (edizione Corbaccio), lo sguardo si trova a indugiare e a incunearsi tra gli spiragli liberi dalle fronde per seguire la dorsale sinuosa del tipico tetto a falde spioventi dagli spigoli curvati all’insù, nel volume di Mai, invece, le onde riottose e artigliate di Hokusai colmano non solo tutta la copertina, ma debordano fino a ghermire le pagine che inaugurano ogni capitolo per poi diradarsi, non appena ordine è stato fatto.

Si ritiene, insomma, possa essere possibile rintracciare una certa tendenza della pubblicistica contemporanea ad addomesticare l’alterità radicale nel e con il linguaggio. Così, in un passaggio commosso in cui l’autrice è inebriata dal profumo del tè, sorseggiato presso i giardini del Padiglione d’oro, le è possibile dichiarare in maniera icastica e quasi perentoria: «Questo è l’Oriente: la spiritualità, la coscienza, la liberazione e i valori» (ivi, p. 100). Ancora oggi, in contrapposizione alla monolitica tradizione filosofica occidentale intenta a riflettere sui “massimi sistemi”, si tende a esaltare la fluidità e la porosità delle strutture del “pensiero estremo-orientale” così da elogiarne la spendibilità nelle situazioni quotidiane. Una simile impostazione dà spesso adito a fraintendimenti, su tutti quello della natura asistematica del pensiero orientale che, anche per la più mondana delle esigenze, può essere riconfigurato, ammansito e compresso nello spazio rettangolare del tascabile. Forse per questo, quando l’autrice si ritrova a passeggiare lungo la Tetsugaku-no-michi, non può esserci abbastanza spazio per nominare a quale «importante filosofo e docente dell’università di Kyoto» (ivi, p. 63) sia dedicata la via, quel Nishida Kitarō che cercò «di introdurre […] l’orizzonte del pensiero orientale all’interno del discorso filosofico contemporaneo» (Fongaro in Nishida 2012) e che estrinsecò il proprio pensiero in maniera tutt’altro che asistematica.

Per di più l’autrice non rinuncia al leitmotiv della fragilità, acuito dall’esperienza dello hanafubuki – la nevicata di fiori di ciliegio, il «fragil fiore» attraverso cui il politologo Brzeziński simboleggiava la crisi e il cambiamento del Giappone. Nell’atto finale, Mai coglie la natura inerentemente cinematografica della cultura nipponica cui, seppur per ragioni molto differenti, faceva riferimento Ejzenštejn, e afferma: «[N]ulla è destinato a durare eternamente, ecco perché la singola frazione di tempo è l’aspetto più importante» (Mai 2020, p. 293). Con somma meraviglia del grande cineasta e teorico russo, il cinema (giapponese) a venire si sarebbe dimostrato il mezzo più efficace per aprirsi al «non-scritto, a ciò che va oltre il logos» (Reyns-Chikuma 2005, p. 157), al piano impilato sulle vestigia del grande passato nazionale, allo stacco di montaggio o al controcampo centrifugo che sembra dire: «Altro che fragil fiore, qui siamo di fronte ad uno di quei cardi, bellissimi però muniti d’ogni difesa in forma d’aculei e spine, che neppure l’inverno cancella dai pascoli!» (Maraini 2000).

Riferimenti bibliografici
Z. Brzeziński, The Fragile Blossom. Crisis and Change in Japan, Harper & Row, New York 1972.

K. Karatani, Uses of Aesthetics. After Orientalism, in “boundary 2”, vol. 25, n. 2, 1998.
L.Y. Mai, Il pensiero giapponese. Viaggio nello stile di vita del Sol Levante, Giunti, Milano 2020.
F. Maraini, Ore giapponesi, Corbaccio, Milano 2000.
K. Nishida, Luogo, a cura di E. Fongaro, M. Ghilardi, Mimesis, Milano 2012.
C. Reyns-Chikuma, Images du Japon en France et ailleurs. Entre Japonisme et multiculturalisme, L’Harmattan, Paris 2005.

Le Yen Mai, Il pensiero giapponese. Viaggio nello stile di vita del Sol Levante, Giunti, Milano 2020.

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