Nelle pagine finali di Immagine-tempo, Gilles Deleuze chiarisce la sua idea di rapporto tra cinema e filosofia – di fatto sviluppata lungo le pagine dei due libri sul cinema – mettendo subito in evidenza che il rapporto non è gerarchico: non si tratta di applicare la filosofia al cinema, ma di rintracciare i concetti che il cinema crea in quanto pratica delle immagini e dei segni. Questo significa, continua il filosofo francese che: «I grandi autori di cinema sono come i grandi pittori o i grandi musicisti: sono loro che parlano meglio di quel che fanno. Ma, parlando, diventano altro, diventano filosofi o teorici» (Deleuze 2017, p. 327).
Filosofi e teorici che non imitano il discorso filosofico o teorico convenzionale. Il diventare altro dei registi che parlano di cinema è uno dei movimenti più affascinanti della teoria. Esso permette di entrare in percorsi che non cessano di creare concetti nei modi più disparati: attraverso aneddoti, esempi, racconti. Gli scritti di David Lynch, Dziga Vertov, Pudovkin. Rossellini, Godard (da questo punto di vista Ejzenštejn e Pasolini sono due casi di teorici/registi a parte, difficilmente replicabili), o anche le autobiografie di Buster Keaton, Von Sternberg, Tarantino, le grandi interviste come quella di Truffaut a Hitchcock, o quelle di Bogdanovich ai grandi registi del cinema americano: sono tutti esempi (e ce ne sarebbero molti altri), di un flusso teorico non irregimentato, in cui memoir, saggio e racconto si intersecano, creando uno spazio per il pensiero teorico, che non balbetta la lingua dell’accademia, ma parte da altre prospettive, da altre possibilità.
Sono questi i pensieri che sorgono alla mente dopo la lettura de Il futuro della verità, l’ultimo testo di Werner Herzog, che negli ultimi tempi ha dedicato alla scrittura una parte non marginale delle sue attività (dall’autobiografia Ognuno per sé e Dio contro tutti, al romanzo Il crepuscolo del mondo, fino alle raccolte di interviste Il crollo delle galassie e la ristampa del libro-conversazione con Paul Cronin, Incontri alla fine del mondo). Il punto di partenza per un approccio all’ultimo testo del regista tedesco è dunque stabilire che si tratta di un testo di teoria del cinema, o più in generale di teoria, sviluppato attraverso una modalità inclassificabile, ma non per questo meno incisiva e pregnante rispetto ad un saggio accademico, anzi.
Partire dalla questione della “verità”, chiedersi che cosa significhi questa parola oggi è un gesto di per sé enorme. Se c’è una parola (insieme a “reale”) che oggi fa problema, è proprio “verità”. Termine il cui significato è spesso sotteso o non problematizzato nel dibattito contemporaneo, paradossalmente proprio in quei testi che riflettono su espressioni di attualità come Fake News o Post-Verità. Testi che infatti riflettono sugli effetti sociali, culturali economici e politici della disseminazione di tecnologie di simulazione del reale o di diffusione di false notizie, senza però, nella grande maggioranza dei casi, interrogarsi su cosa significhi oggi utilizzare parole come Verità, Reale o Falso.
Il futuro della verità scarta rispetto a questa prospettiva, ponendo immediatamente la questione di cosa significa oggi “verità” nell’era delle fake news, dell’IA e dell’Information Overload. Perché questo avvenga, sono necessarie delle narrazioni, dei racconti, degli aneddoti. Non per illustrare dei concetti altrimenti ostici, o per divulgare una teoria prefissata, al contrario. Herzog è un grande narratore proprio perché il racconto diventa per lui la forma di un ragionamento in fieri, di un processo, come lo chiama il regista, che tende alla verità. I vari capitoli del libro sono infatti strutturati attraverso narrazioni storiche, eventi recenti, aneddoti anche personali, esempi tratti dalla lavorazione dei suoi film. Alla base, come si è detto, quella domanda ossessiva e imprescindibile, che di fatto è il filo rosso che attraversa tutta la sua opera: «La domanda su cosa sia la verità ha occupato tutta la mia vita lavorativa». La questione ovviamente non è semplice, e dal testo herzoghiano emergono domande e percorsi più che dichiarazioni apodittiche. Emerge anche però il potere di orizzonte regolativo del concetto di verità, che: «Non è per me una stella fissa in lontananza, raggiungibile in qualsiasi momento, bensì un costante tentativo di avvicinarsi a essa». Processo e movimento, dunque, ma del soggetto insieme all’idea.
Dalle prime Fake News (la battaglia di Qadesh, la “donazione di Costantino”, i falsi diari di Hitler, le prove dell’esistenza degli alieni, ecc.), alle riflessioni sull’IA – l’intelligenza artificiale può sognare se stessa? si chiede Herzog, in una di quelle domande tipicamente herzoghiane e tipicamente filosofiche, direbbe Deleuze – , passando per le grandi messe in scena della storia, le leggende legate a personaggi famosi (Nerone, Bokassa, Scott), fino alle riflessioni sul concetto di Post-verità, il libro scorre per accumulo di storie, narrazioni. Man mano che si procede con la lettura, ci si rende conto che le narrazioni sono le forme attraverso cui il pensiero crea nuovi concetti. La narrazione, anche se percepita come divagazione è in realtà un metodo (etimologicamente, un cammino) per far emergere un senso più profondo, come si diceva sopra.
Ma cosa emerge soprattutto? Si è detto all’inizio che il libro è un testo di teoria del cinema, anche se non è direttamente incentrato sul cinema. Eppure, è a partire dalla propria esperienza di cineasta che Herzog sviluppa il suo percorso, in una duplice direzione. In primo luogo il regista sottolinea l’analogia tra il concetto greco di Verità e il processo di nascita dell’immagine cinematografica:
In greco antico, la parola verità è aletheia, che deriva dal verbo lanthano, “nascondere, occultare”. A-letheia è l’opposto (simile a “pathos” e “apatia”), ciò che si rivela, ciò che non è nascosto, ciò che viene portato alla luce. Trovo vi sia una sorprendente analogia con il processo della fotografia, con la pellicola, o più precisamente con le immagini su celluloide. Quando uno strato fotosensibile viene esposto alla luce, non produce ancora un’immagine, bensì un’immagine “latente”. È solo nella camera oscura, sottoposta a trattamenti chimici, che lentamente si sviluppa l’immagine.
È un’idea spesso presente nelle interviste che Herzog ha rilasciato nel corso del tempo, ma che qui assume un’importanza determinante. Il cinema può per sua stessa natura mettere in gioco la questione della verità attraverso i suoi specifici strumenti. Ma mettere in gioco come? Non si tratta di una ingenua “rivelazione” della verità che apparirebbe così in tutta la sua chiarezza ed evidenza. Il cinema non lavora in questo modo, anzi.
È qui che si apre la seconda direzione della teoria del cinema herzoghiana. Il cinema si pone come la forma in grado di mettere in movimento l’idea di verità, attraverso quelle che Deleuze chiamava le potenze del falso. Ed è qui che Herzog si avvicina ad uno dei concetti più potenti elaborati dal filosofo francese nei suoi libri sul cinema. In Immagine-tempo, Deleuze lo afferma chiaramente. Nel cinema moderno, il paradigma del vero si mostra impossibile: «Ne deriva un nuovo statuto della narrazione: la narrazione cessa d’essere veridica, cioè di pretendere di essere vera, per farsi sostanzialmente falsificante (…). È una potenza del falso che sostituisce e spodesta la forma del vero, perché pone la simultaneità di presenti incompossibili o la coesistenza di passati non-necessariamente veri» (Deleuze 2017, p. 154).
È così in Herzog: le narrazioni che scandiscono il libro declinano in più di un senso le potenze del falso; potenze generatrici, che attraverso la finzione mettono in moto la creazione di verità più profonde. La verità delle emozioni, ad esempio, che passa attraverso le forme meno “verosimili” della narrazione, come la grande opera musicale; la verità dei visionari, che passa attraverso connessioni che sfidano la logica comune. Il cinema racchiude e amplifica la dinamica del falso. Numerosi sono i riferimenti ai film dello stesso Herzog, riletti a partire dalle potenze del falso che essi generano. Non ci sono quasi riferimenti ad altri autori, fatto salvo un unico riferimento ad un regista, che Herzog definisce immediatamente “un genio”: si tratta di Orson Welles, che, forse non è un caso, è l’autore che Deleuze stesso individua come il grande interprete della potenza del falso nel cinema.
Il futuro della verità è il testo più profondamente herzoghiano del regista tedesco e, allo stesso tempo, più profondamente deleuziano. Il falso, che per Deleuze è una potenza creativa, si mostra nelle narrazioni herzoghiane, come una esperienza poetica. La verità, per entrambi, non è un oggetto da possedere, o un punto da contemplare, ma una creazione incessante, perennemente in movimento. È il senso delle due uniche frasi che formano l’undicesimo e ultimo capitolo del libro (dal titolo, appunto “Il futuro della verità”): «La verità non ha futuro, non ha nemmeno un passato. Ma non vogliamo, non possiamo e non dobbiamo rinunciare a cercarla».
Riferimenti bibliografici
G. Deleuze, L’immagine-tempo. Cinema 2, Einaudi, Torino 2017.
Werner Herzog, Il futuro della verità, Feltrinelli Editore, Milano 2025.