In una fase della nostra vita siamo tutti stati dei grandi atleti prima di scoprire di non esserlo mai stati. Essere additati come promesse del tennis, del nuoto, del calcio, del basket, della danza o della pallavolo non è bastato; l’incoraggiamento a impegnarsi in una disciplina non è stato in grado di sopperire alla mancanza di coordinazione, ai movimenti sgraziati, alla stanchezza e al fiato corto; non è stato utile nemmeno seguire lezioni private e compiere sacrifici (più o meno importanti) per piegare la vita in una curvatura sportiva. Il ritmo cadenzato da una serie di sconfitte, o di fallimenti, non si è arrestato, anzi non ha fatto altro che modulare il passaggio dalle presunte illusioni dell’infanzia alla cruda consapevolezza dell’età adulta, scandendo così anche il tempo della crescita in un modo quasi irrevocabile. Eppure, non è mai stato davvero questo il senso di tali esperienze, e si fa spesso fatica a ricordare quanto di più importante c’è stato: la sfrontata bellezza della carne che ha brillato nel campo, facendosi materia viva in uno scontro tra forze ancestrali. La purezza e la sconcezza, la simmetria e lo squilibrio, la perfezione e la pochezza: è radicato nel contrasto, in questo luccichio degli opposti, ogni scontro al cui centro sta il corpo, come ben dimostra la storia messa in scena da Andrea Di Stefano nel suo ultimo lavoro, intitolato emblematicamente Il maestro (2025).
Fine degli anni Ottanta, Italia, famiglia benestante: Felice Milella (Tiziano Menichelli) ha tredici anni, gioca a tennis allenato dal padre Pietro (Giovanni Ludeno) ottenendo buoni piazzamenti a livello regionale. Il padre decide che è arrivato il momento di lanciare la sua “promessa” nel circuito nazionale passando per i tornei interregionali di un Paese che trasferisce le proprie ambizioni sul registro dell’agonismo piccolo borghese. È sempre il padre a decidere che i suoi stessi insegnamenti non sarebbero stati abbastanza efficaci per accompagnare Felice nella scoperta di un mondo che né lui né il figlio conoscevano. Interviene così la figura del “maestro” Raul Gatti (Pierfrancesco Favino), ex tennista professionista che, sin dalle sue prime apparizioni, mostra il profondo dissidio di chi, un tempo, è stato tradito dal proprio stesso corpo. La costruzione narrativa è da manuale: un padre cerca il proprio riscatto sociale appoggiando i suoi sogni sulle qualità del figlio adolescente; il figlio ripone nella figura di un “nuovo” padre la speranza di riuscire a compiere quel simbolico assassinio freudiano che gli assicurerà l’emancipazione utile alla crescita. Il movimento dal padre al figlio e dal figlio a un nuovo padre non è però l’unica chiave attraverso cui leggere il film. Sarebbe l’esito prevedibile di una bella fiaba, molto lontana dall’imprevedibile intreccio che è la vita fuori dai progetti e dal campo di gioco.
Raul ha un metodo educativo opposto rispetto a quello di Pietro e, in un primo momento, Felice è spaesato e non riesce in alcun modo ad affidarsi alla figura di quest’uomo che gli dice di abbandonare la difesa e di imparare ad attaccare. La partita si gioca, qui, nello scontro tra due modelli educativi speculari: da una parte c’è Pietro, che ha redatto un quadernino pieno di regole da seguire fuori dal campo e di codici da decifrare dentro il campo; dall’altra parte c’è Raul, che chiede a Felice di attaccare l’avversario entrando nell’area di gioco e nella scena della vita; in mezzo c’è Felice, che non sa se abbandonare lo schema di difesa acquisito attraverso gli insegnamenti del padre o se seguire lo schema libero di un uomo che pare vivere senza appigli. Arrivano quindi le sconfitte: la prima, la seconda, la terza. Arrivano le bugie dette al padre vero, rassicurato con annunci di vittorie mai ottenute, nella paura di dover interrompere il viaggio (e, quindi, la crescita) con Raul. Arrivano le premure rivolte al padre nuovo, accudito con la presenza e con la vicinanza. Arriva, infine, il patto stretto tra Raul e Felice: il primo butta in un cestino gli psicofarmaci con cui regola il suo sentire, mentre il secondo lascia cadere nello stesso cestino il quaderno scritto dal padre. È il momento in cui i due iniziano a giocare effettivamente un “doppio”, spalleggiandosi a vicenda fino all’inevitabile momento di crisi.
Dopo una nuova sconfitta, Raul dice a Felice che non ha talento: è il momento che prelude all’acme tragico del film prima che possa essere effettivamente ristabilito un nuovo ordine in cui i due impareranno che cosa vuol dire “essere corpi” capaci di giocare. Insieme alle vetrate dell’albergo, letteralmente distrutto da Raul, Di Stefano abbatte l’immaginario di un’Italia acchittata a festa con i completini sportivi, i calzettoni e le racchette strette nelle mani: è il cortocircuito messo in scena attraverso il conflitto tra due corpi – quello sfinito del “maestro” e quello in divenire dell’“allievo” – e una società intera, che vorrebbe vedere questi corpi sempre al massimo della potenza. Raul e Felice iniziano a farsi spazio nel mondo con la prepotenza della fuga, di fronte a tutta una serie di istanze che trovano sintesi perfetta nel personaggio di Scintilla, l’ex amante di Raul, interpretata in senso paradigmatico da Edwige Fenech. Si tratta, in definitiva, di comprendere e accettare, con Di Stefano, che il corpo è anche carenza. Lo metteva bene in evidenza David Foster Wallace – in uno dei suoi ultimi testi, dedicato peraltro a Roger Federer – in cui elencava alcune delle “cose brutte nell’avere un corpo”, come «il dolore, le ferite, i cattivi odori, la nausea, la vecchiaia, la gravità, la sepsi, la goffaggine, la malattia, i limiti – ogni singolo scisma tra i nostri desideri fisici e le nostre reali capacità» (Wallace 2012, p. 47, n.1). La lista stilata da Wallace si contrappone alle qualità di chi in campo – come Federer un tempo, come Sinner oggi – pare stare solo per mostrare quanto «sia meraviglioso toccare e percepire, muoversi nello spazio, interagire con la materia», insomma «fare con il corpo cose che il resto di noi può solo sognarsi. Ma sono sogni importanti: compensano molte cose» (ibidem). Seguendo questa linea, Il maestro compie un passo in più rivelando che il gesto compensativo può essere sostituito dalla più mite pretesa dell’imparare ad abitare il proprio corpo nella libertà della fuga.
Nel corso degli ultimi decenni, si è attuata una particolare dinamica per la quale gli atleti sono tornati a incarnare l’antico ideale di potenza insito nella nozione greca di agonismo. I loro corpi sono stati mitizzati, posti su un piano quasi inarrivabile. È ancora Wallace, in un saggio dedicato alla ex tennista Tracy Austin, a invitare a riflettere su quel “paradosso crudele implicito” per il quale «noi spettatori, privi dei doni divini degli atleti, siamo gli unici a essere davvero in grado di vedere, esprimere e animare l’esperienza del dono a noi negato”, mentre coloro che ne sono portatori devono necessariamente “essere ciechi e muti al riguardo, […] perché ne sono l’essenza» (Wallace 2006b, p. 168). Raul e Felice mostrano che c’è una via per emanciparsi da questo paradosso, creando quel mondo che l’allenatore di tennis, raccontato in Infinite Jest (1996), spronava a “costruire dentro” perché, se si vuole rimanere se stessi, bisogna imparare a stare lì, fuori dal corpo e dentro la testa. In definitiva, scegliere se sostare nel mondo «esterno, dove è freddo e dolore senza scopo o ragione» (Wallace 2006a, p. 552) oppure nel «secondo mondo senza freddo» dove «c’è la gioia perché c’è un rifugio di qualcos’altro, di uno scopo oltre la nostra essenza di smidollati e le lamentele per tutte le cose che non vanno bene» (ivi, p. 551). Quest’ultimo è il luogo in cui ogni giocatore diventa intangibile e, al tempo, inattaccabile dalla vita. La storia di Raul e di Felice diventa allora una rappresentazione di ciò che significa stare al mondo avendo cura dello scarto in cui si vive.
Mancando l’estetica dei corpi perfetti in movimento (come si è visto, ad esempio, in Challengers) oppure il racconto di una parabola agonistica – che sia essa discendente (Il quinto set) o ascendente (Una famiglia vincente – King Richard) –, al termine della visione risuona l’invito a rimanere nella propria testa, imparando a bilanciare la vita e il gioco. È un invito che resta fuori campo per continuare a brillare nel volto di Felice, pronto a colpire la pallina con la racchetta, mentre guarda suo “padre” Raul che viene attenzionato dalla polizia e suo padre Pietro che lo osserva preoccupato dagli spalti. Questo equilibrio del “fuori campo” – di gioco e di scena – è al centro della fotografia, qui in copertina, scattata sul red carpet dell’ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, in cui il film è stato presentato Fuori Concorso. Intercettando una di quelle rare occasioni in cui la finzione riverbera con forza nel reale, lo scatto di Davide Bernardelli restituisce il senso di quanto finora si è cercato di mettere in luce: l’allievo corre, ride e vive, sfilando di fronte a tutte le persone con cui gli è capitato di interagire nel corso della sua avventura (incluso il suo terzo “padre”, il regista). Sono quelle persone che lo hanno incitato, richiamando la sua attenzione alla prudenza e invitandolo a seguire una serie di indicazioni con cautela. Il maestro Gatti/Favino, il solo che non si è mai unito al coro di queste voci, è in disparte: con una mano sulla fronte, che copre metà del suo volto, è anche l’unico che non guarda il ragazzo arrivare. Nessuno dei due sa quando si fermerà questa corsa. Senza una guida, è tutto un andare.
*Foto in copertina di Davide Bernardelli.
Riferimenti bibliografici
D. F. Wallace, Infinite Jest, trad. it., Einaudi, Torino 2006a.
Id., Considera l’aragosta, trad. it., Einaudi, Torino 2006b.
Id., Il tennis come esperienza religiosa, trad. it., Einaudi, Torino 2012.
Il maestro. Regia: Andrea Di Stefano; sceneggiatura: Andrea Di Stefano e Ludovica Rampoldi; fotografia: Matteo Cocco; montaggio: Giogiò Franchini; interpreti: Pierfrancesco Favino, Tiziano Menichelli, Giovanni Ludeno, Astrid Meloni, Dora Romano; produzione: Indiana Production, Indigo Film, Vision Distribution; distribuzione: Vision Distribution; origine: Italia; durata: 125′; anno: 2025.