La serialità di Sollima è prima di tutto una questione di prospettiva. In Romanzo Criminale (2008-2010) si sta con la banda della Magliana: il racconto si piega alle loro logiche, alla loro ascesa e caduta. In Gomorra (2014-2021) siamo in mezzo ai camorristi: codici, tradimenti, inaspettati ritorni. In Il Mostro si seguono gli imputati: non tanto la vita delle vittime né il percorso di chi indaga, ma i potenziali assassini, soggetti in qualche modo coinvolti, conniventi o informati dei fatti e, tuttavia, reticenti a qualsiasi confessione o dichiarazione incisiva. 

La storia del cosiddetto Mostro di Firenze coincide con otto duplici omicidi di giovani coppie, avvenuti tra il 1968 e il 1985: diciassette anni di terrore, sempre nella stessa area geografica – tra il Chianti e il Mugello – e sempre con la stessa arma, una Beretta calibro 22. La narrazione di Sollima parte dal momento in cui, nel 1982, gli inquirenti stabiliscono, retrospettivamente, un collegamento tra i più recenti omicidi e quello del 21 agosto 1968, che vide la morte di Barbara Locci e di Antonio Lo Bianco. Prende così avvio una ricostruzione – fatta di continui salti cronologici – della cosiddetta “pista sarda”, la prima vera pista investigativa sul Mostro di Firenze. Ognuno dei quattro episodi prende il nome di un sospettato, ripercorrendo la storia delle famiglie Mele e Vinci: le loro ossessioni, gli abusi, i depistaggi

Malgrado l’attenta ricostruzione scenografica e il ricorso al repertorio della musica leggera dell’epoca – da La tramontana di Daniele Pace e Mario Panzeri a Vasco Rossi e Lou Reed –, la serie ideata da Sollima e Leonardo Fasoli privilegia il primo piano allo sfondo. Non si tratta tanto di dare forma al contesto quanto di indagare i corpi, i rapporti, i silenzi e i traumi personali che portano il peso della storia. Da tale punto di vista, gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta non si caratterizzano tanto per un colore o per una serie di oggetti identificativi, ma emergono indirettamente dalla costruzione dei personaggi, dai loro costumi aberranti, dalle violenze interiorizzate e riprodotte. La Toscana e la Sardegna che vediamo sullo schermo (la serie è in parte girata in Tuscia e altre zone del Lazio) non sono un fondale folklorico, ma paesaggi che si riflettono e si deformano nei comportamenti dei protagonisti. 

Episodio dopo episodio, sprofondiamo in una società mostruosa, dove i personaggi maschili sono logorati dal patriarcato, che a loro volta riproducono ed espandono fino all’estremo. Il racconto visivo si scandisce dunque secondo due direttrici che si distinguono anche dal punto di vista della messa in scena. 

Da un lato assistiamo alle violenze quotidiane subite da Barbara Locci e alle indagini sui membri delle famiglie Mele e Vinci, interrogati dalla dott.ssa Silvia Dalla Monica: figura centrale nelle indagini sul Mostro. A tratti, negli interrogatori, la ricerca investigativa sembra quasi un casting, dove ognuno degli indagati ha tutte le carte in regola per essere il Mostro. Dall’altro lato, assistiamo dunque alla messa in scena – per così dire, “oggettiva” – degli otto duplici omicidi, tra i boschi o nelle campagne fiorentine: Signa, Borgo San Lorenzo, Scandicci, Calenzano, Baccaiano, Giogoli, Vicchio, Scopeti. Si tratta di sequenze d’azione violenta, dove Sollima fa ricorso a campi lunghi e, anche quando la macchina da presa si avvicina all’auto delle vittime, il Mostro rimane invisibile, come una sagoma senza volto.

Pur immaginando la vita privata degli indagati della pista sarda e ricostruendo gli omicidi del Mostro, c’è una linea che Sollima sembra aver deciso di non varcare: il privato delle vittime degli omicidi successivi a quello del 1968. Non entriamo nelle loro case, non conosciamo i trascorsi dei ragazzi e delle ragazze assassinate negli anni Settanta e Ottanta. Come dire che per tutti quei casi che non è possibile ricostruire in dettaglio è meglio evitare la prossimità e la confidenza. È così che i meccanismi narrativi del thriller vengono in gran parte estromessi o recuperati in forma sottile, quasi ironica. Come nella sequenza del terzo episodio – il più brillante dal punto di vista registico – in cui Giovanni Mele percorre le strade bianche dei guardoni e imita i gesti del Mostro, terrorizzando una donna in occasione di un incontro al buio. Qui la suspense nasce dalla ripetizione delle dicerie sul Mostro intrecciate con un immaginario da cinema horror, come espressione di una piena consapevolezza dei meccanismi di rappresentazione della violenza e dei loro limiti.

Ma ricostruire le indagini sul serial killer che più di ogni altro ha sconvolto l’Italia significa anche e soprattutto confrontarsi con il concetto stesso di “serialità”. Se per la polizia una pista è come un filo da seguire per arrivare alla soluzione del caso, per Sollima la serie è prima di tutto un gomitolo, un ritorno continuo, una ripetizione che si capovolge ogni volta. Il Mostro è l’“Oggetto=x”, la casella vuota che attraversa tutti i fili, eppure non si lascia mai identificare. È come se fosse qualcuno di vicino – giusto accanto – a ognuno degli indagati, ma non coincidesse mai pienamente con nessuno di loro. Contro l’idea di seguire il filo cronologico per giungere alla verità, Il Mostro esprime una concezione articolata del tempo e della storia: non basta infatti retrodatare l’origine del male al 1968, perché l’origine sprofonda fino a coincidere con un’assenza. C’è come un sottotesto teorico post-strutturalista in questa serie, dove tutto ritorna quattro volte e dove l’origine e l’identità del Mostro slittano continuamente verso un altrove. Se, come insegnano Lacan e Deleuze, l’“Oggetto=x” è il motore di qualsiasi messa in serie – come un’assenza che ingenera speculazioni –, Il Mostro racconta la caccia al killer come continuo errare, impossibilità di identificarlo in un unico volto.

In un mondo popolato da soggetti traumatizzati, la verità sembra del resto fuori portata. Le strategie familiari, i depistaggi organizzati e le lacune psicologiche impediscono di accedere al ricordo originario. Le mogli o compagne degli imputati vivono esistenze sconvolte, sospese tra l’obbligo di protezione, l’omertà, la costruzione di alibi e il sospetto. La figura del bambino di sei anni Natalino Mele, figlio di Barbara Locci – presente con lei e Lo Bianco in auto al momento dell’omicidio, e unico sopravvissuto nell’intera storia del Mostro di Firenze – torna in ciascuno dei quattro episodi sul luogo del delitto, e ogni volta la scena si configura in modo diverso: cambia l’assassino, cambiano i dettagli, cambia la dinamica dell’evento. È come un Rashomon (1950) che si espande e contorce, restituisce una memoria spaccata. Ciò che per un attimo appare certo viene ribaltato subito dopo. Non solo abbiamo testimonianze di soggetti diversi, ma ogni soggetto è portatore di versioni multiple e contraddittorie.

Sollima concepisce il male come una presenza tanto costante – strutturale – quanto dislocata. Indaga il terreno di coltura patriarcale che plasma ogni personaggio maschile, rendendolo potenzialmente mostruoso. Intanto, il Mostro di Firenze continua a mietere vittime: la pistola calibro 22, le pallottole con la H, le modalità d’azione costanti. Si crea in questo modo qualcosa come un rapporto paradossale di continuità e di scarto tra la “serialità del male” – ovvero il Male come origine assente da cui si irradiano tutti i fili narrativi senza mai esserne parte – e la “banalità del male”, che si manifesta nei gesti quotidiani, nelle azioni tanto ordinarie quanto aberranti dei diversi personaggi maschili. Il problema può apparire teorico ma è estremamente concreto: se il Mostro agisce come sceneggiatore e regista invisibile degli eventi, sempre fuori quadro e sempre un passo avanti agli inquirenti, come ribaltare la prospettiva per trasformarlo in un personaggio riconoscibile?

Il caso del Mostro di Firenze resta aperto. Le famiglie delle vittime attendono verità e giustizia. Gli inquirenti continuano a lavorare, mentre sul web decine di blog e forum si affollano di “mostrologi” che scandagliano nuove piste. La serie di Sollima entrerà, è già entrata, in questo dibattito e sarà discussa non soltanto dal punto di vista cinematografico. Per ora, abbiamo visto solo i primi quattro episodi. Pietro Pacciani – il contadino di Mercatale, principale indagato negli anni Novanta – appare solo nell’ultima inquadratura, come un richiamo a possibili sviluppi futuri. Altri mostri e nuove piste – dal “Secondo livello” al Legionario, fino all’ipotesi mugellana – emergeranno senz’altro nelle prossime stagioni. Fino a quando non sarà possibile ricucire lo scarto, colmare le lacune. E allora il male potrà trovare riscontro in un volto, un nome e un cognome. 

Il Mostro (ep. 1-4). Regia: Stefano Sollima; sceneggiatura: Leonardo Fasoli, Stefano Sollima; fotografia: Paolo Carnera; montaggio: Clelio Benevento; interpreti: Marco Bullitta, Valentino Mannias, Francesca Olia, Liliana Bottone, Giacomo Fadda, Antonio Tintis, Giordano Mannu; musiche: Alessandro Cortini; produzione: AlterEgo, The Apartment; origine: Italia; durata: 217’; anno: 2025.

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