Se tu fossi ancora viva, io non starei vivendo questa vita. Se sono viva io, non puoi esserlo tu. È solo tra il buio e la luce, solo in quello spiraglio azzurrino, che possiamo scorgerci fugacemente in volto (Han Kang 2025, p. 135).

Così narra Han Kang ne Il libro bianco (Huin), un vero e proprio poema, un elenco frammentato e apparentemente disconnesso che filtra ricordi, dolore, perdita e lutto. Uscito in lingua originale nel maggio 2016, a due anni di distanza dal romanzo Atti Umani (Sonyeoni onda), è stato recentemente pubblicato nella traduzione italiana a cura di Lia Iovenitti. L’autrice, vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura nel 2024, si immerge in un progetto che risulta essere più intimo, di riflessione e di riscoperta, un percorso in cui vita e morte si scontrano e si amalgamano, ritrovandosi in concetti e oggetti, nell’universale e nel personale, in una quotidianità che sembra spezzata, dove appare forte un monito, sia per chi legge che per chi scrive: «Ci sono ricordi che il tempo non intacca. E nemmeno il dolore. Che il tempo e il dolore, come si dice, sbiadiscono e distruggono tutto, non è vero» (ivi, p. 93).

Ma perché è proprio il bianco a veicolare e incoraggiare il racconto e a stimolare il ricordo? Cosa si cela dietro una tale scelta? Han Kang lo spiega proprio nella sezione dedicata alle note dell’autrice, in chiave conclusiva, quasi a riservarsi un proprio spazio e ad aprire una parentesi, dopo aver lasciato i lettori liberi e solitari a vagare in questo viaggio letterario tra simboli e percezioni, come a voler rispondere alle domande silenziose su cosa vogliano indicare gli oggetti da lei utilizzati, cosa richiamino davvero e chi sia la voce che si staglia tra le pagine. Han Kang ci spiega che tutto parte dal modo in cui il bianco viene espresso nella lingua coreana: 

Nella mia lingua materna esistono due aggettivi per dire "bianco": hayan e huin. A differenza di hayan, che indica semplicemente il bianco puro e intatto dello zucchero filato, huin evoca un desolato intreccio di vita e morte. Quello che volevo scrivere io era un libro huin (ivi, p. 161).

È in questa distinzione linguistica, la chiave ermeneutica dell’intera opera, che si apre una voragine di senso. Se hayan è il bianco della superficie, huin è il bianco della profondità, un colore che nella cultura coreana abita la soglia liminale, fungendo da sudario per i defunti e da fascia per i neonati. Non è il bianco asettico della purezza occidentale, né il vuoto del nulla buddhista; è un “nuovo nero” (Sruthi & Mukherjee 2020), un colore che assorbe il lutto senza neutralizzarlo, facendosi carico di una gravità specifica schiacciante. Come il latte materno descritto nel romanzo – simbolo straziante di una vita che eccede la morte, continuando a fluire inutilmente per un neonato che non c’è più –, questo bianco si fa portatore di una dicotomia irrisolta, diventando talvolta “maledetto e sporco”, un promemoria fisico di un’assenza che occupa spazio.

Per comprendere appieno la portata di questa esplorazione narrativa, dobbiamo guardare oltre la pagina scritta, verso la natura intrinseca della cultura da cui Han Kang proviene, quella dei baek-ui-min-jok, il “popolo vestito di bianco” (Goldmark Art, 2022). Per millenni, i coreani hanno indossato abiti di cotone grezzo, una scelta cromatica che trova un parallelo sorprendente nella storia della ceramica coreana, in particolare nella tensione tra il baekja – la porcellana bianca, austera e perfetta – e il buncheong. Quest’ultimo, caratterizzato da un’irregolarità audace e da una “sovversione terrosa”, lascia che l’argilla scura minacci sempre di affiorare sotto l’ingobbio candido, in una sorta di estetica dove l’imperfezione si trasforma in valore. La prosa di Han Kang è essa stessa una forma di buncheong: un delicato velo di linguaggio lirico steso sulla scura e ferrosa argilla del trauma storico e personale, sempre sul punto di sanguinare attraverso la superficie.

Ma chi è, davvero, a indossare questo sudario di parole? Lo sviluppo della narrazione si muove su un crinale ambiguo, dove l’identità si frammenta in un processo di spettrale abitazione reciproca. La risposta si trova nella topografia di una città ferita: Varsavia. Durante la sua residenza nella capitale polacca, l’autrice ha un’epifania guardando un vecchio filmato del 1945 che mostra la città ridotta a un paesaggio di neve e macerie. È in quel momento che Han Kang sente di trovarsi in una vera “città bianca” (huin) e, dentro di sé, prende vita la sagoma di chi condivide l’ombra di quello stesso destino: sua sorella. Capisce che l’unico modo per restituirle la vita è “prestarle” il proprio corpo e la propria esistenza.

Han Kang diventa, quindi, un medium corporeo, adottando quella che Clara Han, riprendendo quanto teorizzato da Marianne Hirsch, definisce una prospettiva di “post-memoria”: un’eredità fatta non di ricordi diretti, ma di storie, silenzi e frammenti onirici. Ammette di essere «arrivata fin lì imitando il passo di chi non è mai stato annientato, coprendo ferite mai suturate con un velo pulito» (Han Kang 2025, p. 130). Scrivere diventa l’atto necessario di sollevare quel velo a occhi aperti, di smettere di mentire sulla propria fragilità.

Questa fragilità si manifesta prepotentemente nella materialità del corpo umano, tema caro all’autrice ma qui declinato in modo inedito. Se ne La Vegetariana (Chaesikjuuija) il corpo era un campo di battaglia carnale e vegetale, ne Il libro bianco si riduce alla sua essenza minerale. La narratrice trova uno “strano sollievo” nell’elencare i nomi delle ossa – malleolo, rotula, sterno, clavicola – quasi a volersi rassicurare che gli esseri umani non siano fatti solo di carne corruttibile. Tuttavia, questa solidità ossea è illusoria quanto la neve che si scioglie: Han Kang ci ricorda con lucidità, in una eco della dottrina buddhista dell’impermanenza (anicca o anitya), che spesso dimentichiamo come il nostro corpo, e quello di tutti noi, sia in realtà una “casa di sabbia”, destinata a sgretolarsi e a scivolare ostinatamente tra le dita fin dal principio (ibidem). Questa struttura frammentaria e non lineare riflette una scelta formale precisa, definita «story-critical» (Rüggemeier 2022). La forma della lista è un rifiuto etico di imporre una causalità e una guarigione artificiali a un evento, la morte di un neonato, che è per sua natura insensato.

Il bianco di Han Kang non è, però, solo meditazione privata sulla mortalità, è intrinsecamente politico. È l’eco spettrale delle marce del Primo Marzo 1919, quando migliaia di coreani indossarono l’hanbok bianco trasformando la “divisa del lutto” in uno stendardo di resistenza contro l’occupazione giapponese (1910–1945). È la stessa energia cinetica che anima le danze tradizionali come il Salpuri, o quella di Lee Ae-ju che nel 1987 danzò in abiti bianchi per gli studenti uccisi dal regime dittatoriale. Han Kang, segnata indelebilmente dal massacro di Gwangju (maggio 1980), fonde questa eredità con la memoria di Varsavia. La capitale polacca, con la sua moltitudine di edifici distrutti dai bombardamenti nazisti e poi ricostruita fedelmente, diventa il paradigma di un lutto collettivo elaborato attraverso la tenacia. Osservando la città, l’autrice nota come tutto sia “finto”, riproduzioni meticolose su vecchie mappe, eppure è proprio in questa finzione ostinata che risiede la salvezza: come la città, anche la sorella morta si è “ricostruita da sé, sulle proprie rovine carbonizzate”.

La conclusione etica di questo nostro peregrinare prosastico ci consegna una grammatica morale per il nostro presente. Di fronte ai muri di Varsavia, dove ancora oggi si accendono candele per le vittime delle esecuzioni, Han Kang comprende che quel gesto non serve solo ai defunti, ma ai vivi: «Lo fanno perché credono che essere vittime di un massacro non sia una vergogna, lo fanno per tenere vivo il lutto il più a lungo possibile» (Han Kang 2025, p. 129).

Il pensiero corre inevitabilmente alla Corea del Sud, ai morti cui “non era stato concesso un lutto appropriato” – un riferimento ai massacri di Gwangju e dell’isola di Jeju (1948–1949), spesso soggetti a repressione e negazionismo di Stato – denunciando silenziosamente l’incapacità della sua patria di onorare le vittime alla luce del sole. Ma il suo sguardo si allarga, trasformando il testo in un atto di wit(h)nessing o co-testimonianza (Hasan et al. 2020), insegnandoci a essere con le vittime, non solo a guardarle. In un momento storico segnato da nuove macerie e nuovi genocidi – il pensiero non può che correre alla tragedia in corso a Gaza e in Palestina – le parole di Han Kang risuonano come un imperativo morale. Il suo rievocare le immagini di guerra non è un esercizio di stile, ma un appello a non distogliere lo sguardo. Accendere una candela “per tutte le anime e tutte le morti da ricordare – compresa la propria” significa rifiutare l’oblio che permette alla violenza di ripetersi. La “città bianca” è ovunque l’umanità sia stata ridotta in polvere e cerchi, con disperata risolutezza, di ricomporre la propria casa di sabbia, trasformando l’assenza in una forma indistruttibile di presenza e resistenza.

Riferimenti bibliografici
C. Han, Seeing Like a Child: Inheriting the Korean War, Fordham University Press, New York, 2021.
M. K. Hasan, M. A. K., Azad, M.S. Hossain, ‘Dharana’ as the Gateway: Mediative Wit(H)nessing and the Transformation of Trauma in Han Kang’s The White Book, in “International Journal of Multidisciplinary Research and Analysis”, vol. 8, n. 4, 2025.
K. Han, La Vegetariana, Adelphi, Milano 2016.
Id., Atti umani, Adelphi, Milano 2017.
A. Rüggemeier, Lists, Vignettes, Enumerations: Contemporary Life Writing and the Gesture of Refusal toward Narrative, in “Poetics Today”, vol. 43, n. 2, 2022.
B. H. Seo, White Hanbok as an Expression of Resistance in Modern Korea, in “Journal of the Korean Society of Clothing and Textiles”, vol. 39, n. 1, 2015.
P. Sruthi, S. Mukherjee, An Expression of Color Psychology and Human Consciousness: Deconstructing the Binarism of White Color in Han Kang’s The White Book, in “Journal of Critical Reviews”, vol. 7, n. 4, 2020.   

Han Kang, Il libro bianco, Adelphi, Milano 2025.

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